(da il Manifesto del 30 dicembre 2001)


I giorni di Genova
di Alessandro Dal Lago

La "sommossa di polizia" di luglio non è stata un episodio, ma parte di una strategia globale che vuole portare tutti gli oppositori nella categoria del terrorismo. Una rilettura di Genova dopo New York

D' ora in poi i vertici globali saranno allestiti sulle montagne canadesi, nel deserto australiano o in qualche isola dei mari del sud. E questo sia per tenere lontane le folle del movimento dalle inconcludenti riunioni dei padroni mondiali del vapore, sia per minimizzare il rischio di attacchi suicidi. Ma probabilmente non ci saranno più G8, assemblee pubbliche del Wto, della Banca mondiale o del Fondo Monetario Internazionale. Tutti questi organismi hanno molto da farsi perdonare in qualsiasi parte del mondo, come hanno confermato le sommosse di fine dicembre in Argentina.
Una conseguenza macroscopica dell'11 settembre sarà certamente il ritrarsi dei poteri dalle vetrine troppo esposte. Il numero di novembre 2001 di Wired, analizzando la nuova guerra al terrorismo, notava che il potere si deve rendere diffuso e invisibile, se vuole sfuggire ad attacchi imprevedibili e ubiqui. Allo stesso modo, i padroni globali non possono più permettersi contestazioni di massa della propria legittimità. Ed ecco allora che le decisioni rifluiranno, come è sempre avvenuto, in spazi arcani, in uffici discreti e nel segreto delle comunicazioni cifrate.
Nella voragine delle Twin Towers è sprofondata per il momento anche la memoria di Genova. Nell'"Almanacco di filosofia" di Micromega (5, 2001), Toni Negri ha giustamente notato come il movimento trans-nazionale abbia toccato, tra Genova e il crollo delle Torri, il suo punto di non-ritorno. Non che sia finito; ma, dopo l'11 settembre, il movimento sembra aver perso una risorsa strategica, la possibilità di concentrarsi in un'arena globale per contestare le grandi cerimonie unificate del potere.
Il movimento, da Seattle a Genova, ha infatti utilizzato in grande uno strumento tipicamente moderno: la mobilitazione di massa che aggrediva i simboli del potere con la sola forza della visibilità. A Parigi nel 1789, come a Leningrado nel 1917, a Budapest nel 1956, a Teheran nel 1979 o a Bucarest nel 1989, la folla si scontrava sì con i cani da guardia del potere, ma era soprattutto il suo ribollire, la sua voce immane, ad annichilire il sovrano e a decretarne la fuga, l'esilio o la morte. Oggi, dopo Genova e soprattutto dopo l'11 settembre, nessuna sovranità accetterà più di essere messa alla berlina.
E' chiaro quindi che il movimento, non tanto nelle sue pratiche locali, quotidiane e diffuse, quanto al livello della sua visibilità simbolica, dovrà trovare nuove forme di espressione. Ed è proprio sulle sue future strategie del movimento che si addensano gli interrogativi. Una rilettura dei fatti di Genova alla luce dell'11 settembre ci permette di abbozzare i futuri scenari.

