ASSOCIAZIONE AZAD


1/2/2002

Il riavvio del notiziario settimanale NEWROZ 2002 è slittato ancora di una settimana, e ce ne scusiamo. Arriverà a tutti/e entro lunedì prossimo, con una sintesi degli avvenimenti di gennaio.
Intanto cerchiamo di coprire la carenza di informazioni dalla Turchia diffondendo alcuni materiali utili, che chiediamo di riprodurre e diffondere ampiamente.
Si tratta:
1. della pagina pubblicata oggi dal quotidiano Il Manifesto, in cui Orsola Casagrande riassume i dati della dura repressione in corso in Turchia contro il partito Hadep, minacciato di scioglimento, e contro gli studenti kurdi che rivendicano apertamente il pluralismo linguistico; e Dino Frisullo aggiorna sulla situazione di Abdullah Ocalan e del suo partito, sintetizzando anche l'unica intervista filtrata in tre anni dal carcere di Imrali e pubblicata dal quotidiano della diaspora kurda in Europa "Ozgur Politika" (la stessa pagina ospita le foto inedite di Ocalan nella sua cella d'isolamento);
2. dell'interrogazione presentata nella stessa data da tre senatori dei gruppi Prc, Verdi e Ds, sulla repressione antikurda in corso in Turchia.
3. del verbale della seduta della Camera del 31.1.02, in cui il sottosegretario Boniver risponde all'interpellanza sottoscritta da Giovanni Russo Spena e cinquanta deputati di diversi gruppi, sulla lunga agonia dei prigionieri politici della sinistra turca in sciopero della fame da oltre un anno;





9/10/2001

IL PKK AL FORUM ANTILIBERISTA

Il testo dell'intervento pronunciato da Hevi Dilara a nome del PKK nella sessione su "Popoli, migranti e diritti negati" del Forum antiliberista "Un altro mondo è possibile" che si sta tenendo a Roma fra l'8 e il 10 novembre.

