Da: www.informationguerrilla
Fonte: www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap7ns.html
E' vero che in Italia e nel resto del pianeta il "movimento dei movimenti", benche' duramente provato, è sopravvissuto alle "mattanze" del 2001 (Goteborg, Genova etc.) ed è ripartito nonostante il tentativo di spazzarlo via "manu militari".
E' vero che nemmeno il post-11 settembre, l'intruppamento ideologico da Quinto Reich (parlare del Quarto è ormai un anacronismo), è riuscito a fermare la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, che anzi, hanno trovato nell'opposizione alla "enduring war" planetaria una ragione in piu' per scendere in piazza e organizzarsi.
E' vero che milioni di profughi della sinistra ex-"storica" premono ai confini tratteggiati di questo nuovo movimento, variegato e multiforme, con una domanda di argomentazione e di partecipazione, di idee, gesti e parole che restituiscano loro la dignità dell'opposizione allo stato di cose presente, ma anche un principio-speranza per immaginarne il superamento.
Proprio per questo e' sotto gli occhi di tutti un primo problema che potremmo scrivere con la maiuscola e potremmo definire, appunto, come il Problema dell'Immaginario. O meglio: del rapporto tra l'immaginario e l'immaginazione di questo movimento, rappresentazione di sé e dell'altro mondo possibile a cui si vuole alludere.
Fino ad ora e' stata principalmente la spinta "etica", psicologica, morale (in certi casi specificamente religiosa), a serrare le file del dialogo e della condivisione delle lotte. Questo proprio a causa dei diversissimi punti di partenza delle varie anime del movimento e per la sua connotazione realmente "globale". Ma dato che questo movimento e' sorto in risposta alla concretissima "materialita'" dei problemi provocati dal capitalismo, e' impossibile non porsi il problema del superamento della spinta etica, e dell'approdo a una critica materialistica diffusa.
Cio' non implica alcun "tirare le somme", ridurre quella molteplicita' argomentativa che costituisce la sua ricchezza e novità, ma sicuramente occorre interrogarsi su come rappresentare e comunicare, in primis a noi stessi, la condivisione della precarietà esistenziale collettiva. Un'esistenza che conosce certo macro-aree geografiche di parziale tutela, che però vanno sempre più riducendosi, mentre la precarieta' insidia anche i reclusi "di lusso" nelle fortezze settentrionali del pianeta.
Nessuno finora e' riuscito a "interpretare" la moltitudine. Al massimo, come a Genova, si e' riusciti a "evocarla", sempre semi-consapevolmente, come apprendisti stregoni.
Non e' un caso che, dopo Genova e dopo la Perugia-Assisi, le scadenze nazionali piu' riuscite siano state quelle su cui le realtà piu' organizzate avevano investito meno energie e meno convinzione (10 novembre contro la guerra, 19 gennaio contro la Bossi-Fini). E' vero anche l'inverso, cfr. la "Giornata della Disobbedienza" del 17 dicembre scorso.
Le realta' organizzate del movimento sono ancora troppo prigioniere di due difetti. Innanzi tutto del trionfalismo di parte, miopismo tragico che porta a vedere nel rafforzamento e nella riproduzione a oltranza della propria "parte" - del "proprio" movimento all'interno del più vasto movimento dei movimenti - un necessario successo. Questo rischia di riprodurre logiche avanguardistiche novecentesche, a nostro avviso obsolete. Per citare il Subcomandante Marcos: "Non sapremmo cosa farcene di un'avanguardia talmente avanti da non poter essere raggiunta da nessuno".
Ai fini di vincere la battaglia dell'immaginario e' altresi' necessario liberarsi dello sconfittismo, malattia atavica della sinistra. Ovvero il predominio - nel migliore dei casi - di un "cristianissimo" (absit iniuria) spirito di testimonianza, dell'assunto decoubertiniano che la "partecipazione" sia piu' importante della vittoria, oppure - nel peggiore dei casi, occorrenza piu' rara, per fortuna - di un iper-radicalismo dogmatico e parolaio che a livello "strategico" privilegia una livorosa inazione e a livello "tattico" la contumelia telematica. L'unico contenuto di costoro e' la condanna - in quanto "inadeguata" o "riformista" - di qualunque campagna politica o forma d'azione, e soprattutto di qualunque innovazione linguistica e comunicativa.
E invece bisogna saper vincere le battaglie ed essere all'altezza delle proprie vittorie "concrete" (per quanto parziali: ma in fin dei conti quale vittoria e' "totale"?). Occorre saper "riconoscere" le proprie vittorie, se necessario dar loro nuovi nomi e rilanciare, tenendo sempre presente che il bacino d'ascolto e' piu' vasto e piu' ampio dei numeri della piazza.