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La repressione di Genova, per quanto brutale e apparentemente insensata, non è stata solo il frutto della stupidità dei governi italiani e dei loro apparati di sicurezza: del centro-sinistra nell'organizzare il vertice, del centro-destra nel gestirlo e dei dirigenti della polizia nel mandarlo a monte. E' stato anche e soprattutto il prodotto di un etichettamento dei movimenti collettivi e dell'associazionismo trans-nazionale come terreno di coltura del "terrorismo".
Una definizione che dovrebbe far ridere, se non fosse dottrina diffusa in gran parte dell'intelligence occidentale, civile e militare. Il concetto di netwar, elaborato dalla Rand Corporation dalla metà degli anni '90, non si riferisce infatti esclusivamente all'uso militare delle telecomunicazioni e di Internet (la cosiddetta information war), ma alle guerre combattute e alle lotte intraprese dalle "reti", cioè alla capacità delle organizzazioni "a-centrate" di delegittimate i poteri statali, avvalendosi della collaborazione di associazioni per i diritti umani e di Ong.
In un rapporto commissionato nel 1996 dal Dipartimento della Difesa americano, John Arquilla e David Ronfeldt individuavano proprio in questo tipo di connessioni una delle ragioni del successo del fronte zapatista in Messico. Il governo messicano sarebbe stato messo in crisi non tanto dalla lotta armata nel Chiapas, ma dall'abilità degli zapatisti di suscitare una vasta solidarietà internazionale grazie alla propaganda in rete e al sostegno delle associazioni per i diritti civili. Ma qui il punto importante è soprattutto implicito. Laddove esistano obiettivi comuni, se non altro sul piano verbale e simbolico, ad associazioni o gruppi che praticano forme diverse, se non incompatibili, di lotta (da quella armata alla non violenta e perfino al semplice sostegno umanitario), tutti questi gruppi o associazioni saranno considerati potenzialmente terroristi e quindi inseriti nelle liste dei servizi segreti come bersagli o obiettivi di una contro-strategia. E questa opera non solo a livello tradizionalmente militare ma a quello relativamente nuovo dell'informazione e soprattutto della contro-informazione.
Si tratta di una svolta politico-strategica straordinaria che ci consente di leggere i fatti di Genova in una nuova luce. Le famose veline dei servizi segreti italiani, dalle bombe infette ai possibili attacchi dalle fogne, non appaiono più come una grossolana prova di incompetenza casereccia, ma come misure deliberate di una strategia politica di delegittimazione del movimento. Un movimento che era riuscito a mettere assieme, appunto, militanti di sinistra, associazioni e Ong. E anche l'inaudita repressione del 20 e 21 luglio si rivela come il tentativo di screditare il Genoa Social Forum, di farne il mare in cui terroristi o para-terroristi (i Black Bloc) potevano nuotare impunemente. Una strategia parzialmente fallita alla fine di luglio, grazie alle testimonianze dei media di tutto il mondo e agli errori della polizia italiana.
Tuttavia, dopo la distruzione delle Torri, essa gode di un vasto sostegno politico e nell'opinione pubblica. Quando Berlusconi ha messo sullo stesso piano i no global e il terrorismo, non raccontava una delle sue solite barzellette, ma esponeva il principio fondamentale di una nuova strategia politica.
Le misure contro il terrorismo del ministro della giustizia Ashcroft, un uomo dell'estrema destra repubblicana per il quale ogni contestazione del mercato equivale ad altro tradimento, vanno nello stesso senso. Immigrati clandestini, stranieri sospetti per il look o l'appartenenza religiosa, e perfino americani dal dubbio patriottismo (soprattutto dopo la cattura del talebano Walker) sono passibili di essere detenuti senza garanzie e di essere giudicati davanti a corti note per la loro spietatezza.
Ma non si tratta di un'esclusiva americana o britannica. Il vero salto di qualità nel conflitto tra israeliani e palestinesi è avvenuto quando Sharon ha deciso di trattare tutto il popolo palestinese come potenzialmente terrorista. E' la stessa logica in base alla quale la Lega (ma in realtà quasi l'intera maggioranza del governo italiano) considera nemici tutti gli immigrati. Ma si tratta anche di un principio suscettibile di applicazioni esplosive e incontrollabili.