INTERVENTO DI HEVI DILARA A NOME DEL PKK (PARTITO DEI LAVORATORI DEL KURDISTAN)
Io sono una "terrorista". Il Dipartimento di Stato ha inserito nella lista dei "nemici dell'umanità" il partito a nome del quale vi parlo, il PKK, che rappresenta la speranza e l'umanità di un intero popolo.
Questo mio intervento sarebbe un reato negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna o in Germania, dove per aver parlato come me sono stati arrestati nell'ultimo anno settantuno miei compagni. Il governo del paese in cui sono nata, la Turchia, in nome della guerra comune ha inviato ai governi europei una lista nera di 147 "terroristi". Non so se c'era anche il mio nome.
Tre giorni fa a Colonia un dirigente del PKK incluso in quella lista è stato arrestato. L'accusa è "aver accreditato un'immagine pacifica del PKK". Cioè: essersi battuto per la strategia di pace e convivenza annunciata tre anni fa dal più illustre fra i rifugiati politici in Italia, fra le vittime del terrorismo internazionale in Kenya e fra i condannati a morte in Turchia: il nostro presidente Abdullah Ocalan.
E' strano il rovesciamento dei concetti, specie in tempo di guerra. I militari italiani combatteranno in Afghanistan fianco a fianco con quelle squadre speciali il cui nome suona sinistro in Turchia: "Ozel Tim". Sono coloro che sette anni fa torturarono in una cella me e mio padre, uno davanti all'altra. Sono coloro che una settimana fa hanno ucciso sulla porta di casa Burhan Kocar, dirigente del partito Hadep, e tre giorni fa hanno sparato sui corpi di detenuti già morenti per fame a Istanbul. Sono il simbolo del terrorismo di Stato che da quindici anni insanguina il mio paradiso, il Kurdistan.
Il paradosso continua. Davanti a sé i militari turchi e italiani avranno milizie islamiste simili a quelle che in Turchia negli anni '90, armate dal governo come squadre della morte con il nome di Hizbullah, hanno massacrato migliaia di intellettuali e militanti politici e sindacali. Io sono qui per denunciare, a nome di un popolo negato, l'uso strumentale che si fa del termine "terrorismo" per continuare a negarlo. Sono qui per denunciare il terrore di Stato che sospinge nelle metropoli turche milioni di profughi e li affida, per raggiungere l'Europa, alla stessa mafia di Stato che commercia l'eroina e le armi convenzionali e nucleari. Sono qui per riaffermare che questo terrore non si sconfigge con le bombe, ma con il dialogo e la democrazia che noi rivendichiamo da troppi anni.
Neppure oggi, mentre nella mia terra permangono leggi d'emergenza e cinquemila militari turchi tornano a invadere il Kurdistan irakeno, abbiamo chiesto a nessuna alleanza internazionale di bombardare Ankara o Istanbul. Le bombe alimentano rabbia, paura e guerra. La giustizia non scende dai cieli né con le bombe né con gli aerei-bomba: può solo salire dalla terra, dal grido delle vittime.
I nostri esuli hanno aperto negli ultimi mesi tutte le manifestazioni per la pace e i diritti dei popoli, da Genova a Napoli, da Perugia a Roma. Senza alcuna contraddizione, hanno anche manifestato in Campidoglio in solidarietà con il popolo americano all'indomani dell'attentato di New York. Anche sabato prossimo saremo in piazza con voi.
Noi siamo gli indios d'Europa, come gli zapatisti sono i kurdi d'America. Ma abbiamo in più la sventura di essere vicini all'epicentro del potere e delle tensioni mondiali, il Medio oriente. Se la guerra si estenderà, i kurdi ne saranno ancora fra le prime vittime, come già nel '91 con la guerra del Golfo.
Noi lottiamo per esistere in pace e dignità. La nostra Intifada si chiama Serhildan, ed ha lo stesso significato della parola palestinese: camminare a testa alta. Lottiamo contro una globalizzazione che nega i kurdi, i palestinesi, gli indios, che nega interi continenti, ma anche bisogni e soggetti qui in occidente.
Lottiamo per esistere liberi e uguali, non per schiacciare altri popoli. Abbiamo ricostruito sulle macerie identità e istituzioni nazionali, ma non siamo nazionalisti. Sappiamo che la libertà è indivisibile, che nessuno è libero se accanto a lui un altro essere umano è oppresso.
Per questo abbiamo proposto una soluzione democratica e federativa per la Turchia e per tutto il Medio oriente. Come voi, vogliamo globalizzare i diritti e le libertà.
Lo dicevamo già a Firenze: noi non chiediamo la vostra solidarietà, ma vi proponiamo un'alleanza. Noi rappresentiamo un grande e antico popolo. Voi siete una minoranza, in quella minoranza del pianeta che è il Nord del mondo. Il vostro progetto non può camminare senza le gambe della maggioranza oppressa. Ma la nostra proposta di pace e dignità solo a voi, in questa parte del mondo, può guardare con speranza e con fiducia.





6/10/2001

Strage a Istanbul: aggiornamento e testimonianze

Traduciamo dal turco il primo rapporto dell'Associazione diritti umani di Istanbul sui gravissimi fatti di Istanbul, giunto alle 21.06 di ieri, lunedì 5 novembre.
A questi primi dettagli vanno aggiunte altre notizie di aggiornamento:
- la polizia belga in serata ha caricato con violenza un pacifico presidio di circa trenta familiari e compagni degli scioperanti della fame, che intendevano protestare contro la visita del ministro turco degli Esteri Ismail Cem, a Bruxelles per partecipare al vertice di Euromed. Almeno tre persone sono state portate via con il volto insanguinato. Il presidio si riconvocherà comunque oggi dinanzi alla sede del vertice;
- in tarda serata la polizia è tornata ad Armutlu per arrestare gli altri scioperanti della fame: impedita dalle barricate e in numero esiguo, si è ritirata, ma in compenso ha arrestato nelle loro case il presidente della Tayyad (Associazione familiari dei detenuti) Betul Gokoglu e altri due attivisti;
- due detenuti nel carcere d'isolamento di Sincan (uno di quelli in cui sono stati trasferiti i detenuti politici dopo il sanguinoso blitz del 19 dicembre, e in cui prosegue lo sciopero della fame di centinaia di prigionieri) si sono dati fuoco per protesta contro la strage di Armutlu: non si hanno notizie sulle loro condizioni.


IHD - INSAN HAKLARI DERNEGI - ISTANBUL SUBESI
IHD - ASSOCIAZIONE DIRITTI UMANI - SEZIONE DI ISTANBUL

Questo è il sanguinoso bilancio dell'operazione condotta oggi da oltre mille agenti di polizia agli ordini della direzione di pubblica sicurezza di Istanbul.

