AFRICANEWS
AFRICANEWS - Versione Italiana
Nr.42 - NOVEMBRE 2001
SOMMARIO
Africa: I senza terra: mendicanti a casa propria
Tanzania: Le politiche agrarie che uccidono l'Africa
Kenya: Gli speculatori non vogliono "rompiscatole"
Zambia: La salvezza arriva su due ruote
Zimbabwe: Bambini dietro le sbarre
EDITORIALE
Il numero 42 di Africanews in lingua italiana affronta soprattutto il
problema della proprieta' terriera in Africa. In Italia solo i piu'
anziani ricordano le lotte dei contadini siciliani, pugliesi e padani
nell'immediato dopguerra. Cinquant'anni fa queste masse scendevano in
piazza per migliori condizioni di vita, a volte per una diversa
distribuzione della terra e molti caddero vittime della polizia e
della mafia. Ora da noi le masse contadine non esistono piu' e in
numerose aziende agricole pakistani e indiani sostituiscono gli
italiani che di fare il contadino, anche se meccanizzato, non ci
pensano nemmeno.
Ben diversa e' la situazione in Africa dove decine di milioni di
persone si assicurano l'esistenza con i prodotti di orti microscopici.
La terra, quella vera, le grandi estensioni coltivate, sono dei
bianchi o degli amici di chi governa il paese. In Sud Africa, ad
esempio, all'epoca dell'apartheid i bianchi, che rappresentavano il
15% della popolazione, possedevano l'87% della terra; ora tale
percentuale e' scesa all'85%. Sembra una presa in giro. In Zimbabwe il
70% delle terre fertili (11 milioni di ettari) e' in mano a 4500
farmer in maggioranza bianchi, mentre un milione di contadini vive su
16 milioni di ettari di terre spesso esauste e aride.
In Zimbabwe purtroppo la questione terriera e' stata stravolta dal
presidente Mugabe che per nascondere gli errori che hanno rovinato
economicamente il paese ha cavalcato le manipolazioni ideologiche e le
strumentalizzazioni politiche invitando i contadini a occupare le
terre dei bianchi. "E' la sola lezione che capiscono" ha detto.
Malgrado la stessa Corte Suprema zimbabewana abbia giudicato
incostituzionle la decisione del governo di espropriare le terre senza
alcun compenso, centinaia di fattorie sono state occupate e una decina
di coloni bianchi uccisi.
Occorre naturalmente precisare che i bianchi assicurano un
funzionamento ottimale dell'impresa agricola, tanto e' vero che in
Zambia e Mozambico hanno invitato i farmer zimbabewani: "Se decidete
di abbandonare il paese potrete ricostruire le vostre fattorie da noi".
Comunque tra un esprorio totale dei bianchi e l'attuale situazione
esistono innumerevoli altre soluzioni che ridarebbero speranze
concrete di una vita migliore ai contadini africani.
Il problema della terra in Africa non e' soltanto agricolo. Basta
pensare a Nairobi, la capitale del Kenya, dove 2 dei 3 milioni di
abitanti vivono sul 2% della superficie cittadina. Inoltre questi
diseredati spesso vedono le ruspe che fanno piazza pulita delle loro
povere baracche perche' il comune ha venduto l'area a qualche
speculatore. In Africa la popolazione urbana cresce del 4,9% annuo, e'
l'incremento piu' rapido nel mondo, e fra 20 anni superera' la
popolazione contadina. L'urbanizzazione africana avviene senza la
trasformazione delle strutture che accompagna abitualmente lo sviluppo
e le masse che fuggono dalla campagna trovano condizioni di vita
spaventose; i fermenti sociali che ne derivano sono pronti a esplodere
in ogni momento. Anche per questo la nuova generazione di politici che
si sta formando nel continente deve affrontare di petto il problema
della terra.
