da la Repubblica del 4 aprile 2002
In Europa, in Medio Oriente, nella Roma del Papa,
forse persino in America è cominciato finalmente
l'assedio alla fortezza dell'indifferenza e
dell'ignavia della Casa Bianca davanti alla catastrofe
di Palestina. Nel deserto diplomatico creato
dall'America di Bush, si alzano le voci che
dissentono, che esortano, che tradiscono
l'indignazione del mondo per la latitanza di
Washington e dunque per la sua oggettiva complicità
con Sharon.
Si è mosso il Papa, convocando gli ambasciatori
d'Israele e il rappresentante degli Stati Uniti, si è
scossa dal proprio torpore l'Europa, che ha avuto il
coraggio di chiamare con Romano Prodi "un fallimento"
quello che finora Bush (non) ha fatto, e dal Cairo,
dalla nazione perno del fronte arabo moderato senza la
quale nessuna pace è pensabile, arriva la decisione
gravissima di interrompere i rapporti politici con
Israele.
Dunque, mentre Sharon assedia i palestinesi, il mondo
assedia Sharon, in una serie di cerchi concentrici al
centro dei quali c'è la inspiegabile, angosciosa
indifferenza di un'America che sa reagire soltanto con
le parole del più lucido e del meno ascoltato a
Washington, Colin Powell che torna a ripetere che i
palestinesi hanno "diritto a uno stato chiamato
Palestina".
E' una sorta di ribellione, se non addirittura di un
giustificato ammutinamento, questo che l'Europa, gli
arabi moderati e persino questo Papa malato e stanco,
hanno lanciato contro la impotente egemonia americana
e la condotta di questa amministrazione. Se la Casa
Bianca non capisce che questi sono segnali d'allarme
gravissimi, che la guerra in Palestina sta non
soltanto consumando le vite di ebrei e arabi ma sta
sgretolando il sistema di alleanze che tengono insieme
l'Occidente più civile, significa che il lampo di
autorità e di leadership acceso in Bush dagli orrori
dell'11 settembre era stato, purtroppo, soltanto un
lampo passeggero.
Di fronte all'insensatezza di quanto sta accadendo in
Palestina, davanti all'inarrestabile escalation di un
reciproco massacro che ormai trova soltanto in se
stesso la ragione per essere, è caduta definitivamente
l'illusione di poter limitare il proprio ruolo a
quello dell'"honest broker", del notaio distaccato e
imparziale al quale Bush restava aggrappato. "Lasciati
a se stessi" come ha ammesso anche il suo vice, Dick
Cheney, palestinesi e israeliani si sono sentiti
autorizzati a conquistare a qualunque prezzo posizioni
di vantaggio da portare poi, un giorno, alla
vidimazione del notaio Usa. La strategia dello "hands
off", del togliere le mani americane dal calderone
mediorientale, ha indotto i combattenti a scatenare
un'offensiva reciproca per migliorare le ragioni di
scambio, se e quando l'America si fosse decisa a
intervenire. Anziché fattore calmante, l'assenteismo
americano, dimostrato in maniera quasi offensiva dalla
scelta di inviare un vecchio e irrilevante generale in
pensione dei Marines, Anthony Zinni, è stato dunque il
fattore scatenante della guerra.
Ma per capire questa verità ovvia, Bush e il suo team
dovrebbero dimostrare non soltanto le facili capacità
militari, finanziarie o retoriche che abbiamo visto in
questi mesi, ma trovare lo slancio difficile per
mobilitare l'autorità storica e morale della sola
potenza militare globale ancora esistente. Dovrebbero
vedere come il ritiro dell'America dal fronte
diplomatico non avrebbe potuto portare altro che ai
risultati sconvolgenti di quella dottrina del taglione
che Sharon applica alla lettera nel terrificante
"laboratorio" del conflitto in Palestina e ammettere
il proprio fallimento. La necessaria solidarietà per
gli amici americani feriti orrendamente l'11 settembre
aveva congelato ogni dibattito e ogni obbiezione,
aveva impedito la denuncia della evidente debolezza di
una "dottrina" meccanicistica e piena quelle trappole
nelle quali oggi Sharon sta precipitando. Ma oggi
vediamo come la formula dell'occhio per occhio, della
violenza contro la violenza, produce una delle fasi
meno "sicure" nella straordinaria e tormentata
esistenza della nazione ebraica.
Ma questo capo dello stato americano, ammirevole
nell'ora dello stupro di Manhattan, non ha dimostrato
ancora la statura del leader capace di passare dalla
fase della reazione a quella della costruzione
strategica, né se ne abbia la tempra. Non sappiamo che
cosa stia leggendo Bush in questo momento, quali
persone ascolti. Certamente non sta leggendo i libri
della storica Barbara Tuchman sulla "follia della
Guerra" che Kennedy consultava durante la crisi di
missili, o i libri di viaggio e di storia dei Balcani
che Clinton studiava prima di lanciare la guerra in
Kosovo. Non sappiamo se lui, abbagliato dalla
"filosofia della serena ignoranza" che guidava il suo
idolo Reagan, capisca per esempio i segnali di
antisemitismo profondo e rinnovato che stanno
spuntando in Europa. Se abbia, come aveva il padre che
aveva grande esperienza del mondo, la sensazione che
attorno al Medio Oriente si stia coagulando non
soltanto il terrorismo islamico estremista, ma la
nuova ideologia dell'antiamericanismo assoluto,
successore potenziale del comunismo internazionale in
una guerra non più fredda, ma calda.
Sappiamo però che la latitanza dell'America in questo
conflitto ha prodotto un vuoto ideale, oltre che
diplomatico, che qualcuno deve riempire, o con il
segno positivo, come tenta ora di fare l'Europa, o con
il segno del male, come il terrorismo islamico sta
sicuramente progettando di fare. Bush non vuole
ammetterlo perché il Medio Oriente ha in sé il germe
del fallimento della sua meccanica "dottrina", perché
dimostra come il terrorismo debba essere combattuto ma
non possa essere vinto soltanto con aerei e missili.
Questa guerra non ha bisogno di chiacchiere su Piani
Marshall che serviranno, semmai, dopo, ma di scatti
morali e di colpi di fantasia che spezzino le immagini
della guerra e la spirale del taglione, ha bisogno di
un presidente americano che si metta in gioco in prima
persona, per salire i vicoli di Betlemme, di Gaza, di
Ramallah, per visitare le rovine dei ristoranti
mattatoi a Tel Aviv e Gerusalemme ed essere testimone
di pace, come seppero esserlo Begin e Sadat 34 anni or
sono, come rifarebbe il Papa se ne avesse potenza
materiale oltre che potenza morale.
Soltanto se l'assedio alla fortezza vuota di
Washington continuerà con forza e se Bush avrà il
coraggio di riconoscere il fallimento della prima fase
della guerra al terrorismo, della quale la catastrofe
in Palestina è la metafora e la manifestazione, e
spendersi di persona, questa Casa Bianca potrà
ritrovare quella leadership morale, oltre che
materiale, che le riconoscemmo l'11 settembre e ora la
stessa America sta demolendo in maniera palesemente
autolesionista. Come ha detto James Rubin, l'ex
sottosegretario di Stato americano e israelita egli
stesso, ogni giorno che trascorre con aerei,
elicotteri, missili americani che uccidono
palestinesi, la convinzione che l'America sia il
nemico di tutto il mondo arabo si rafforza. Questo è
il senso del grido di Mubarak, dell'Europa, del Papa,
di tutti coloro che hanno capito che in Palestina la
campana suona anche per noi.