HANNO PERSO LA VITA:
Sultan YILDIZ, scioperante della fame
Arzu GULER, scioperante della fame
Bulent DURGA, attivista
Baris KAS, attivista

SONO RIMASTI FERITI:
Ali Baydar BOZKURT, attivista
Sinan TOKGOZ, attivista
Nurgul KAYPINAR, scioperante della fame
Zeki Lutfu DOGRU, attivista
Hakki SIMSEK, attivista
Guzin TOLGA, attivista
Dursun Ali TEKIN, scioperante della fame
Sinan TURGA, attivista
Eylem GOKTAS, attivista

Una delegazione di dirigenti e operatori della sezione di Istanbul dell'IHD si è recata nel quartiere di Kucuk Armutlu subito dopo l'operazione di polizia.
Esponiamo le prime risultanze della nostra indagine.
La delegazione è giunta sul luogo dei fatti alle 17.15. Al quartiere si poteva accedere solo da un suburbio, essendo bloccate tutte le strade di accesso dai blindati della polizia.
La delegazione ha potuto verificare il taglio di tutte le forniture di elettricità nel quartiere, che appariva deserto e avvolto in un silenzio di morte. Nella penombra si aggiravano pochissime persone, mentre gli agenti di polizia, ritirandosi dall'interno del quartiere, prendevano posizione presso tutti gli ingressi.
Ecco ciò che i testimoni dei fatti hanno raccontato.
L'operazione è stata realizzata alle ore 15 da circa mille agenti delle unità mobili e delle squadre speciali, tutti muniti di maschere nere. Secondo gli abitanti del quartiere la polizia è avanzata all'improvviso su due direttrici, sparando a volte su obiettivi precisi, a volte a casaccio. Mentre i tiratori prendevano posto sui tetti continuando a far fuoco, le forze di polizia si sono dirette verso le case in cui si svolge lo sciopero della fame. I testimoni oculari, cittadini del quartiere, attestano che nessuna resistenza è stata opposta né dalle case degli scioperanti della fame, né da parte di coloro che si trovavano sulle barricate elette per solidarietà o nei dintorni di esse. Al contrario, la polizia ha aperto il fuoco contro questi assembramenti non appena uno di coloro che si trovavano sulle barricate, Ali Haydar Bozkurt, si è dato fuoco per protesta.
Gli stessi testimoni oculari hanno affermato che nel corso dell'operazione da una delle case che ospitano lo sciopero della fame, di proprietà di Senay Hanogluna, si sono levate alte le fiamme, e solo dopo diverso tempo la polizia e i vigili del fuoco sono intervenuti per spegnere l'incendio.
Successivamente i corpi delle quattro persone ustionate, ancora agonizzanti, sono stati ammucchiati uno sull'altro, così come i feriti sono stati lasciati per terra, e molto tempo dopo gli uni e gli altri sono stati trascinati fino a caricarli sulle ambulanze.
Gli osservatori hanno poi potuto constatare che gli scioperanti della fame sopravvissuti si sono trasferiti in un'altra abitazione, nella quale pure si svolgeva il digiuno ma la polizia non era entrata. Tutto intorno sono state erette barricate, mentre nella casa si prendevano tutte le misure atte a fronteggiare eventuali nuove emergenze
Il gruppo di osservatori stilerà successivamente un rapporto più dettagliato sui fatti.