Nel quarto articolo di questo numero ci viene descritta una figura
benefica, meta' antica e meta' moderna. Si tratta delle ostetriche
tradizionali che in Zambia vengono istruite con corsi d'aggiornamento
e poi spedite, munite di bicicletta, nelle campagne dove la mortalita'
delle partorienti e' ancora altissima. e' uno dei modi ingegnosi con
cui l'Africa cerca di stare al passo dei tempi pur con i suoi
poverissimi mezzi.
Africanews staff italiano
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I contenuti possono essere riprodotti liberamente citandone
sempre la fonte. Spedire inoltre una copia dell'articolo alla
redazione di Africanews.
AFRICANEWS versione italiana viene pubblicata da
Amani, via Gonin 8, 20147 Milano
tel.: 02-4121011 - fax: 02-48302707 - e-mail: africanews@iol.it
AFRICANEWS - Versione Italiana
Nr.41 - OTTOBRE 2001
SOMMARIO
Zambia: "Tu sei negro e non entri"
Costa d'Avorio e Ghana: Il cioccolato più amaro
Sudan: Il petrolio rende tutti complici
Malawi: Disputa per la marijuana
EDITORIALE
"Il lupo perde il pelo ma non il vizio", ci sono proverbi, come
questo, che contengono spietate verità. Lo costatiamo nel primo
articolo del quarantunesimo numero di Africanews in lingua italiana.
Ci arriva dalla Zambia, paese sul quale, da alcuni anni, hanno messo
gli occhi gli investitori sudafricani sia nell'agricoltura che nello
sfruttamento minerario. Qualsiasi paese africano da il benvenuto a
capitali stranieri che possono dare ossigeno all'economia locale ma
quasi sempre quest'elementare equazione di mercato non quadra e,
guarda caso, pende sempre dalla parte di chi ha i soldi, del lupo
capitalista.
Nel nostro caso si tratta di smisurate disparità nei trattamenti
economici dei dipendenti di queste società con capitale sudafricano,
nazione, notiamo bene, che dal 1994 è guidata dalla maggioranza nera
prima con il mitico Mandela e ora con l'economista Thabo Mbeki. Pur
dando per scontata una differente capacità o esperienza lavorativa,
appare evidente la sproporzione fra gli oltre 4 milioni di lire
mensili dati a un autista sudafricano e le circa 150mila di uno
zambiano. Sono situazioni che, seppur in misura meno eclatante, si
verificano anche in Italia.
Abbiamo dunque citato questi casi di "razzismo economico" al quale il
cosiddetto "libero mercato" ci ha abituati ma che si comincia a
combattere in molte parti del mondo. Dalla Zambia però ci arriva
l'immagine di un altro razzismo, quello più becero, stupido, logoro ma
sempre vitale. La selezione, la discriminazione, la separazione
effettuate in base al colore della pelle. Nel nostro caso gli episodi
appaiono ancor più odiosi dato che tale "scelta" viene operata da neri
nei confronti di altri neri e il tutto per compiacere ai bianchi.
Per la conoscenza che abbiamo dell'Africa possiamo, per fortuna, dire
che i "casi Zambia" non sono molti; purtroppo però esistono e
perpetuano una situazione di antagonismo, di sudditanza, di rancori
che possono poi sfogarsi con estrema violenza.
Il secondo e il terzo articolo sono della stessa natura del primo nel
senso che ribadiscono come le "ragioni economiche" esercitino il loro
strapotere contro le "ragioni umanitarie". Il primo caso riguarda le
piantagioni di cacao nel Ghana e nella Costa d'Avorio dove, e lo hanno
riconosciuto gli stessi produttori di cioccolato e lo ha dimostrato
con un filmato la rete televisiva Channel 4, lavorano migliaia di
bambini oltre agli adulti che vengono scambiati come fossero semplici
oggetti. L'altro caso riguarda sua maestà il re petrolio che dal Sudan
prende la via del Kenya. Sarebbe un normale scambio commerciale se in
Sudan non fosse in atto una guerra civile fra il Nord e il Sud che
dura, esclusi alcuni anni fra il 1972 e il 1983, dall'indipendenza
ottenuta nel 1956. E sarebbe ancor più normale se il Kenya non fosse
il presidente di turno dell'organismo che sta tentando di por fine a
questo immenso dramma sudanese e se i soldi ottenuti col petrolio non
venissero impiegati dal governo islamico di Khartoum per comprare armi
da usare nella guerra contro il Sud Sudan.
