Associazione per la pace - Gruppo Palestina
Riceviamo la notizia di chiusura dell'ufficio del Centro Internazionale Crocevia, Ong Italiana, e Land Research Center a Gerusalemme. Rimaniamo stupefatti e molto amareggiati.
L'Associazione per la Pace esprime la sua solidarietà e il pieno appoggio alle due organizzazioni non governative coinvolti dalla prepotenza israeliana che per l'ennesima volta viola le convenzioni internazionali.
Chiediamo al Governo Italiano e alla Comunità Europea di fare pressioni politiche presso il Governo israeliano affinché i cooperanti possano ritornare a svolgere il loro lavoro e che non si perda il grande lavoro svolto dalle due organizzazioni.
Farshid Nourai
Associazione per la Pace
Qui sotto riportiamo la lettere di Jamal Talab e Stefano Baldini che raccontano la disfatta
Da Gerusalemme
Per il Jamal Talab e Stefano Baldini
Cari amici
vi preghiamo di leggere questo comunicato inviare la lettera di protesta e fare girare il messaggio il piu' possibile.
Stasera, mercoledì 6 febbraio 2002, soldati e polizia israeliani hanno fatto irruzione negli uffici condivisi dalla ong palestinese Land Research Center(LRC) di Gerusalemme e da quella italiana Centro Internazionale Crocevia (CIC) di Roma, che da anni portano avanti nei Territori Occupati programmi di sviluppo agricolo, finanziati dal Ministero degli Affari Esteri Italiano, dall'Unione Europea, dalla Regione Toscana, dalla Provincia di Pisa, dalcomune di Quarrata e da vari altri Enti ed Associazioni italiani.
Dopo aver prelevato tutta la documentazione e i computers, caricati su un camion, senza dare nessuna spiegazione del fatto e non permettendo ad alcuno di avvicinarsi, hanno messo i sigilli alle porte e se ne sono andati. Gran parte della documentazione sequestrata e' relativa ai progetti in fase di attuazione dal CIC e dal LRC, finanziati dall'Unione Europea, dal Ministero degli Affari Esteri Italiano, dalla Regione Toscana, dalla provincia di Pisa, dal Comune di Quarrata e da altri enti e associazioni italiani. Le stesse attrezzature sono state acquistate con i fondi di tali progetti.
Il LRC e' una diramazione dell'Arab Studies Society, organizzazione non governativa palestinese fondata da Faisal Husseini, che fa capo all'Orient House, ed ha come obbiettivi quelli di proteggere la terra palestinese dalle confische, sostenere le attività agricole in risposta alle violazioni commesse dalle autorità israeliane, mantenere i legami tra la Gerusalemme araba e il resto dei territori palestinesi. Le sue azioni di cooperazione con il CIC sono avviate da oltre 10 anni e sono basate sul finanziamento di attività agricole, sul miglioramento delle tecniche di coltivazione e allevamento e su una vasta azione legale nei confronti delle violazioni israeliane sulla questione della Terra. E' da pochi mesi avviata in Italia una campagna del CIC a sostegno della lotta legale contro gli espropri. Ormai da molti mesi il personale del LRC non ha possibilità di operare nella sede centrale di Gerusalemme per il blocco dei permessi e i forti impedimenti alla libera circolazione.
Per portare avanti le azioni previste nei vari progetti siamo stati costretti ad aprire varie sedi distaccate in varie parti dei Territori Occupati. La chiusura degli uffici del LRC e del CIC rappresenta un ennesimo tentativo di bloccare la presenza di associazioni palestinesi nella parte araba di Gerusalemme e al tempo stesso vuole colpire chi porta avanti interventi di "resistenza" contro l'espropriazione delle terre palestinesi da parte dell' autorità militare israeliana, quasi sempre volta all'espansione degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati.
Solo in ottobre e' stato definitivamente raso al suolo il Centro di Sviluppo dell'allevamento bovino allestito a Tulkarm nell'ambito di progetto promosso dal CIC in cooperazione con il Ministero dell'Agricoltura Palestinese e con il LRC, cofinanziato dal Ministero degli Affari Esteri Italiano. Ancora non abbiamo definito una linea di azione per questa ennesima violazione, pur avendo tempestivamente avvisato dell'accaduto il Consolato d'Italia a Gerusalemme.
Nel frattempo vogliamo con questo primo comunicato allertare quanti più possibile, tra Enti, Associazioni e singoli cittadini che in questi anni hanno avuto modo di conoscere il LRC e le attivista portate avanti con tale organismo. Per questo vi chiediamo di intervenire per protestare contro le Autorita' israeliane competenti chiedendo la riapertura degli uffici del LRC e del CIC in Abu Obidah street, 4 East Jerusalem e la restituzione di tutta la documentazione e delle attrezzature sequestrate.