Servizio di documentazione dell'IHD - Istanbul





5/10/2001

STRAGE A ISTANBUL, ESODO NEL MEDITERRANEO: LA TURCHIA INAUGURA LA SUA GUERRA
Oltre mille agenti e militari, preceduti da decine di panzer e ruspe e accompagnati da un forte fuoco di cecchini appostati sui tetti, hanno dato oggi alle 14 l'assalto al piccolo quartiere di Armutlu a Istanbul, dove da un anno prosegue il dramma dello sciopero della fame di decine di ex detenuti politici e di loro familiari contro la generalizzazione delle celle d'isolamento, con la solidarietà della popolazione.
Secondo l'IHD (Associazione diritti umani), che ha inviato osservatori sul luogo, il bilancio è tragico: fra quattro e sei morti, decine di feriti anche gravi e centinaia di arresti, la distruzione con il fuoco di almeno una delle "Case della resistenza", le altre invase dal fumo di lacrimogeni e gas tossici.
Di due persone, fra cui il portavoce del digiuno Haydar Bozkurt, si sa che si sono uccisi con il fuoco per protesta, mentre è probabile che gli altri siano stati uccisi dalla polizia. Già per la strage nelle carceri del 19 dicembre l'autopsia rivelò che molti dei "suicidi" erano stati deliberatamente dati alle fiamme dalla polizia. Ai 28 morti in quell'irruzione si sono poi aggiunte altre 46 morti per fame dentro e fuori dalle prigioni, nel vergognoso silenzio del mondo, ed ora il bilancio è destinato ad aumentare vertiginosamente.
La luce verde alla strage, più volte minacciata e annunciata dal ministro della Giustizia Sami Turk, è legata alla partecipazione turca alle operazioni in Afghanistan: il regime ritiene di avere le mani libere nella repressione di ogni dissenso e nel rilancio della politica del terrore. Pochi giorni fa un dirigente dell'Hadep della città kurda di Dogubeyazit, Gurhan Kockar, era stato assassinato da militari sulla porta di casa.

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L'associazione Azad, raccogliendo l'appello dell'associazione Tayad da Londra, chiede di moltiplicare fax di protesta in inglese a questi indirizzi:
Prime Minister Bulent Ecevit Fax: 0090312 417 04 76
President Suleyman Demirel: Tel-Fax: 0090312 427 13 30
Interior Minister: Tel-Fax: 0090312 418 17 95
Embassy of Turkey in Rome: 06.4941526

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Il terrore e la guerra moltiplicheranno l'esodo, il cui drammatico simbolo è oggi l'odissea della nave Erenler nel mare Jonio. Degli oltre mille profughi partiti sei giorni fa da Cesme (Izmir), fra cui trecento bambini, la grande maggioranza erano kurdi e molti afghani: le vittime di due guerre. Già venerdì scorso 69 afghani erano sbarcati fortunosamente nelle isole greche di Kos e Symi.
Il dramma delle Erenler, da cinque giorni in mare e da tre giorni alla deriva nel mare in tempesta senza equipaggio né viveri dopo l'incendio del motore, non poteva essere ignota alle autorità turche e greche ed agli apparati Nato che controllano il Mediterraneo.
Probabilmente solo la segnalazione alla polizia italiana, da parte dell'Ufficio d'informazione del Kurdistan di Roma che aveva raccolto ieri sera il drammatico appello giunto dai telefonini dei naufraghi alla confederazione kurda in Europa Kon-Kurd, e la comunicazione dall'Italia alle autorità greche, ha obbligato queste ultime a intervenire rimorchiando la nave nell'isola di Zante con il suo carico di profughi affamati, e probabilmente di morti nell'incendio della sala macchine. Per tre giorni i profughi sono stati abbandonati al mare forza sei al largo di Zante: il primo segnale di intervento è stato un sorvolo di elicotteri greci solo nella scorsa notte, dopo la richiesta di informazioni da parte della polizia italiana. Si è coscientemente sfiorato un dramma di enormi proporzioni.
(Dino Frisullo - 5.11.01)





3/10/2001

TUTELA DEI PROFUGHI DI GUERRA: LA "CAMPAGNA MALLI GULLU'"

A CHI, PER CHI?
Malli Gullù era la 27enne madre kurda, già detenuta, torturata e condannata in Turchia perchè militante del partito di opposizione Hadep, morta per asfissia nello scorso ottobre nella stiva d'una nave negriera diretta a Crotone.
Alla sua memoria l'associazione Azad propose, nella recente assemblea nazionale dei Social Forum a Firenze, d'intitolare una campagna specifica di tutela e garanzia dei profughi di guerra (non solo kurdi ma afghani, irakeni, slavi, rom), all’interno dell’impegno generale contro il ddl segregazionista Bossi-Fini su immigrazione ed asilo. La proposta fu accolta dall'applauso unanime dell'assemblea.
Giriamo ora la proposta alle agenzie nazionali impegnate in questo campo (Cir, Ics, settori dell'associazionismo religioso, organismi di tutela delle popolazioni rom, giuristi democratici, associazioni pacifiste e movimenti contro la guerra), oltre che ai coordinamenti locali come quelli di Bari e Trieste e il "No Border Social Forum" friulano.