Ciò che avvilisce di più è però l'atteggiamento della Costa d'Avorio
che si è praticamente schierata con l'industria e contro i legislatori
che vogliono far cessare lo sfruttamento dei bambini. Lo sconforto
aumenta se si pensa che in questa nazione, sconvolta negli ultimi
tempi da tumulti popolari e ammutinamenti dell'esercito, cerca di
difendere il gettito che proviene dalla vendita di cacao agli Stati
Uniti. Cerca di mantenere la situazione com'è, nel timore che il
mercato si rivolga verso altri produttori e il cacao rimanga
invenduto. E con il cacao non si può sfamare una popolazione.
Africanews staff italiano
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AFRICANEWS - Versione Italiana
Nr.40 - SETTEMBRE 2001
SOMMARIO
Swaziland: Il progresso contro i pascoli
Tanzania: Globalizzazione alla sudafricana
Malawi: Violenza sessuale nel matrimonio
Zambia: Gettarsi la droga alle spalle
EDITORIALE
Questo numero è il quarantesimo di Africanews in lingua italiana,
pubblicazione nata nel marzo del 1998. Tre dei quattro articoli che vi
proponiamo potrebbero essere raggruppati sotto un solo titolo,
l'Africa che cambia. Sono tre argomenti completamente diversi ma il
filone è unico: la società africana e la sua evoluzione. Molti di noi
sanno quale sia l'immagine del continente africano che arriva in
Occidente, tragedie immani, dalle guerre alle carestie, miscelati con
abilità al folklore e al turismo. È un'imagine purtroppo vera nei
fatti ma profondamente falsa nelle proporzioni. Su 53 paesi del
continente quelli che hanno il cosidetto "onore" di apparire nei
nostri media sono la Repubblica democratica del Congo, la Sierra
Leone, la Somalia, il Rwanda eccetera. È come se parlando dell'Europa
si citassero il Kossovo, l'Irlanda o i Paesi Baschi, tralasciando il
resto.
L'Africa, come potrete vedere leggendo i testi degli articoli, ha il
suo passo, il suo ritmo, i suoi cerimoniali, la sua filosofia di vita.
Li ha conservati proprio per non scomparire definitivamente sotto i
colpi che per secoli la colonizzazione le ha inferto. Ora il
neoliberismo, la globalizzazione, il libero mercato o come lo volete
chiamare esige che l'Africa si metta a correre col mondo occidentale
dimenticando, volutamente, che non esistono le strutture e le
tecnologie necessarie per questa trasformazione. Si parla dei disastri
che provoca il debito estero in cui sono sprofondati i paesi del Terzo
Mondo, si parla delle vittime causate dall'Aids e dalla diffusione di
armi leggere. Ma si parla poco delle tribolazioni e delle sofferenze
causate alla popolazione da parte del Fondo monetario internazionale e
dalla Banca mondiale, con i loro programmi di aggiustamento
strutturale.
Sarebbe stupido e insensato non capire che servono cambiamenti,
revisioni e ammodernamenti nelle strutture pubbliche, economiche e
civili africane, ma da questa considerazione a far piazza pulita con
"tolleranza zero" ce ne passa. Ci sono economisti di valore mondiale
che hanno indicato ricette ben più mirate per aiutare i paesi poveri,
delle violente purghe che Banca mondiale e Fondo monetario
internazionale propinano a destra e a manca.
