Parto dalla domanda: perché siamo qui stasera, in
questo luogo della Camera dei Deputati, del
Parlamento italiano? Noi pure così diversi per fede
politica, e formazione culturale, per storia
personale e anche per età: e vengo a parlare in
questa sala anch'io, così avanti nell'età, un
vecchio che quasi lambisce i novanta anni? Che ci
muove? Che ci allarma?
Ho innanzi a me il cartoncino che annuncia questo
nostro incontro, e ha in testa un nome e una
frase. Cita l'articolo 11 della Costituzione, e la
fase grave e impegnativa che lo connota: "L'Italia
ripudia la guerra".
C'è stato un momento in cui parve che quell'articolo
fosse cancellato e superato. E a chi lo
evocava veniva risposto che ormai l'impegno
dell'Italia repubblicana nella guerra e nella pace era
segnato da un altro codice, che era quello delle
Nazioni Unite. E anche il presidente della Camera,
Casini, sembrò aderire a questa lettura, che alla
fine fatalmente sembrava allontanare (sbiadire e
confinare nel passato) la Carta costituzionale, visto
che si annullava quel suo punto cruciale, e -
dico io - così significativo della volontà che
muoveva i Padri costituenti. Davvero si poteva
disporre così facilmente della Costituzione
repubblicana? E come si poteva seppellire quel suo
disposto sulla guerra?
Poi vennero la fine del Duemila e il discorso del
presidente della Repubblica, che tornava a
leggere quell'articolo 11 e il suo "no" alla guerra,
anche se il presidente si affrettava ad evocare
subito "la partecipazione dell'Italia alle missioni
per il mantenimento della pace e di lotta al
terrorismo": come a purgare quell'articolo 11 da un
difetto di provincialismo.
E invece
quell'articolo da tutto nasce fuorché da una vicenda
provinciale, figlio diretto come esso è della
terribile esperienza di due guerre intercontinentali:
e a quella tragica vicenda mondiale guardava
chi l'aveva scritto.
E in verità ancora adesso ciò che ha riportato alla
ribalta quel dettato della Costituzione è un
evento mondiale.
A trarre dall'ombra quel brano della Costituzione
italiana è la nuova dottrina (e la pratica, temo)
enunciata dal presidente americano dinanzi al suo
Paese e al mondo: quella dottrina che afferma
la necessità e la legittimità della "guerra
preventiva", questa nuova codificazione del ricorso
alle
armi.
L'ultimo decennio del Novecento aveva visto il
ritorno e via via la "normalizzazione della
guerra", più o meno depurata dalla sua violenza
dall'aggiunta di quegli aggettivi: "giusta" o
"santa"; quasi nettata del suo sangue da una carica
di eticismo, e in ogni modo assunta come
momento "normale" dell'agire politico, e tuttavia pur
sempre come ultima ratio, come
conseguenza obbligata di un agire dell'avversario non
altrimenti contenibile.
Oggi invece dalla potenza americana viene assunto
come criterio l'agire prima, il ricorso
preventivo alle armi, il precedere l'avversario. E
davvero così diventa arduo definire dei criteri di
legittimità. L'idea della guerra di difesa - a cui
tanto hanno fatto ricorso, nei secoli, nazioni ed
imperi - si rovescia nel suo contrario: l'attacco
preventivo diventa il criterio di una strategia fatale
per governare l'irrequietezza del mondo.
E questo a
me sembra non solo una lettura
agghiacciante del governo del mondo, ma anche un
regalo inaspettato fatto agli strateghi
sanguinosi del terrorismo per poter giustificare la
loro cieca semina di morte, e una spinta ai capi
disperati di Hamas a predicare ancora per dire agli
adolescenti: fatti kamikaze, non hai altra via.
Domando: di fronte a questo nuovo codice mondiale a
che titolo potremo dire al dittatore
nord-coreano "distruggi le tue atomiche"? Quando
Stati, nazioni, popoli si sentiranno esposti, in
ogni momento, ai rischi della iniziativa preventiva
del più forte?
La parola disarmo già era scomparsa dai cieli di
questo pianeta. Adesso appare persino ridicola
nel nuovo tempo della guerra preventiva.
Questo è il nuovo scenario. Che ha a che fare con il
ripudio della guerra chiesto dall'articolo 11?
Certo se ne può ricavare la conseguenza che quella
Costituzione è morta. Ma anche la Carta
dell'Onu va in polvere se avanza la guerra
preventiva. O almeno diventa arduo alzare la bandiera
dell'Onu e tacere sulla guerra preventiva.
Il Parlamento italiano, se non erro, ha discusso in
plenaria sulla vicenda irachena il 25-26 di
settembre. Vedo che gli ispettori dell'Onu in Iraq
chiedono tempo. Ma intanto verso quel fatale
Medio Oriente già si muovono flotte ed eserciti. E
siamo ormai - ci dice il Capo americano -
nell'era della possibile guerra preventiva: anche
rispetto alle conclusioni degli ispettori dell'Onu.
Ho lavorato a lungo nella Camera dei deputati. In ore
tristi e in ore liete. Quel compito di
rappresentare la nazione mi appassionava. Adesso
sento la responsabilità grande che pesa su di
voi - deputati del popolo - nel grave frangente che
attraversa il mondo.
Dinanzi a voi stanno
domande ineludibili: in fondo su di voi pesa il
compito di appurare se regge ancora e ha valore la
Costituzione di questo Paese, e anche quanto la
nazione italiana può incidere sulle decisioni
delicatissime che attendono il giovane Parlamento
europeo. Diciamoci la verità: c'è chi considera
ormai un pesante ingombro queste assemblee, questi
luoghi della rappresentanza di fronte al
nuovo potere dei Capi, nel tempo nuovo della guerra
preventiva e dei nuovi disegni imperiali.
Non io, né altri nel Paese la pensiamo così. Anzi
crediamo ancora alla rappresentanza larga. E
pensiamo che sulla guerra e sulla pace debbano
parlare e pesare la larga rete delle assemblee: dai
Comuni, alle Province, alle Regioni. Che vengano da
voi a Roma, e vi dicano i loro timori e
speranze.
Quando se non ora devono venire ad incontrarvi? Se
non in questa vigilia in cui si decide sulla
pace o sulla fortuna o meno della nuova guerra
preventiva, e tutti temiamo che in Iraq torni il
vento aspro della guerra.
Queste sono le domande. Guardando ad esse si
chiarisce se la Costituzione in nome della quale
giura il presidente della Repubblica è consumata, o
ancora vive e ha un domani la sua grande
domanda di pace.