CON QUALI OBBIETTIVI?
Le linee di azione proposte sono:
- una presenza diretta alle frontiere (anzitutto Gorizia, Trieste, Ancona, Bari e Brindisi) per impedire che i profughi siano respinti in violazione del diritto d’asilo;
- la richiesta di automatica "protezione umanitaria", fermo restando il diritto e la procedura di asilo, per chi provenga da aree di guerra e/o di persistente violazione dei diritti umani;
- la contestazione puntuale dei dinieghi di asilo e delle espulsioni (o peggio delle illegali deportazioni di massa) da parte di una specifica rete di monitoraggio e intervento legale, facendo circolare anche i testi di ricorsi e sentenze;
- la richiesta, nelle citta’ a forte presenza di profughi, di specifici centri i cui utenti non siano puramente assistiti ma possano autogestire accoglienza, inserimento sociale e comunicazione culturale;
- il rifiuto netto dell’estensione ai richiedenti asilo della detenzione amministrativa prevista dal ddl Bossi-Fini, e la forte denuncia dei casi in cui questa detenzione, da Lecce a Gorizia, è già oggi praticata di fatto.

PROFUGHI DI GUERRA...
L'articolo di Dino Frisullo che riproduciamo qui sotto, pubblicato oggi dal Manifesto, fornisce alcuni dati di partenza utili. Il nesso con la guerra in corso è evidenziato dalla pubblicazione, nella stessa pagina del quotidiano, di un articolo con cui Loris Campetti denuncia l'imminente invio sul teatro di guerra afghano di commandos turchi.
La logica amico-nemico della guerra confligge inevitabilmente con il principio della tutela universale dei diritti umani: mano libera alla Turchia contro i kurdi, alla Russia in Cecenia, alla Cina in Tibet, ad Israele in Palestina - e criminalizzazione più o meno esplicita delle vittime, che nella logica degli Stati divengono "terroristi".
Infatti la nuova legislazione antiterrorismo, inaugurata dalla Gran Bretagna prima dell'attacco alle Twin Towers ed ora in via di estensione all'intero Occidente, è la negazione in radice del diritto di asilo. Il ministro della Giustizia degli Usa rispondeva con ferocia, ieri, a chi contesta l'arresto indiscriminato di quasi mille persone di origine araba o religione islamica: "Arresteremo ogni straniero che sputa per terra in questo paese". La stessa logica guida i rastrellamenti "etnici" e la campagna islamofobica in corso in Italia.
I profughi divengono, in questo senso, testimoni e ostaggi del dramma della guerra. Il loro riconoscimento, non solo come vittime e titolari del diritto individuale d'asilo ma come soggetti di diritti collettivi negati, è prioritario per chiunque voglia opporsi alla logica schiacciante della guerra. E' per questo che l'associazione Azad ha proposto che siano protagonisti anche del controvertice e della manifestazione di Roma, fra l'8 e il 10 novembre, e del successivo incontro nazionale sull'opposizione al ddl Bossi-Fini, domenica 11 novembre a Roma presso il Villaggio globale.

CHE FARE?
Anzitutto rispondere con un cenno d'assenso, individuale o collettivo, a questo messaggio, indicando se possibile la forma del proprio impegno.
Un impegno che vuol essere alla portata di chiunque: dalla raccolta e diffusione di informazioni e denunce sulla violazione del diritto di asilo e dei diritti sociali e civili dei profughi (anche quelli già presenti in Italia, riconosciuti o no, come in tanti "campi nomadi"), all'organizzazione di petizioni, pressioni e manifestazioni, all'invio di delegazioni nei luoghi dell'esodo (va di fatto in questo senso la delegazione di donne e parlamentari appena partita per il Pakistan, e quella che Azad vuole organizzare in Turchia e in Kurdistan nel periodo natalizio, sulle orme di un'analoga missione della tedesca Pro-Asyl), e viceversa all'invito e all'incontro con chi tutela i diritti umani in quei luoghi (in dicembre dovrebbe essere in Italia la dirigente dell'Associazione turca per i diritti umani Eren Keskin).
Il sito sull'immigrazione e l'asilo che l'associazione Senzaconfine sta per aprire nel portale Unimondo, e la relativa mailing-list, potranno essere un punto di riferimento. Per ora, l'indirizzo mail di Azad da cui ricevete questo messaggio è a disposizione della campagna. Tutti coloro che aderiranno, anche semplicemente rispondendo in bianco a questo messaggio, saranno inseriti in una specifica mailing-list.