I messaggi di protesta devono essere trasmessi al Primo Ministro Sharon (fax.00972-2-6233388)
al Ministro della Sicurezza Interna Israeliana, Uzi Landau (sar@mops.gov.il)(fax.00972-2-5811832),
al Ministro per gli Affari Esteri Peres (fax 00972-2-5303367),
al Presidente della Knesset Borg (fax.00972-2-6753333),
all'Ambasciata Israeliana a Roma (info-coor@roma.mfa.gov.il),
all'Ambasciata Italiana a Tel Aviv, Ambasciatore G. Gavarai (italemb@netvision.net.il , fax 00972-3-6095068),
al Consolato Generale d'Italia a Gerusalemme, Console G. Ghisi(congeru@netvision.net.il), all'ufficio della Cooperazione Italiana, Direttore A. Aloi (utl@itcoop-jer.org) e a Crocevia per la verifica del numero di lettere inviate (crocevia@inwind.it)
Riteniamo il Governo israeliano responsabile per ogni danno e perdita subiti a seguito dell'irruzione. Comunicheremo tempestivamente le decisioni prese in merito, sperando di avere il sostegno maggiore da parte di voi tutti.
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Associazione per la Pace
Gruppo Palestina
Via Salaria, 89 00198 Roma
Tel. +39 - 068841958
7 febbraio 2002
Se non ora, che la spirale di violenza in Palestina divora la vita e la dignità umana, che i morti si contano a centinaia, che le città palestinesi sono assediate e trasformate in trappole, che donne, vecchi e bambini palestinesi diventano ogni giorno vittime, che gli ospedali palestinesi traboccano di feriti, che dilaga la povertà, la disoccupazione e la sofferenza nei territori occupati.
Se non ora, che la violenza e l'arbitrio accumulatisi nel corso degli anni tracimano sanguinosamente sulla terra di Palestina.
Se non ora, che il Governo di Sharon spietatamente ordisce piani di una guerra devastante contro un popolo sofferente.
Se non ora, che i ponti costruiti faticosamente tra palestinesi e israeliani cadono sotto il peso dell’irruenza del Governo israeliano.
Se non ora, che i giovani palestinesi disperati si suicidano, uccidendo civili innocenti.
Se non ora, quando la comunità europea vuole intervenire?
Non bastano parole, non bastano buoni intenti, occorre utilizzare qualsiasi mezzo politico per fermare una catastrofe preannunciata.
L’Associazione per la Pace si unisce agli attivisti della società civile europea nella manifestazione del 27 febbraio a Bruxelles per chiedere alla Commissione e al Parlamento Europeo di impegnarsi concretamente per:
- fermare la violenza in Palestina
- una pace giusta in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite
- l’invio di una forza internazionale per la protezione del popolo palestinese
Partenza e ritorno in giornata da Roma con il volo Virgin €91.00 (la compagnia aerea non accetta prenotazioni di gruppo, perciò ognuno deve prenotare singolarmente. Attenzione: più ci si avvicina alla data di partenza e più il prezzo aumenta).
Partenza Roma:Per informazioni e prenotazioni Agenzia Impronte Viaggi tel. 06.7001909
Dopo aver prenotato, vi preghiamo di segnalare la vostra presenza all’Assopace tel. 068841958.
Partenza Milano:Partenza e ritorno da Milano con autobus €52.00 (sono inclusi nel prezzo rinfreschi durante il viaggio)
Partenza Milano:Per informazioni e prenotazioni Arci Viaggi 02.54178213
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Associazione per la Pace
Gruppo Palestina
Via Salaria, 89 00198 Roma
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Dì la verità, Shimon!
Gideon Levy, giornalista israeliano
31 gennaio 2002
Ringraziamo i "Traduttori per la Pace" per la traduzione.
Pubblicato su Ha'aretz il 24 Gennaio 2002
Nei 24 anni da che ci conosciamo, quattro dei quali passati come tuo aiutante in campo, questa è la terza volta che ti scrivo una lettera aperta. Nel 1989, quando eri ministro delle Finanze del governo Shamir e scoppiava la prima intifada, utilizzai queste pagine per scrivere "Una lettera all'ex-capo". Allora ti dissi: "per la prima volta nella vita non hai nulla da perdere tranne la prospettiva di svanire". Questo succedeva dopo che eri rimasto in silenzio di fronte alla condotta dell'IDF (Israel Defense Forces) verso l'intifada, di fronte alla continuazione dell'occupazione e all'ostinato rifiuto da parte di Israele di riconoscere l'OLP come rappresentante dei palestinesi. A quell'epoca, credevo che la pensassi diversamente da Yitzhak Shamir e Yitzhak Rabin (allora noti come "duri") ma che non avevi sufficiente coraggio per parlare.
Undici anni dopo, nel 2000, ti scrissi un'altra lettera aperta. Era dopo Oslo e l'assassinio di Rabin e dopo una tua ennesima sconfitta alle elezioni: questa volta erano quelle presidenziali. Allora dissi: "Molti israeliani adesso ti vedono come un'altra persona. Per loro rappresenti la speranza di qualcosa di diverso". E ora, mentre ti scrivo di nuovo, devo dire: non rappresenti più nessuna speranza.