Il primo dei nostri tre articoli è proprio di natura bucolica e
l'ambiente è lo Swaizland, un piccolo stato di 17.000 km quadrati,
cioè grande come il Lazio ma con un solo milione di abitanti e ben
650.000 vacche che divorano erba anche nei centri delle città,
sconfinano nei vicini Sud Africa e Mozambico, provocano continui
incidenti invadendo le strade sempre più piene di automobili. Tutto
qui? Potrebbe osservare qualcuno. No, c'è anche l'aspetto economico-
sociale dato che lo Stato provvedeva sino ad ora ai pascoli e alle
spese del mantenimento e adesso intende far cadere sugli allevatori
tali oneri. Folklore e interessi economici insomma si intrecciano e
verranno fortunatamente risolti dagli "swazi" tra di loro.
Dove invece la situazione appare più complicata e critica è in
Tanzania. Qui siamo in piena globalizzazione dato che il governo, in
nome del libero mercato, ha ceduto lo sfruttamento delle miniere di
tanzanite (una pietra molto preziosa) a una società sudafricana. Il
governo con questa operazione intendeva anche stroncare il
contrabbando e rendere più razionale l'attività estrattiva. Il guaio
nasce dal fatto che in zona ci sono molti minatori artigiani, magari
anche un po' contrabbandieri, danneggiati dalla presenza di un colosso
ben inserito sui mercati. Ci sono già stati incidenti, con molte
vittime e lo spettro dell'apartheid è riapparso proprio in Tanzania
che fu uno dei paesi che più tenacemente lo contrastarono.
Nel terzo articolo si parla di un argomento che è dibattuto anche da
noi: la violenza sessuale in ambito conuigale. È un tema che
sbalordisce e annichilisce molti uomini ma il fatto che in Malawi sia
stato affrontato e che si prospetti una legge al riguardo dimostra
come la società civile africana stia cambiando. E nella maggioranza
dei casi sia spinta dalle donne.
Africanews staff italiano
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Nr.39 - LUGLIO/AGOSTO 2001
SOMMARIO
Zambia: La signora maestra radio
Africa : Navi negriere fantasma
Lesotho: Stampa e Tv rispettino bambini e donne
Kenya: Adolescenti senza diritti
Lesotho: Il piccolo re perdona il grande presidente
EDITORIALE
Il numero di Africanews in lingua italiana, tipicamente estivo dato
che riguarda i mesi di Luglio e Agosto, e' dedicato praticamente al
mondo dei minori. e' un argomento di grande presa sul pubblico e
questo i media lo sanno, quindi danno ampio risalto ai casi di
pedofilia, di schiavismo, di crimini commessi da adolescenti; molto
meno al turismo sessuale e allo sfruttamento del lavoro minorile.
Battono la grancassa per qualche giorno, poi si passa ad altro perche'
il pubblico si stanca dello stesso argomento dicono, ma in realta'
perche' non si approfondisce piu' alcun problema. Le inchieste serie
e mirate sono state sostituite dai sondaggi, impietosi nei loro
verdetti (il 60% degli italiani ha detto "no", ha detto "si"),
improbabili in tante situazioni. Qualche miglioramento c'e' stato nel
rispetto della figura del minore la cui privacy viene ora piu'
tutelata, prendiamo atto almeno di questo.
In Africa dove la popolazione inferiore ai 15 anni e' praticamente la
magioranza degli abitanti, percentuali attorno al 45%, le stesse che
noi abbiamo ma per le persone sopra i 60 anni, il problema dei minori
e' vastissimo. Nel primo articolo si affronta la questione
fondamentale dell'istruzione. Le tasse e la divisa (a volte basta un
paio di calzoncini e una camicetta, calze e scarpe sono "facoltative")
comportano una spesa di poche decine di migliaia di lire che per la
maggioranza delle famiglie africane rappresenta pero' una cifra
irraggiungibile. Nell'articolo si parla della situazione in Zambia,
paese di 9 milioni di abitanti, nel quale 800.000 bambini hanno
abandonato la scuola per mancanza di soldi.