Cosa vuole questa moltitudine? E a chi lo chiede?
Noi crediamo che la moltitudine esprima un bisogno di nuovi "miti fondativi". Radicalmente nuovi, con l'accento posto su entrambi i termini, tanto sulla necessaria "radicalita'" (un andare alla radice, alle radici), quanto sulla novita' (post-novecentesca). Perche' un altro mondo sia possibile, deve essere possibile immaginarlo e renderlo immaginabile da molti.
Non useremo pezze d'appoggio "immaterialiste" e post-fordiste per affermare che la questione dell'immaginario e quella delle basi materiali della critica "sono esattamente la stessa questione". Lo diciamo e basta. Per poter superare la testimonianza occorre riflettere su quale sia la composizione sociale, tecnica e politica di questa "moltitudine" che nominiamo a ogni pie' sospinto, e quale immaginario, quali miti di lotta essa porta e riproduce.
Senza un immaginario di riferimento, senza una narrazione "aperta" e "indefinitamente ridefinibile" a cui sia possibile partecipare e attingere liberamente, il movimento non può che faticare a sedimentare la propria esperienza, che è nuova, sperimentale appunto, per molti versi inedita. Non si tratta di cristallizzare tale epos, bensì al contrario di condividerlo, renderlo accessibile, "pubblicizzarlo", trasformandolo in un'arma culturale efficace, potenzialmente "egemonica" e quindi vincente, oltre la semplice testimonianza.
Si tratta di descrivere un percorso, un cammino costellato di domande, ma anche di punti di forza e di frattura, di scarti e salti che hanno consentito di arrivare fino a qui e di proseguire.
Giocoforza, qui ci limiteremo a indicare un primo "grumo" di materia mitica: la cosiddetta "anomalia italiana". La tanto stigmatizzata "ingovernabilita'". E' da quest'ultima che occorre ripartire.
Malcolm X differenziava gli schiavi afro-americani tra "negri domestici" [house negros] e "negri dei campi" [field negroes]. I primi vivevano sotto lo stesso tetto del padrone, la loro mentalità era più schiavista di quella dello schiavista, dicevano: "la nostra piantagione", "la nostra casa", si preoccupavano quando il padrone si ammalava, se c'era un incendio si prodigavano per spegnerlo. I secondi erano sfruttati nei campi, odiavano il padrone, quando il padrone si ammalava pregavano che morisse, se la fattoria prendeva fuoco pregavano che il vento soffiasse piu' forte. Riproponendo questa distinzione negli USA degli anni Sessanta, Malcolm X distingueva tra chi diceva "il "nostro" governo" e chi, semplicemente, diceva "il governo". "Ne ho sentito addirittura uno che diceva 'i "nostri" astronauti'! Quel negro e' un negro fuori di testa!"
Si e' parlato molto dell'Italia come paese turbolento, di fatto "ingovernabile". A questo proposito, la sinistra italiana ha sviluppato un'attitudine esterofila e autoflagellatoria, di feticismo legalitario, ottemperando così ai diktat provenienti dal capitale mondiale, dalla Trilateral Commission in avanti. Ma cosa significa essere "ingovernabili"? A nostro parere, significa che, per quanto in basso possiamo scendere, ci e' impossibile ridurci come sono ridotti ora gli Stati Uniti (inutili gli ipse dixit, Chomsky e Gore Vidal li abbiamo letti tutti). Ecco, quella è una societa' "governabile", dove pare prevalgano i "negri domestici". In Italia, nonostante tutto, ancora molta gente prega che il vento soffi piu' forte, e se ne fotte altamente dei "nostri astronauti". C'e' un persistente sfasamento tra paese rappresentato e paese reale. Piu' che mai in questo momento.
Da tanto tempo si sente definire l'Italia "il Sudamerica d'Europa". Si usa quest'espressione dandole una connotazione razzista, cioe': siamo incivili, bananari, ci facciamo cagare in testa dal primo caudillo che passa. Si dimentica che l'America Latina e' si' luogo di violente contraddizioni ma anche di incessante "mitopoiesi" della sinistra, e' un universo dove nemmeno la violenza piu' atroce ha spezzato gli innumerevoli "fili rossi". E' un universo in cui la resistenza continua underground e riemerge in forme nuove, dallo zapatismo alle mobilitazioni per il piccolo Elian Gonzales, dalla Colombia al "cacerolazo" argentino. Idem per l'Italia, la cui sinistra - anche quella che aborre il "terzomondismo" - ha molti legami con quelle del subcontinente "mestizo", fin dai tempi di Garibaldi. Anche qui il mito si sedimenta, come in Sudamerica, appunto, e diventerà la leva per scardinare l'impasse.