Il governo del quale sei un membro anziano, il ministro degli Esteri, non è più solo l'ultima risorsa nella nostra storia governativa; questo governo è un governo del crimine.
E la partecipazione a questo crimine è un'altra questione. Non è più possibile assolverti, darti credito per Oslo, capire che soffri per quanto sta accadendo, sapere che potresti addirittura arrabbiarti ma che ti trattieni dal parlare e, soprattutto, dall'agire solo in base a considerazioni tattiche che tu comprendi meglio di chiunque altro.
No, il tuo silenzio e la tua inerzia non hanno più scuse: Shimon, sei complice del crimine. Il fatto che tu possa rendertene conto nel profondo e che, a volte, possa esprimere flebili parole di condanna, il fatto che non sia primo ministro proprio mentre l'America sta dando carta banca, il fatto che la maggior parte delle persone la pensi diversamente e che abbandonare e mettersi a scrivere per Ha'aretz, come hai detto, sarebbe inutile - tutte queste scuse non cambiano niente. Continui a servire un governo dalle mani insanguinate, che porge la mano con cui continua a uccidere, incarcerare, umiliare e tu sei complice di tutto questo. Così come il ministro degli Esteri talebano fa parte del regime talebano, tu fai parte del regime di Sharon. La tua responsabilità non è minore di quella del primo ministro. Equivale a quella del ministro della Difesa e del capo di stato maggiore, di cui in privato hai severamente criticato l'operato. Sempre e solo in privato.
Dici che hai saputo dell'assassinio di Raed Karmi, dopo tre settimane dalla tregua palestinese, dalla radio. Secondo te, questo basta a esentarti dalla responsabilità per l'accaduto e perfino dal condannarlo. Mentre l'IDF rioccupava Tul Karm, stavi con Bill Clinton. Quando ti si chiese un'opinione, borbottasti parole incoerenti. Dopo la demolizione delle case a Rafah, chiudesti la bocca e mantenesti il silenzio. Si potrebbe pensare che neanche la distruzione della stazione radio sia tra i tuoi argomenti preferiti. Ma hai la responsabilità di tutte queste cose, di tutte queste azioni che non possono essere definite se non come crimini di guerra.
Chiedi a tuo cognato, il professor Rafi Walden, capo chirurgo dello Sheba Medical Center, che a volte va come volontario di Physicians for Human Rights nei territori occupati e ti dirà di cosa sei complice. Ti racconterà delle donne che stanno per partorire, non una o due, non la rara eccezione, che non possono raggiungere l'ospedale a causa della crudeltà dell'IDF, di cui una volta eri tanto fiero, e dei loro neonati che muoiono non appena vi giungono. Ti racconterà dei pazienti malati di cancro a cui viene impedito di andare in Giordania per la terapia. No, non possono nemmeno andare in Giordania, per "ragioni di sicurezza".
Ti racconterà degli ospedali a Betlemme bombardati dall'IDF. Ti racconterà dei dottori e delle infermiere che dormono nell'ospedale perché non possono andare a casa. Ti racconterà dei pazienti in dialisi costretti ad affollarsi percorrendo strade di fortuna tre volte a settimana, nel disperato tentativo di raggiungere i macchinari da cui dipendono le loro vite. Ti racconterà dei pazienti a cui sono negate cure mediche essenziali a causa del blocco e delle ambulanze a cui viene impedito di attraversare i checkpoint, anche quando trasportano passeggeri gravemente ammalati. Ti racconterà delle persone che sono morte nei checkpoint e di quelle morte a casa perché non hanno osato avvicinarsi ai checkpoint, che ora sono formati da carri armati minacciosi al centro della strada o da cumuli di blocchi di cemento e porcherie che non possono essere spostati, nemmeno per coloro che sono in fin di vita.
Voi tenete prigioniero un intero popolo da oltre un anno con un grado di crudeltà senza precedenti nella storia dell'occupazione israeliana. Il tuo governo sta calpestando tre milioni di persone, lasciandoli in condizioni che non somigliano affatto a una vita normale. Senza poter andare al mercato, senza poter andare al lavoro, senza poter andare a scuola, senza poter visitare una persona cara malata. Niente. Senza poter andare da nessuna parte, senza poter tornare da nessuna parte. Giorno e notte. Movimenti furtivi ovunque e ovunque un altro checkpoint, a soffocare l'esistenza.
Un'intera nazione ha già parzialmente teso la mano in segno di pace, non meno di quanto abbiamo fatto noi, lo sai bene. Ha fatto il pieno di dolore con Nakba nel 1948, con l'occupazione del 1967 fino all'assedio del 2002 e vuole esattamente le stesse cose che vogliono gli israeliani: un po' di pace, un po' di sicurezza e un filo di orgoglio nazionale. Tutta questa gente, nessuno escluso, tutte le mattine si sveglia sull'orlo dell'abisso della disperazione, della disoccupazione, della privazione, adesso anche con i carri armati parcheggiati alla fine della strada.