Ora c'e' un progetto che cerca di rimediare a questa drammatica
situazione che, nell'era di Internet, prepara una generazione di
analfabeti. Il governo ha chiesto aiuto alla cara vecchia radio, che
in questo poverissimo continente ha una diffusione confortante. Non
sono certamente dati opulenti e schizofrenici delle famigliole
italiane (3 macchine, 4 televisori, piu' radio e telefonini e computer
vari) pero', in Zambia ad esempio, ci sono un centinaio di radio ogni
1000 abitanti. Sono piu' che sufficienti per il programma che
impartisce, gratuitamente s'intende, lezioni scolastiche ai bambini
aiutati da un insegnante. Oltre agli indigenti si cerca in tal modo di
recuperare i bambini di strada che vengono valutati attorno ai 75.000
di cui 10.000 nella sola capitale Lusaka.
Il secondo articolo prende lo spunto dall'episodio della nave fantasma
del Benin, una nave di trafficanti che si sospettava trasportasse 250
bambini piccoli schiavi. All'annuncio dell'esistenza di questi
negrieri del 2000 si e' mobilitato mezzo mondo. La nave e' sfuggita
per giorni alle ricerche e quando e' stata bloccata e perquisita si
sono trovati una trentina di minori ma non le prove di un comercio di
piccoli schiavi. Un altro, ennesimo smacco della criminalita', piu' o
meno organizzata, alle leggi internazionali. In paesi poverissimi dove
la corruzione e' sovente un mezzo per sopravvivere, i controlli sulle
illegalita' sono solo chimere.
Il folklore, la tradizione africana sembrano poter resistere a questa
era tecnologica. Un esempio ci viene dall'ultimo articolo che parla
del re del piccolo Lesotho e del presidente del grande e potente Sud
Africa, suo vicino. Thabo Mbeki, il successore di Mandela, l'anno
scorso non era andato al matrimonio di re Letsie III adducendo scuse
per impegni di governo. Il re si era molto offeso e, secondo la
tradizione africana, ha preteso una mucca per riparare lo sgarbo.
Inoltre, nel palazzo reale di Maseru, capitale del piccolo stato (poco
piu' grande del Piemonte ma con soli 2 milioni di abitanti) re Letsie
ha preso in giro Mbeki che aveva portato di persona la mucca
"riparatrice". Una piccola rivincita di un piccolo stato satellite del
grande Sud Africa.
Africanews staff italiano
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Nr.38 - GIUGNO 2001
SOMMARIO
Ghana: Gli esiliati politici tornano a casa
Zimbabwe : La medicina delle grandi illusioni
Angola: Un freno alle follie dell'Angola
Sudan: Il testamento del comandante Kuwa
EDITORIALE
Ci sono storie a lieto fine anche in Africa, viene da dire leggendo il
primo articolo del 38° numero di Africanews in lingua italiana.
Arriva
dal Ghana dove qualche mese fa il duro e diciamo anche spietato Jerry
Rawlings lasciava, dopo 20 anni di potere assoluto, la presidenza al
rivale John Kufour vincitore delle elezioni. Di storie a lieto fine ce
ne sono a miliardi in Africa, la nostra frase all'inizio dell'articolo
serviva come paradosso ironico, per rilevare e stigmatizzare come i
media, in ogni parte del mondo, ben difficilmente riportano notizie
positive dal continente africano.
La notizia che viene dal Ghana si potrebbe dunque sintetizzare
così:
anche i dittatori perdono il posto e vengono cacciati mentre le loro
vittime possono ritornare in patria da dove erano fuggiti
precipitosamente per evitare violenze e sovente l'eliminazione fisica.
Nell'articolo si racconta la storia a lieto fine di un anziano ex-
militare ghaneano che ha trovato il Paradiso in un posto di guardiano
nella capitale Accra. È una piccola storia che scompare dinnanzi
alle
cifre fornite dall'Alto Commissariato per i rifugiati, milioni di
persone che fuggono per le guerre e le carestie. Poi, finalmente un
giorno molti possono tornare come il nostro anziano ex-militare del
Ghana e chissà che qualcuno di loro non trovi il suo piccolo
paradiso
su questa terra.