Il brutto e' che l'attitudine auto-denigratoria e' filtrata, almeno in parte, nella sinistra antagonista. Si tende a mitizzare movimenti e gruppi nord-europei o nord-americani che non riescono a mobilitare il 10% delle persone che mobilitiamo noi.
Viaggiando, ci si rende conto che i compagni e le compagne di altri paesi guardano all'Italia con stupore. A parte la tattica recente, esportata con un certo successo, della "disobbedienza civile protetta", va detto che:
- Genova e la Perugia-Assisi sono state le due piu' grandi manifestazioni di movimento del Pianeta. A Seattle c'erano 70.000 persone e fu un boom. Idem per le 60.000 di Quebec City. A Londra e a Berlino ritengono un successone portare 20.000 persone in piazza, e si parla di manifestazioni nazionali in grandi capitali mondiali.
- Il costituendo New York Social Forum e' composto da gente che rimane sbalordita quando gli parli dei Social Forum italiani, che a molti di noi sembrano poca cosa, e indicibilmente noiosi.
- La mobilitazione contro i centri di detenzione per migranti "clandestini" prosegue da anni in tutta Europa, ma nessuno era riuscito a irrompere in un CPT e smontarlo pezzo per pezzo com'è successo a Bologna.
- In nessun altro paese i centri sociali autogestiti esistono nella forma che conosciamo, ne' con l'impatto sul territorio che qui da noi diamo quasi per scontato. Dove esistevano, c'e' stato un grande repulisti (cfr. Germania e Olanda). In Spagna ce n'e' qualcuno, ma privo dell'influenza culturale dei nostri. Fino a due anni fa, a Londra ce n'era uno solo, il 121 Centre di Brixton, ed era grande come i gabinetti del Leoncavallo!
Potremmo citare decine di esempi, presi piu' o meno a casaccio dalla storia dell'ultimo cinquantennio. In Italia il '68 e' durato più di un lustro. Qui c'e' stato il piu' grande Partito Comunista dell'Occidente, e questo ha significato molto, nel bene e nel male. Qui si sono sviluppati i filoni piu' innovativi del marxismo "eretico" contemporaneo, che sono potuti fiorire e - almeno in parte - riscrivere il lessico della politica anche grazie al fall-out della riflessione gramsciana sulla "egemonia".
Proprio per tenere a bada questa marea inquieta l'Italia e' diventata - ed è ormai stereotipo - "laboratorio della repressione" e della "prevenzione", luogo dove si sperimentavano e si sperimentano metodi che poi verranno applicati nel resto del mondo (vedi la Strategia della Tensione).
A questo si aggiunga il fatto che nell'attuale fase l'Italia si trova ad essere davvero, mutatis mutandis, l'Argentina d'Europa: un paese in cui il capitale extra-legale ha preso il sopravvento politico; in cui le istituzioni sono in guerra tra loro (esecutivo vs magistratura); in cui alla crisi di credibilità e affidabilità del governo sul piano internazionale corrisponde una crisi irreversibile di rappresentativita' dell'opposizione sul piano interno; un paese paradossale quanto paradossalmente privo di"alternative" plausibili; e in cui un movimento di massa fortemente impegnato (e minacciato) nelle piazze allude, almeno simbolicamente, a un nuovo potere costituente.
Giocoforza, ci limitiamo a esporre fatti, non scandagliamo i fondali della Storia in cerca di motivazioni.
Il passaggio di secolo ci ha consegnato un movimento radicalmente discontinuo. Ogni resistenza locale parla, si riconduce e ispira migliaia di altri "grumi" che rivestono l'intero pianeta. Centinaia di milioni di esseri senzienti in animalesca transumanza verso una salvezza possibile avvertono d'istinto che richiamarsi gli uni agli altri, sentirsi fratelli, da un continente all'altro, di specie e aspirazioni, puo' dargli l'unica possibilità che resta. Urgono le narrazioni aperte e corali, i racconti da far viaggiare di bocca in bocca, le canzoni che permettano di riconoscerci ovunque saremo. Non ci sono santoni in "collegamento diretto" con la moltitudine per comporne il mantra. E' vero il contrario: il mantra della moltitudine canta un flusso incessante, una mare inquieto e ribollente. Dobbiamo attingere, pescare, distribuire, raccontare. E poco altro, in fondo. Pretendere la dignita', per tutti.
Solo su queste basi puo' ergersi il nuovo mito fondativo, la nuova auto-rappresentazione chiesta a gran voce da questa moltitudine.