Sei sempre stato scusato per tutto questo ma ora basta. Chi fa parte di un governo che deliberatamente sabota ogni sforzo palestinese per raggiungere la tregua, che umilia completamente i suoi leader, per cui la vendetta è l'unica forza motivante, che sfrutta cinicamente la cecità e l'ottusità del dopo 11 settembre per fare quello che vuole, non può più essere scusato. È vero, non condividi niente di quanto vuole fare questo governo, ma che importa? Ci sei dentro, sei complice come in qualsiasi altro crimine. Mi capita di vederti mentre rispondi alle domande dei giornalisti sull'ultima deprecabile azione del governo. Il tuo sguardo (e dopo tutti questi anni riconosco le tue espressioni) tradisce disagio, addirittura disgusto. Poi dai una delle tue risposte vaghe, evasive e non proprio dirette. Mormori qualcosa e cerchi di districarti usando imbarazzanti giochi di parole. Come è successo questa settimana quando stavi accanto a Clinton e ti è stato chiesto cosa pensavi dell'occupazione di Tul Karm: non hai risposto niente, niente, limitandoti ad aspettare che la domanda cadesse, di essere lasciato solo e poter tornare a parlare di pace e sogni.
Quando ti è stato chiesto degli assassinii, delle demolizioni, dell'umiliazione di Arafat e del suo scandaloso confinamento, della distruzione dell'aeroporto di Dahaniya o del festival delle munizioni esibite a Eilat, hai corrugato la fronte e dato una mezza risposta. Ma questo non basta più.
È giunto il momento di una risposta schietta, onesta e sincera oppure niente. È giunto il momento di dire che l'occupazione di Tul Karm è stata una mossa insensata, che lo scopo dell'assassinio di Raed Karmi era di rinfocolare la violenza e che la distruzione delle case a Rafah è stato un crimine di guerra oppure il momento di essere come Ariel Sharon. Questo non è il momento per le sottigliezze, per i significati nascosti, per la critica velata in privato perché qui fuori si è scatenato un disastro terribile e sta soffiando un vento contrario che devasta ogni cosa.
Vuoi un esempio? Alcuni giorni fa, ti è stato attribuito di aver detto (sempre in privato) che era difficile per te criticare le azioni del governo quando non lo facevano gli Stati Uniti. Che scusa patetica è questa? Cosa c'entra con le tue posizioni di principio il fatto che negli Stati Uniti vi sia un'amministrazione predatrice il cui potere non è controbilanciato da nessuno nel mondo, che fa quel che vuole e fa fare a Israele quel che vuole? Tutto questo cosa c'entra con il bene di Israele? Cosa c'entra con i valori fondamentali di giustizia e moralità?
Forse dovresti prenderti un giorno di vacanza, cosa che fai raramente, e visitare i territori occupati. Hai mai visto realmente il checkpoint di Qalandiyah, almeno una volta? Hai visto cosa vi succede? Pensi di poter assolvere ai tuoi compiti senza vedere il checkpoint di Qalandiyah? Ti rendi conto di essere responsabile per cosa vi succede? Ti rendi conto che qualsiasi ministro degli Esteri di uno stato che installa questi checkpoint si assume la responsabilità della loro esistenza?
Poi dovresti andare al villaggio di Yamoun e conoscere Heira Abu Hassan e Amiya Zakin, che hanno perso i loro bambini tre settimane fa, quando i soldati dell'IDF non hanno lasciato passare le loro auto al checkpoint mentre avevano le doglie e perdevano sangue. Ascolta le loro storie terribili. Cosa diresti loro? Che ti dispiace? Che non sarebbe dovuto succedere? Che questo fa parte della guerra al terrorismo? Che è sconvolgente? Che forse la colpa è di Shaul Mofaz e non la tua? Il portavoce dell'IDF ancora non ha espresso il rincrescimento per questi due episodi, non ha parlato di nessuna indagine giudiziaria. Ha solo confermato un episodio e ha detto di non sapere dell'altro.
E, altrettanto importante, cosa diresti dei nostri soldati che si comportano in questo modo? Che è a causa della sicurezza nazionale? Che bisogna prendersela con i palestinesi? O con Arafat? La verità, Shimon, è che tu sei responsabile della morte di questi due bambini. Perché hai taciuto. Perché siedi in questo governo.
Sono tempi terribili. Ma il peggio deve ancora venire. Il ciclo di violenza e odio è ancora lontano dal suo culmine. Tutte le ingiustizie e il male perpetrati ai danni dei palestinesi alla fine ci scoppierà in faccia. Un popolo che subisce questi abusi da anni esploderà un giorno in una furia terribile, perfino peggiore di quella a cui ora assistiamo. E nel frattempo i nostri soldati entrano nella stazione radio, depositano esplosivo e la mandano all'aria, senza fermarsi a chiedersi perché.
