(dal Corriere della sera del 5 febbraio 2002, a cura di Amerigo Dossi)
Facciamo che sia una serata inutile. In piazza Duomo danno un podio e due
minuti al professor Stefano Draghi, cervello ds in aspettativa, per spiegare
cosa pensa della sinistra milanese all'opposizione da 15 anni: ci va delicato
come Nanni Moretti a piazza Navona?
«Moretti dice cose condivisibili in modo sbagliato. E anche un po' tardi.
Sappiamo benissimo che i partiti nell'Ulivo sono poco interessati al rapporto
con gli elettori, che parlano poco al cuore. Ma questa diagnosi è stata
fatta da altri, prima di Moretti: a Milano, la sinistra soffre di queste
mancanze da molto più tempo».
La massa è finita da un pezzo, qui. E alla marcia nel deserto dei voti,
alla siccità delle idee, gli ulivisti milanesi hanno fatto l'abitudine.
«Ormai è chiaro che i nostri partiti non rappresentano più nulla degli interessi
dei cittadini», dice Draghi: 59 anni, per otto capogruppo a Palazzo Marino,
s'è concesso un sabbatico dalla politica, è tornato all'insegnamento universitario.
E da lontano guarda le pene dei compagni.
Se la sente di gridare, come Moretti, che i capi del centrosinistra milanese
devono andarsene?
«Spero che il ricambio avvenga, sì. Ma mi chiedo dove si va a formarla,
una nuova classe politica, se da anni non si fa che l'elogio dei "non politici"».
Chi epuriamo?
«Il problema non è che qualcuno si faccia da parte, ma che accetti di fare
la parte. La scena politica è vuota. E a Milano s'è ormai dimostrato che
l'impoliticità non risolve i grandi problemi. Albertini affronta quelli
del condominio, ma appena passa a temi politici, dall'ambiente alla cultura,
è il nulla».
Anche al Polo milanese farebbe bene un Moretti di destra, insomma?
«Sì. Ma loro lo licenzierebbero subito. I rapporti fra gli intellettuali
e i padroni del centrodestra non consentono la stessa libertà d'espressione.
Noi a sinistra saremo un po' masochisti, ma almeno più liberi».
Non divaghiamo, allora: se l'Ulivo nazionale è condannato a perdere per
tre o quattro generazioni, quante altre ne servono a quello milanese?
«La nostra sconfitta dura da tempo: non possiamo permetterci più d'una generazione.
Altrimenti, è meglio chiudere bottega».
E' ottimista.
«Ma no, Milano è piena d'intellettuali, professionisti, grandi personalità
che stanno nei gangli vitali delle università, delle aziende, della moda,
del terziario avanzato...».
Che se decidono d'impegnarsi, poi devono vedersela col funzionario di partito,
le lottizzazioni, i diktat...
«Quello succede dappertutto, è la vita. Anche nei vostri giornali, per dire,
ci sono i talenti schiacciati dagli amici dei direttori, dalla collega che
fa valere altri argomenti. No, il punto è che la politica non può più passare
per la sezione del partito, per i vecchi riti. Impegnarsi, ora significa
offrire le proprie competenze: io che so fare i sondaggi a costo bassissimo,
o che sono un bravo pubblicitario, o che m'intendo di gestione del personale,
per tre mesi offro al centrosinistra questa mia capacità».
In cambio di che, scusi? Dica una cosa di sinistra che scaldi il cuore dei
milanesi...
«Questa è la città del lavoro, no? Allora, qualche tempo fa ho letto un
articolo su Time: "Le aziende hanno troppo potere", era il titolo, la vita
delle persone ne è invasa. A Milano, altro che 35 ore settimanali, ci sono
migliaia di persone che ne fanno 10-12 al giorno. I ritmi uccidono la qualità
della vita, tutto è monetizzato. Siamo costretti a vivere non nella capitale
morale, ma nel retrobottega del mondo degli affari. Ora che abbiamo soddisfatto
i bisogni primari, emergono quelli post-materiali: una vita più bella, più
pulita, più colta. Una città dove gli individui contino non solo come forza
lavoro. Non è alla sinistra che tocca rivendicare queste cose?».
Uno che le sostiene è Dario Fo. Però la sinistra di qui lo sopporta appena,
mentre in tutt'Europa è un genio.
«Fo è un grandissimo attore. Ma quando passa alla proposta politica, mostra
tutti i limiti. Per il traffico, propone l'olio di colza: una roba che al
massimo può far andare 50 macchine, non 50 milioni».
E' un intellettuale, insomma: quel che dice Rutelli di Moretti.
«Fo, Moretti servono a fare la provocazione, a smuovere le acque stagnanti.
Ed è giusto che dicano certe cose. La politica, poi, è per chi la sa fare».