Con il secondo articolo ci trasferiamo in Zimbabwe, uno stato che
soltanto una decina di anni fa veniva citato come esempio nel campo
della sanità.
Oggi invece tiene banco una polemica su un preparato
erboristico cinese che viene indicato come efficace nella cura contro
l'Aids. Peccato che dalla sua parte ci siano soltanto i guaritori
tradizionali locali mentre il ministero si è limitato a bandire la
pubblicità del farmaco.
Il partito al potere ha però chiesto al
ministro di non essere così duro ma di lasciare che gli ammalati,
circa 3 milioni su una popolazione di 13 milioni, prendano le medicine
che vogliono ma che soprattutto possono comprare perché molto meno
costose di quelle che arrivano dall'Occidente.
Ci sono piccole notizie, riportate soprattutto dalla stampa africana,
che riguardano gli acquisti di armi da parte di paesi dove un ammalato
deve presentarsi all'ospedale con medicine, bende o siringhe se vuol
essere curato. Tu leggi la notiziola che dice: il paese Tal dei Tali
ha acquistato due elicotteri e una motovedetta per un valore di XXX
miliardi. Ti arrabbi, chiedi a Dio di far scomparire dalla faccia
della terra i mercanti di armi e le banche che li hanno come clienti,
poi... pensi quante cose si sarebbero potute fare con quei miliardi.
L'articolo che viene dall'Angola ci da qualche speranza. Il Fondo
monetario internazionale vorrebbe monitorare i guadagni che l'Angola
ricava dalla vendita del petrolio per evitare che questi soldi vadano
a finire nell'acquisto di armi per combattere i ribelli dell'Unita,
una lotta civile che dura praticamente da quando i portoghesi se ne
andarono e cioè dal 1975.
Il Fondo monetario non ispira molta
fiducia
in chi ama l'Africa, visti anche i guai che la sua sorellina Banca
Mondiale ha fatto nel campo della sanità africana, però un
freno a
queste spese che non sapremmo come definire, mostruose, disumane o
demenziali, va messo.
L'Angola ha la seconda peggior incidenza di
motralità infantile mondiale nel 2000 e il 62% dei suoi 13 milioni
di
abitanti vive nella povertà assoluta mentre centinaia di miliardi
di
lire prendono la strada delle fabbriche d'armi siano esse russe,
americane o soprattutto francesi. E allora bisogna sperare nel Fondo
monetario e nelle sue "armi" finanziarie.
L'ultimo articolo è praticamente il testamento politico di un
grande
capo della resistenza Nuba al governo islamico del Sudan. Yusuf Kuwa
è
morto in aprile ma rimane la sua testimonianza sulla lotta di questo
popolo minacciato di genocidio.
Africanews staff italiano
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Nr.37 - MAGGIO 2001
SOMMARIO
Africa: Rilanciata l'idea degli Stati Uniti d'Africa
Ghana: Il Governo sorride alla stampa
Zimbabwe: La corruzione dilaga nei giornali
Sudan: Anche fra alleati ci si uccide
EDITORIALE
Il numero di maggio di Africanews in lingua italiana si apre con un
articolo riguardante un argomento fondamentale per l'Africa:
l'unificazione politica ed economica del continente.
E' un progetto
nato oltre 40 anni fa e il cui padre spirituale viene considerato il
ghanese Kwame Nkrumah che con Lumumba e' l'eroe piu' popolare e amato
del movimento panafricano e dell'emancipazione politica dell'Africa.
Quest'uomo si formo' negli Stati Uniti dell'immediato dopoguerra e si
impegno' a tradurre in piattaforma politica gli ideali di liberta' e
di rinascita storica dell'uomo nero. Nel 1957 porta il suo paese
all'indipendenza e la capitale Accra diventa il centro d'azione per la
liberazione totale del continente e per l'instaurazione degli "Stati
Uniti d'Africa". La sua opera "Africa must unite" viene considerata la
piattaforma ideale e operativa per l'unificazione del continente.