Questi soldati sono portatori di cattive notizie, non solo per le vittime ma anche per i mandanti. I soldati che distruggono dozzine di case appartenenti ai profughi, con tutte le loro povere cose dentro, senza un attimo di esitazione e certamente senza rifiutarsi di eseguire ordini così evidentemente illegali, non sono buoni soldati, nemmeno per il loro paese. I piloti che bombardano obiettivi nel cuore di città abitate, i carristi che puntano le armi contro le donne che cercano di arrivare all'ospedale per partorire nel mezzo della notte e gli agenti della polizia di frontiera che maltrattano donne e ragazzi non sono un buon presagio per il futuro. Testimoniano tutti della perdita di ritegno che deriva dalla totale perdita di guida.
Sì, quest'anno abbiamo perso la strada. Abbiamo unito le nostre forze con quelle di un primo ministro che è il più esperto guerrafondaio di Israele e nessuno può dire con certezza quali siano le sue intenzioni. E con un'opinione pubblica sottoposta al lavaggio del cervello che parla con una spaventosa uniformità, per te è facile. Da quando un altro membro del tuo partito, Ehud Barak, ha intenzionalmente distrutto il tavolo della pace, sei stato in grado di fare praticamente quel che volevi. L'IDF non indaga più su nessun crimine di guerra e il sistema legale approva ogni ingiustizia che sia avvolta nel manto della sicurezza. Tutto il mondo è impegnato a combattere contro il terrorismo, la stampa si nasconde e l'opinione pubblica non vuole sentire, non vuole vedere e non vuole sapere. Vuole solo vendetta. E coperta da queste tenebre e con il sostegno di una persona della tua statura, l'occupazione è diventata una macchina del crimine e del male.
Naturalmente dirai: cosa posso fare io? Non sono stato eletto primo ministro. E non sono stato eletto presidente del Partito Laburista. Non sono nemmeno il ministro della Difesa. Hai ragione: in questo governo non puoi fare niente e non stai facendo niente. Proprio per questo non avresti mai dovuto entrarne a far parte. Dirai: ho una certa influenza, freno le cose, sono una forza moderata, sto provando. Sciocchezze. Non potrebbe essere peggio di come è ora, perciò dove esattamente stai esercitando la tua influenza e cosa stai impedendo che accada? Avresti mai immaginato di sedere in un governo che avrebbe rioccupato zone dell'Area A completamente indisturbato?
Pensa solo a cosa sarebbe successo se ti fosse alzato e ti fossi dimesso clamorosamente da questo governo e avessi detto al mondo ciò che (forse) senti. Il premio Nobel contro i crimini del governo Sharon. Immagina se ti fossi recato a Ramallah, da Yasser Arafat che è sotto assedio e foste usciti insieme per la strada, affrontando i carri armati israeliani e chiedendo il loro ritiro e il cessate il fuoco. È vero, non sarebbe crollato il mondo, l'occupazione non sarebbe finita e il blocco di Jenin non sarebbe stato tolto ma si sarebbero aperte delle crepe reali nelle fondamenta morali, politiche e internazionali di questo governo attualmente immune. Pensa se avessi detto: Sì, le demolizioni delle case sono un crimine di guerra. Sì, uno stato che ha elenchi di obiettivi da assassinare non è uno stato legale. Sì, l'installazione di un checkpoint che causa la morte delle persone è un atto di terrorismo. No, i palestinesi non sono gli unici colpevoli di questa orgia di sangue. Sì, abbiamo un capo di stato maggiore che costituisce un pericolo per la democrazia. Sì, abbiamo un ministro della Difesa e un presidente del Partito Laburista che è complice del governo per gli assassini e le demolizioni delle case. Sì, abbiamo un primo ministro che vuole solo occupare, vendicare, uccidere, espellere, demolire e sradicare e non pensa ad altro.
Questo è quello che pensi, vero? Se è così, allora dillo, per amor di Dio. Se non lo pensi, allora il tuo posto è davvero in questo governo e noi, che una volta credevamo in te, abbiamo commesso un terribile errore. E per favore, non dire di fare da "punching bag" ancora una volta. Non lo stai facendo. Fin da Oslo, eri la personificazione delle nostre speranze. E queste sono state deluse.
Il tempo passa, Shimon. Non solo per te, ma per tutti noi. Stiamo sul bordo dell'abisso. Se aspetti che Benjamin Ben-Eliezer, Ephraim Sneh, Ra'anan Cohen, Dalia Itzik e i loro simili si accordino vilmente per dimettersi dal governo con l'obiettivo di nuove elezioni, ti potresti trovare confinato nell'oblio da loro. Sai che non vedono l'ora di sbarazzarsi di te per un po' adesso. E anche se ti opponessi sarebbe troppo tardi. Potresti aver già deluso tutti e potrebbe non esserci modo per ricostruire le macerie prodotte da Sharon.
Ma l'unico modo per te per aggiungere un'altra impresa più importante alla tua ricca biografia non è solo alzarsi e dimettersi da questo governo, cosa a cui potresti essere costretto comunque, ma di farlo gridando forte e chiaro, dicendo agli israeliani tutto quello che pensi di quanto sta succedendo, soprattutto sul male che stiamo perpetrando con le nostre stesse mani. Ancora una volta nella vita, cerca di costruire qualcosa di nuovo, non un reattore atomico né un'industria aerea, di cui ne abbiamo più che abbastanza. Adesso, a dispetto di tutti gli ostacoli, cerca di costruire radicalmente un tavolo della pace israeliano, per fare qualcosa oltre il niente. È troppo inverosimile credere che ancora vedi le cose diversamente dal resto dei tuoi colleghi nel governo?