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"STRETTA DI FRONTIERA"
(Il Manifesto, 3.11.2001)

Erano profughi di guerra quelli che il 19 ottobre la polizia indonesiana forzò a ripartire da Sumatra: afghani, kurdi, irakeni. La nave colò a picco, si salvarono solo 44 su oltre quattrocento. Al largo dell'Australia, profughi kurdo-irakeni hanno messo il salvagente ai loro bambini e li hanno gettati in mare nel vano tentativo di garantirgli un futuro.
Arrivano fino all'altro emisfero i frammenti delle bombe. Ogni esplosione ne fa presagire mille, non solo in Afghanistan ma in Iraq, in Turchia, in Pakistan. Si frega le mani la mafia turca che, secondo un rapporto della polizia italiana, dal quartiere di Aksaray a Istanbul controlla un business già pari a 8-10 miliardi di dollari l'anno e paga i trafficanti albanesi e greci in eroina, quattro chili a carico umano.
L'esodo di guerra si annuncia imponente. L'Iran prepara grandi campi di concentramento. La Turchia, memore dell'afflusso dei kurdo-irakeni nel '91, sigilla la frontiera orientale. Ventimila persone già premono al confine della Grecia, che ha rinunciato ad espellere in Turchia i 220 kurdi del campo di Lavrion di fronte al loro sciopero della fame. E l'Alta corte inglese decreta che è legale recludere i richiedenti asilo, come si prepara a fare il governo Berlusconi.
E' stata una calda estate per i profughi, soprattutto kurdi. La Germania continua a deportarli in Turchia, nonostante la documentazione di 32 casi di tortura di rimpatriati da parte dell'organizzazione Pro-Asyl e gli scioperi della fame a Buren e in altri centri di detenzione. Non s'era ancora spenta l'eco dell'aggressione omicida al profugo Fersat Yildiz in Scozia, che a Zurigo i kurdi manifestavano contro l'abitudine di deportarli in catene. In Olanda attendono giustizia i parenti di Ali Aksoy e Savas Cicek, renitenti alla leva, rinviati in Turchia e "suicidati".
Nel 2000 i richiedenti asilo turchi, irakeni e iraniani, quasi tutti kurdi, erano centomila in Europa, seguiti da jugoslavi (42mila) e afghani (29mila, raddoppiati in due anni): la fotografia di tre guerre. In Italia colpisce la quota dei rigetti, anche se dovuti spesso ad irreperibilità: appena 554 richieste d'asilo jugoslave accolte su 13.277 richieste, 150 su 5609 dall'Iraq, 216 su 3545 dalla Turchia, trenta su 345 afghani. Sempre più raramente la commissione affianca al rigetto la "protezione umanitaria", e anche dall'Italia iniziano le deportazioni. I 113 tamil rinviati in ottobre in Sri Lanka con un volo speciale da Brindisi si aggiungono ai dodici kurdi prelevati in agosto dallo stesso centro di detenzione, il Regina Pacis di Lecce, e deportati in Turchia.
Halil è tornato, clandestino, via Gorizia. "Ci hanno rinchiusi due a due nelle celle dell'aeroporto di Istanbul, bendati e senza cibo", racconta. "Dieci giorni di bastonate, docce fredde, tortura con gli elettrodi. Mi chiedevano di mio cugino, membro dell'Hadep e detenuto in Turchia. Alla fine i miei parenti hanno pagato per farmi rilasciare".
Il suo caso ora tornerà in commissione. Ma nell'ultima settimana sono cinque i rigetti dell'asilo a Roma per i kurdi di Turchia. Casi simili sono segnalati all'associazione Azad da Milano (un kurdo doppiamente perseguitato, perché di religione yezita), e un'intera famiglia da Venezia… "Non c'è persecuzione personale", dicono i commissari. Del resto la Turchia è un paese così normale da avere appena offerto, oltre alle basi, un contingente di "istruttori" agli angloamericani in Afghanistan. E il sottosegretario agli Interni D'Alì, già capo della lobby filoturca in Senato, il 23 ottobre ha promesso all'ambasciatore Utkan "più collaborazione contro il terrorismo". Cioè contro tutti gli Halil che approdano in Italia.
(Dino Frisullo)