(da il Manifesto del 16 gennaio 2003)


Sinistre in gioco

Riccardo Barenghi






I dibattiti televisivi non sono il sistema migliore per farsi un'idea di un progetto politico. Di solito finiscono in rissa o in noia. Quello dell'altro ieri tra Cofferati e D'Alema è stato invece una sorpresa proprio da questo punto di vista. Tra quel che i due si sono detti e quel che non si sono detti ma che trapelava tra i silenzi, le allusioni, i sorrisi ironici, uno spettatore un minimo avvezzo alla vita della politica si è potuto formare un'idea non tanto vaga di quel che sta accadendo nella sinistra italiana. Dovrebbe aver capito, il nostro spettatore, che Cofferati e D'Alema non sono solo due leader politici che esprimono la loro posizione cercando di farla prevalere sull'altra; bensì che entrambi sono portavoce di due mondi interni alla sinistra, anzi al centrosinistra, mondi che la pensano diversamente su (quasi) tutto. E tra i quali si è aperto uno scontro politico, anche aspro ma decisivo per quel che sarà il futuro della sinistra stessa. Sbagliato sarebbe ridurre il tutto alla concorrenza tra leader, ai troppi galli nel pollaio, alla competizione tra uomini assetati di potere, per non parlare di presunte gelosie o antipatie, invidie o rancori. Ci sarà anche tutto questo, come c'è in ogni rapporto tra esseri umani, ma non è questo il punto.

Il punto è politico. Non per essere pedanti, ma nel maggio del 2001 l'Ulivo ha perso le elezioni dopo cinque anni di governo ed è uscito da quella sconfitta letteralmente a pezzi: i suoi dirigenti non parlavano, balbettavano, non riuscendo a digerire il fatto di dover uscire dai palazzi del potere (tanto che ancora oggi fanno l'opposizione pensandosi al governo, quindi la fanno male). Due mesi dopo restarono attoniti spettatori di fronte a quel che accadeva a Genova, altri due mesi e si unirono convinti al coro dell'11 settembre (siamo tutti americani). Furono presi in contropiede dalla guerra in Afghanistan e dalla nascita di un movimento sindacale (metalmeccanico all'inizio) che sarebbe poi diventato un'enorme onda d'urto. Nel frattempo, qualcuno all'interno del mondo dei Ds si era reso conto degli errori commessi negli anni precedenti e della necesità di cambiare strada. Il tutto finì nella battaglia congressuale di Pesaro dove vinsero Fassino e D'Alema, cioè vinse la continuità nella sconfitta, e perse il cosiddetto correntone guidato da Giovanni Berlinguer e sostenuto da Sergio Cofferati. Già a Pesaro, 14 mesi fa, era chiarissimo che esistevano due linee profondamente diverse, difficilmente conciliabili, e che in futuro non potevano far altro che ulteriormente divaricarsi.

E così fu. Grazie soprattutto a quel che è successo nel 2002: il movimento sociale contro la cancellazione dell'art. 18 (tre milioni di persone a Roma, scioperi uno dietro l'altro, la famigerata legge che finisce in un cassetto parlamentare, per ora), il movimento dei cosiddetti girotondi cominciato con l'incazzatura di Moretti in piazza Navona e proseguito con centinaia di manifestazioni in tutto il paese fino a quelle di San Giovanni e di Firenze venerdì scorso. Due movimenti che si sono intrecciati tra loro e che hanno anche avuto modo di incrociare, per esempio sull'opposizione alla guerra, quello globale (che non è riconducibile ai giochi della politica italiana ma che pure fa parte di questo terremoto).

Il tutto ha prodotto risultati che nessuno immaginava: milioni di persone che si sono appassionate o riappassionate alla politica dopo anni di letargo (provocato anche dal governo dell'Ulivo, che guai a disturbarlo); un'opposizione al centrodestra che finalmente batteva un colpo, anzi dieci, e si vedeva nelle piazze; una critica dura ma non fine a se stessa a chi aveva diretto il centrosinistra e ancora lo dirige; la nascita di nuovi dirigenti, o leader come si dice adesso, che hanno qualche idea nuova e soprattutto diversa da quelle che, con cocciuta coerenza, D'Alema ripete da dieci anni.

Questo è accaduto l'anno scorso, e questo continua ad accadere in queste settimane.

Il suo simbolo è evidentemente Sergio Cofferati, che molte cose sbagliate ha fatto quando dirigeva la Cgil della concertazione ulivista (secondo noi, ovviamente), ma altrettante cose giuste ha fatto da quando ha imboccato la strada che continua a percorrere oggi. E' ormai evidente anche ai ciechi che ci sono due sinistre su questa piazza (diverso il discorso su Rifondazione, che per difendere la sua fondamentale autonomia politica rischia di non cogliere un'altrettanto fondamentale occasione politica): e se una continua a chiudersi in se stessa, fingendo di dialogare con i movimenti ma in realtà tentando continuamente di ritrovare spazio nel rapporto con chi oggi governa il paese sperando così di accreditarsi per rigovernare domani, l'altra vive e si espande perché chi crede in un cambiamento dello stesso modo di far politica nonché nella radicalità di alcuni contenuti (la giustizia, i diritti, la pace, l'intransigenza nei confronti di Berlusconi e le sue strumentali avances istituzionali) è qui che si ritrova. E allora non si tratta né di scissioni né di laceranti rotture personal-politiche; non si tratta di drammi umani o di insanabili conflitti come fu all'epoca della fine del Pci. Si tratterebbe da parte di chi non solo ha governato male ma anche perduto le elezioni e continua ancor oggi a dire in giro che le ha perdute perché non è stato messo in condizione di dispiegare fino in fondo il massimo della sua potenza riformista, di lasciare il posto ad altri, a prescindere da elezioni formali in congressi di partiti più o meno asfittici. La questione non è più il partito, due partiti, un'alleanza, bensì un qualcosa che ancora non c'è ma già si vede e che ha rimesso in circolazione l'Italia di sinistra e che prima o poi troverà una sua forma organizzativa, dentro, fuori o accanto ai partiti oggi esistenti. Questa cosa ha bisogno di essere messa alla prova, nelle sue idee, nelle sue strategia politiche, nei suoi dirigenti. Gli altri dovrebbero gentilmente accomodarsi in panchina, almeno per la prossima partita.



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