Di' la verità, Shimon.
Action for Peace
Continuano le missioni civili per la protezione del popolo palestinese
21 gennaio 2002
Dal 11 al 18 Febbraio la delegazione Italiana “Actione for Peace” in Palestina e Israele.
La quota di partecipazione €900,00
La spirale di violenza scatenata in Palestina divora le vite umane nella completa indifferenza della Comunità Internazionale. S’ingrandisce il numero di morti e feriti, dilaga la povertà, la disoccupazione e la sofferenza nei territori occupati. Il Governo di Sharon spietatamente ordisce piani di una guerra devastante contro un popolo soffrente. I ponti costruiti faticosamente tra i palestinesi e israeliani cadono sotto il peso dell’ irruenza israeliana provocando reazioni feroci da parte delle fazioni estremiste palestinesi. Non si vede nessun barlume di speranza verso la Pace e la riconciliazione tra i due popoli.
Siamo convinti che solo attraverso l’intervento di una forza internazionale di interposizione si possa raggiungere una vera cessazione della violenza: opzione rifiutata dagli israeliani e ostacolata ripetutamente dagli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U.
Dopo il viaggio che ha visto la presenza più di 400 attivisti europei in Palestina e Israele, la piattaforma Italiana per la Pace in Medio Oriente continua le sue missioni programmate coordinate con GIAPP. “Grassroots Protection for the Palestinian People" e la Rete del Coordinamento Europea.
Per informazione: Associazione per la Pace 06 8841958 - 347645542
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Associazione per la Pace
Gruppo Palestina
Via Salaria, 89 00198 Roma
Tel. +39 - 068841958
Il diritto di ritorno è vivo
21 gennaio 2002
Il diritto di ritorno dei rifugiati palestinesi rimane uno dei nodi cruciali della questione israelo - palestinese. Una pace giusta e duratura è sicuramente vincolata alla soluzione di tale questione.
La terribile situazione attuale molto spesso offusca l’ancor più tragica situazione in cui vivono i rifugiati palestinesi nei campi profughi di Cisgiordania, Gaza, Libano, Giordania e Siria.
Il nostro dovere è quello di ricordare, sempre ed in ogni luogo, il diritto inalienabile dei rifugiati.
Per questo motivo posticipiamo l’invio della seconda parte delle nostre riflessioni di ritorno dalla Palestina e inviamo un articolo del Dr. Salman Abu Sitta che, con molta chiarezza, analizza la questione dei rifugiati palestinesi nell’ambito della legalità internazionale.
IL Dr. Salman Abu Sitta, già membro del Consiglio Legislativo Palestinese, è uno dei maggiori ricercatori sul problema dei profughi, il fondatore del “Palestine Land Society” e il direttore del “International Development and Construction Projects” www.palestineremembered.com.
Ringraziamo Susanne Scheidt per la traduzione.
Farshid Nourai
Gruppo Palestina - Associazione per la Pace
Il diritto di ritorno è vivo e sta in piedi
di Dr. Salman Abu Sitta
ole complementari sono diventate parte integrante della narrativa palestinese durante gli ultimi 53 anni: Al Nakba ed il Diritto di Ritorno. Queste parole costituiscono i due lati di un'unica moneta, l'uno rappresenta il peccato originale, l'altro ne rappresenta l'espiazione.
Al Nakba è la più grande, la meglio preparata e la più lunga operazione di pulizia etnica nella storia moderna. La popolazione di ben 530 comuni e villaggi è stata espulsa nel 1948, svuotando il paese che diventerà Israele del 85% dei suoi abitanti palestinesi. Coloro che non subivano questo destino, cioè gli abitanti del resto della Palestina, si trovano attualmente sottoposti alla più brutale, più lunga occupazione nel mondo, unica del suo genere.
La determinazione dei palestinesi di insistere sul loro diritto di ritorno durante tanti anni di ineguagliabile ostilità mossa nei loro confronti, è unica nella storia. Perciò gli sforzi infaticabili da parte di Israele di corrodere questa determinazione. Gli argomenti per arrivarci sono rimasti invariati da quando il Governo Provvisorio di Israele, incalzato dalla conquista di vasti territori, decise nel giugno 1948 di dichiarare pubblicamente la sua intenzione di usare ogni mezzo per impedire il ritorno dei profughi. La prima vittima di questa politica fu - a parte i profughi stessi - il Conte Volke Bernadotte, che fu assassinato; il suo "lascito" politico sarà la famosa Risoluzione n° 194 (III), paragrafo 11 del 11.12.1948, emanata all'indomani della promulgazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (UDHR).