Nkrumah muore nel 1972 quando gia' il suo sogno e di molti altri
uomini politici africani, era svanito. L'euforia e i grandi progetti
sgorgati dalla fine del colonialismo si erano afflosciati ed era gia'
iniziata la divisione fra chi stava con l'Occidente e chi parteggiava
per l'Unione Sovietica: una divisione che sgretolo' lo spirito di
riscatto e di rinascita di un continente.
Oggi, a distanza di quasi
trent'anni dalla sua morte, la sigla magica Stati Uniti d'Africa viene
riportata alla ribalta da un personaggio contraddittorio e a volte
folcloristico come il leader libico Gheddafi. Dal 1969 quest'uomo
guida la Libia e il movimento arabo anti-americano ma cio' non gli ha
impedito di ricevere ultimamente ampi riconoscimenti nel campo
europeo. E' noto che Gheddafi dispone della grande arma del petrolio
per trattare con gli occidentali e la sua ricchezza gli permette di
aiutare in ogni modo paesi africani in difficolta'.
Ora Gheddafi si e' gettato a capofitto nel progetto per creare
l'Unione africana, un consiglio di capi di Stato che possono decidere
in ambito economico, sociale, politico e sanitario. Ma soprattutto
avrebbero il diritto di intervenire negli affari interni degli stati
membri per riportare la pace e la sicurezza quando, ad esempio, siano
stati commessi crimini di guerra o genocidi. E nell'Africa attuale
interventi del genere sarebbero purtroppo frequenti.
Riuscira'
Gheddafi nel suo intento? Che diranno le super-potenze come Nigeria e
Sud Africa? Che faranno Stati Uniti, Europa, Cina e Giappone di fronte
a questo progetto? Sono risposte difficili da dare. Noi, in questa
occasione, dichiariamo apertamente il nostro augurio al leader libico
e agli altri capi di Stato affinche' tale progetto vada in porto e
l'Africa si riprenda la dignita' che le e' stata tolta a causa della
sua poverta'.
I due successivi articoli riguardano entrambi la stampa e la
televisione. Nel Ghana il nuovo presidente Jhon Kufuor, che ha
sostituito Rawlings da 20 al potere, sembra fare un passo verso i
media abrogando gli articoli del codice penale che rendono
problematica la liberta' di stampa.
Per il momento ha dato trasparenza
all'operato del governo lasciando che i giornalisti mettano il naso
nei vari ministeri. Sotto il suo predecessore solo gli addetti agli
organi controllati dallo Stato potevano ricevere certe informazioni.
Tutt'altra musica ci viene dallo Zimbabwe dove sembra essere scoppiata
un'epidemia di corruzione fra i giornalisti. Ci sarebbe da sorridere
vedendo le cifre che sono in ballo. In un caso due giornalisti avevano
preteso 180 dollari (circa 360 mila lire) da un ristoratore per
parlare bene del suo locale minacciando, in caso contrario, di
diffamarlo e di fargli cosi' perdere la clientela. Cifre piccole ma
grosso reato e soprattutto molto diffuso se anche dei giornalisti
sportivi hanno accettato "regalie" per parlare bene di alcune squadre
di calcio.
L'ultimo articolo purtroppo riguarda ancora il Sud Sudan, la terra che
da 18 anni e' teatro di una feroce guerra civile e da grandi carestie.
Ora la miseria provoca rivalita' fra le due etnie Dinka e Nuer,
alleati contro il governo di Khartoum che certamente si da da fare per
fomentare questi contrasti.
Africanews staff italiano
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Nr.36 - APRILE 2001
SOMMARIO
- Kenya: Un premio Nobel accusa la Banca mondiale
- Lesotho: Operai africani schiavi dei cinesi
- Tanzania: Fine di un sogno in Tanzania?