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In un saggio straordinario sulla rivoluzione militare in corso (Guerra senza limiti. L'arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione, Libreria Editrice Goriziana, 2001), Qiao Liang e Wang Xiangsui, due colonnelli dell'aeronautica cinese, si chiedono se anche finanzieri indipendenti come George Soros non potranno essere considerati terroristi economici, come avviene già agli hacker, trattati come terroristi informatici.
La risposta è potenzialmente affermativa. Il concetto di terrorismo tende oggi ad allargarsi e a includere chiunque si opponga ai poteri dominanti, o semplicemente alla loro politica, senza ricorrere necessariamente alla violenza o alle armi. E, come mostra il dibattito negli Stati Uniti sui tribunali militari di Bush e Ashcroft, l'ossessione per il terrorismo toglie fatalmente spazio ai diritti civili. The New Republic ha raccontato come un'attivista californiana sia stata allontanata da un dibattito pubblico, al grido di "terrorista", per aver criticato il bombardamento indiscriminato dell'Afghanistan. Tutto questo, mentre l'intera opinione liberal americana, New York Times in testa (per non parlare dei Democratici), si è sostanzialmente allineata a Bush.
Molti segnali in questa direzione si potevano percepire a Genova. La gabbia insensata eretta intorno alla zona rossa ha rivelato che le forze di sicurezza erano pronte a una guerra vera e non simbolica. L'accanimento con cui i poliziotti (non pochi esaltati, ma migliaia) trattavano dimostranti inermi - la "sommossa di polizia" di cui ha parlato Walden Bello su questo giornale - non può essere spiegato solo come un rigurgito fascistizzante o revanscista.
A Genova, la metafora dominante nel linguaggio e nel comportamento del potere era militare, non civile. E' molto probabile che la truppa sia stata debitamente indottrinata e addestrata ad affrontare "terroristi" o militanti armati e non un'enorme maggioranza di manifestanti pacifici. La relativa quiete che ha accompagnato le manifestazioni dell'autunno, d'altra parte, non deve creare illusioni. L'11 settembre ha ricodificato i campi del lecito e dell'illecito, allargando enormemente l'ambito dei comportamenti suscettibili di repressione. D'ora in poi, la cautela nell'uso di metafore militari da parte del movimento è d'obbligo.

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E tuttavia, nonostante la sua oggettiva debolezza strategica, il movimento ha di fronte un enorme terreno di mobilitazione politica. Da quando l'occidente ha scoperto di essere vulnerabile nelle sue metropoli e nella sua ricchezza, lo spazio delle libertà civili si è ristretto di colpo. Che lo spazio della comunicazione sia suscettibile di attentati, distruzioni o interferenze, materiali o immateriali - dalle linee aeree al Web - fa sì che la tendenza a erigere gabbie materiali e immateriali, dalle frontiere ai siti Internet, sia inarrestabile.
Che la guerra divenga senza limiti, cioè silenziosa, ubiqua, incontrollabile, comporta una mobilitazione permanente eterodiretta, un patriottismo occidentale illimitato. Ma tutto questo potrebbe minare le stesse regole della libertà dei ricchi. Il Bulletin of the Atomic Scientist ha già lanciato l'allarme contro la doppia tenaglia che ha iniziato a ridurre l'uso plurale e libero della rete: il diritto di copyright dei padroni dell'informazione e l'intelligence elettronica. Ciò significa che il capitalismo globale non solo sta esasperando le sue tendenze illiberali, ma minacciando le nostre libertà quotidiane.
Questo è il campo in cui il diritto alla libertà di parola e di informazione è tutt'uno con il diritto di movimento, di superamento dei confini materiali e immateriali e di disposizione della propria vita. Un campo, in altre parole, in cui gli interessi collettivi entrano in conflitto con la globalizzazione dell'alto. Saper rappresentare questi interessi è evidentemente un obiettivo politico primario per il movimento. Sempre che questo sia capace di immaginazione e di creatività nella scelta delle sue arene di mobilitazione e dei suoi strumento di comunicazione.
Accettare la strategia imposta dall'avversario, come in parte è avvenuto a Genova, oggi non ha più senso. Contestare simbolicamente un potere disposto a trattarti come un terrorista sarebbe oggi peggio che ingenuo. Andare a inseguire le parvenze del potere globale in lontani lidi, peggio che insensato. Ma usare i suoi strumenti legittimi per comunicarne la miseria, rovesciare le sue retoriche, mostrare la miseria di un potere che stermina migliaia di innocenti per lasciarsi sfuggire l'evanescente colpevole - questo sì che è un compito affascinante e ricco di possibilità.



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