Sul suolo palestinese, Israele aveva espulso i profughi, commesso massacri, sparato a chi cercasse di tornare ("infiltratori"), distrutto villaggi, bruciato le coltivazioni, importato immigrati e confiscato le proprietà dei profughi (il 92% di Israele).
Sul piano della propaganda, Israele creò nuovi miti (la "Palestina è un paese senza popolazione"), quali: il ritorno dei profughi non sarebbe possibile, i confini si sarebbero persi, il paese sarebbe colmo ed il ritorno dei palestinesi "inquinerebbe il carattere ebraico" dello stato. Nessuno di questi miti regge ad un esame serio o potrebbe essere accettato per giustificare la violazione di diritti umani.
Nell'interpretazione legale della Risoluzione n° 194, si è cercato sotterfugi definendo tale Risoluzione una "raccomandazione" oppure mettendo in dubbio il significato di "paese" e di "dimora". Senza un esame serio di queste rivendicazioni, e sotto il pretesto di volere "essere pragmatici", alcuni ufficiali ed accademici palestinesi hanno adottato questi pareri israeliani. Uno scambio libero di idee è assolutamente salutare. Non lo è però il tentativo di scardinare diritti inalienabili.
Le idee tanto pubblicizzate di Sari Nusseibeh, presentate inizialmente, 10 anni fa in società con il suo co-autore del Likud israeliano, Mark Heller, possono essere riassunte in poche parole: il diritto "riconosciuto" di ritornare potrà essere realizzato con un ritorno dei profughi nel nuovo stato della Palestina (ad incerta definizione) sicché i palestinesi dovrebbero essere cittadini del loro proprio stato (etnico) così, come gli israeliano del loro (ebreo).
Proposte del genere stravolgono sia il concetto di sovranità su un territorio - un concetto politico e negoziabile - che il diritto di ritorno che è un diritto inalienabile e non ha nulla da vedere con il territorio in questione. Diritto di ritorno e sovranità sul territorio non sono in alcun modo legati. Inoltre, non esiste nella normativa internazionale un concetto di uno stato "ebraico" o di un popolo ebraico. Il Piano di Spartizione del 1947 (Risoluzione 181), sulla base del quale fu dichiarato lo stato di Israele ripudia chiaramente ogni concetto del genere dichiarando, agli articoli 2 e 3, la protezione di tutti i diritti politici e civili della "minoranza" araba nello stato degli ebrei e viceversa. Lo stato sarebbe dovuto proteggere tutti i suoi cittadini, chiunque fossero. Ma Israele si dichiara di essere lo stato di coloro che non sono i suoi cittadini (gli ebrei sparsi nel mondo) e non invece, lo stato dei suoi cittadini (i palestinesi in Israele). Questo concetto razzista è in contrasto con la legalità internazionale e non può essere accettato.
I tentativi di mettere in discussione la validità della Risoluzione n° 194 sono solo una perdita di tempo, visto che è sostenuta dall'opinione prevalente degli esperti di diritto. La Risoluzione n° 194 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non è un'invenzione, bensì l'applicazione della legalità internazionale. Perciò essa è stata riconfermata ben 135 volte dall'ONU, un caso unico nella storia dell'ONU e fa capo, inoltre, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo nonché ad analoghe convenzioni europee, americane ed africane. Infine, essa deriva dall'inviolabilità della proprietà privata che non si estingue ne col passare del tempo, ne con l'occupazione e non di certo con cambiamenti della sovranità.
Contrariamente a certe interpretazioni errate, la Risoluzione n° 194, in linea con la Legge sulla compensazione, richiede il ritorno e (non "oppure") la compensazione, quest'ultima in considerazione delle perdite e dei danni subiti in presenza del ritorno, o in sua assenza.
La Risoluzione n° 242 non ha mai cancellato la Risoluzione n° 194, il che risulta chiaramente e senza equivoco dai continui riferimenti alla n° 194 fatti perfino all'ultima Assemblea Generale del novembre-dicembre 2001. I punti della Risoluzione n° 242, che si riferisce solamente agli esiti della guerra del 1967 che chiedono "una giusta soluzione della questione dei profughi della guerra", semplicemente rimandano per la delibera in materia a Risoluzioni preesistenti ed alla legalità internazionale.
L'autore di un articolo apparso sul Jordan Times il 30.12.2001 espone un argomento che viene presentato spesso dagli israeliani, cioè, che a suo tempo gli arabi avrebbero votato contro la Risoluzione n° 194. Occorre sapere perché e come.
Gli stati arabi (Egitto, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Siria, Yemen - la Giordania non viene menzionata) e l'Unione Sovietica votarono contro la Risoluzione intera (non contro il suo paragrafo 11 - il diritto di ritorno) perché il pacchetto contiene numerosi punti ambigui ed inaccettabili. La Risoluzione n° 194 contiene 15 paragrafi, dei quali il paragrafo 11 si occupa del ritorno dei profughi nell'ambito di un piano comprensivo di tre elementi: 1) permettere loro di ritornare ed essere compensati, 2) portare assistenza ai profughi, in seguito adempiuto da parte dell'UNRWA e 3) facilitare il rimpatrio e la riabilitazione dei profughi.