- Zimbabwe: La lunga battaglia delle donne musiciste
- Zambia: Colpa dei rifugiati se la criminalita' aumenta
EDITORIALE
Il trentaseiesimo numero di Africanews in lingua italiana si apre con
il problema piu' scottante e piu' importante fra quelli che tormentano
il Terzo mondo. Si tratta del debito estero ma non solo, si parla
della politica economica che il Fondo monetario internazionale e la
Banca mondiale, entrambi sotto controllo degli Stati Uniti, impongono
ai paesi debitori. Questa storia del debito estero e' vergognosa,
tutti lo sanno, pochi intervengono e tra questi la Chiesa con il
Giubileo e, occorre dirlo, anche lo Stato italiano che ha programmato
la cancellazione di parte dei crediti che vanta nei confronti di paesi
poveri.
Bastano poche cifre riportate dal Dossier della Caritas per il 2000.
Fra il 1980 e il 1996 l'Africa subsahariana composta da 48 paesi ha
pagato 2 volte il suo debito estero effettivo ma dopo questi 16 anni
si e' ritrovata 3 volte piu' indebitata: aveva 84 miliardi di dollari
nel 1980, ne ha pagati 170 e nel 1997 si e' ritrovata, anche per gli
interessi esosi, a quota 235. Da notare che molti paesi, con governi
democratici devono saldare debiti contratti da precedenti dittature e
che il fatto di essere ancorati al dollaro questi debiti si gonfiano
dato che nel '78 il dollaro valeva 800 lire mentre ora e'
abbondantemente sopra le 2000.
Ecco allora intervenire Banca mondiale e Fondo monetario
internazionale che dettano le condizioni per "risanare" i conti
statali con i soliti tagli a sanita', istruzione e impiego pubblico. I
risultati li dicono queste cifre. Negli ultimi 25 anni i consumi sono
aumentati di circa il 2,3% annuo nei paesi ricchi, in Africa la media
dei consumi delle famiglie risulta inferiore del 20% rispetto al 1975.
Il discorso potrebbe proseguire per pagine e pagine. Nessuna sorpresa
quindi se, nel nostro articolo il premio Nobel per la letteratura, il
nigeriano Wole Soyinka, critichi drasticamente le decisioni della
Banca mondiale e del Fondo monetario internazionle, ricordando che le
realta' economiche americana o tedesca sono differenti da quella
africana e quindi certe condizioni risultano irrealistiche e
impraticabili. Quindici anni fa un capo di stato, Thomas Sankara del
Burkina Faso aveva invitato i colleghi africani a non pagare piu' il
debito. "Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci
hanno colonizzati, sono quelli che hanno gestito a lungo i nostri
stati e le nostre economie, loro hanno indebitato l'Africa". Un anno
dopo Sankara veniva ucciso in un colpo di stato.
Il secondo articolo e' strettamente collegato al primo. Si parla del
Lesotho dove delle multinazionali, quella in questione e' di Taiwan,
sono approdate richiamate dai salari bassi e dall'assenza di regole
sindacali. La situazione e' balzata alla ribalta grazie a delle
ricercatrici olandesi che visitando le fabbriche hanno rilevato
condizioni disumane negli orari di lavoro, nelle paghe e soprattutto
nel rispetto dei diritti civili e sindacali. Nell'articolo si dice
apertamente che la Sun Textiles di Taiwan meriterebbe un boicottaggio
nei paesi occidentali come quelli che hanno colpito duramente la Nike
e Nestle'. L'articolo mette inoltre in evidenza come queste
multinazionali, molto mobili, si spostino rapidamente verso aree che
offrono mano d'opera a bassissimo costo lasciando alle spalle una mano
d'opera poco specializzata e spesso fisicamente logorata.
Il terzo articolo parla della crisi scoppiata in Tanzania fra lo stato
centrale, l'ex Tanganika e le isole di Zanzibar e Pemba. Sono lontani
i tempi in cui la Tanganika e Zanzibar avevano creato la Tanzania e
sotto la guida di Julius Nyerere ("mwalimu", il maestro) era diventata
una nazione leader del continente. Ora le isole, a maggioranza
musulmana, vogliono l'indipendenza. I primi morti e i primi profughi
sono un brutto segnale per tutti.
Africanews staff italiano
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