Altre clausole si riferiscono alla questione dell'internazionalizzazione di Gerusalemme, lo "sviluppo economico dell'area" in termini piuttosto vaghi, mentre nessun riferimento fu fatto alle allora recenti (parliamo dell'ottobre-novembre 1948) nuove conquiste di Israele che incrementarono l'area occupata dal 25% al 60% dell'area di Israele. Il contesto generale della Risoluzione sembra appoggiare la risoluzione della spartizione (già ripudiata dagli arabi perché attribuiva il 54% del paese alla minoranza ebrea che controllava soltanto il 6% della Palestina), ma, ciò che era peggio, senza definire in alcun modo i confini certi di Israele ed implicando così, il condono preventivo per un'espansione illimitata dalla parte di Israele.
Gli arabi non hanno mai rifiutato il paragrafo 11, come risulta chiaramente dagli atti della conferenza di Lausanne nel 1949. In effetti, gli arabi all'epoca accettarono Israele come stato, facendo una concessione notevole, mai sottolineata a dovere, ma lo fecero a condizione che ai profughi fosse concesso di ritornare a casa loro. Il Protocollo di Lausanne, firmato il 12 maggio 1949 constata questo chiaramente e contiene un allegato con il Piano di Spartizione del 1947 come base per le discussioni. Dalla corrispondenza diplomatica americana e dal Protocollo della Conferenza del 12 maggio 1949 risulta che per gli arabi il prerequisito per il riconoscimento di Israele è il ritorno dei profughi. L'unica eccezione, secondo queste corrispondenze diplomatiche (vedi Burdett, 12 febbraio 1949, FRUS 1949, pp. 744-746) era la Giordania che accettò di risistemare i profughi sul suo territorio, ma chiedendo Israele di ritirarsi da una maggiore fetta del territorio palestinese in modo da potervi insediare più rifugiati.
Intanto, tutta la questione del voto arabo sulla Risoluzione n° 194 è piuttosto sterile. Ci si potrebbe domandare: che differenza fa ? il diritto di ritorno è un diritto individuale al quale soltanto gli individui interessati possono rinunciare personalmente. Per via dell'estensione all'autodeterminazione, tale diritto è un diritto collettivo.
Per quanto riguarda la legge internazionale umanitaria circa il trattamento di civili in periodo di guerra, tale legge è applicabile ai fatti di Al Nakba ed ai fatti dell'odierna occupazione della West Bank e di Gaza. La minaccia di applicare lo Statuto di Roma del 1998 che attribuisce ai coloni ebrei, agli ufficiali dell'esercito israeliano ed ai funzionari del governo israeliano la fattispecie di criminali di guerra, dovrebbe, qualora espressa, costituire un deterrente serio alle atrocità di Israele.
A prima vista, il Diritto di Ritorno rimane l'orientamento di fondo per i profughi palestinesi,con o senza le risoluzioni dell'ONU.
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Associazione per la Pace
Gruppo Palestina
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Fino a quando?
2 dicembre 2001
Esprimiamo la nostra solidarietà alle famiglie delle vittime degli attentati in Israele e condanniamo fermamente chiunque si renda responsabile di atti terroristici.
Tuttavia crediamo che non sia sufficiente. Occorre entrare nel merito della questione, analizzare ciò che succede in Palestina e Israele. E' necessario scovare le radici del male e della linfa dell'odio che lo nutre.
Le ingiustizie e i soprusi di un'occupazione illegale e immorale gestita con pugno di ferro, violentando le risoluzioni, le convenzioni internazionali e i codici etici hanno causato la disperazione del Popolo palestinese.
I palestinesi, ormai da 14 mesi, affrontano quotidianamente assassinii e ferimenti dei loro figli, distruzione delle loro case e dei campi coltivati, subendo un accerchiamento economico che li ha portati alla bancarotta. L' umiliazione e la rabbia sono le uniche sensazioni che i palestinesi percepiscono dietro di ogni blocco stradale israeliano. Nessuno è immune dai violenti attacchi dell'esercito e dei coloni israeliani né bambini, né donne né vecchi.
La politica cocciuta di Sharon non solo ha chiuso qualsiasi porta per una trattativa, bensì ha distrutto nel boato di una violenza insensata tutti i ponti che faticosamente erano stati costruiti tra i due popoli. Il governo israeliano fa del suo meglio per umiliare, delegittimare e mortificare l'Autorità Palestinese che si sforza in tutti modi di tornare ad un tavolo di trattative. In questo clima le fazioni violente della società palestinese gridano alla vendetta mettendo in opera attentati atroci coinvolgendo innocenti. Si è costituito un anello di vendetta tra il governo israeliano e queste fazioni che corrode il pensiero di pace. Ora tocca agli israeliani e dopo verrà il turno di Hamas o chi per loro. Fino a quando?
Nessuna giustificazione per gli orrendi l'attentati. Tuttavia occorre condannare con lo stesso vigore anche il terrorismo di Stato israeliano.
Farshid Nourai
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