Invio la prefazione di un libro molto carino scritto 30 anni fa, alla fine della guerra del Vietnam, da uno statunitense dotato di cervello.
Mi sembra molto attuale e leggerla è utile, oltre che spassoso, e forse può darci un suggerimento su come affrontare certi avversari che pensano che per essere Patrioti Difensori Dell' Italia bisogna sganciare bombe con i Tornado.
Se volete altri passi gustosi del libro (ce n'è per tutte le epoche, da Marco Licinio Crasso a Napoleone Bonaparte a Westmoreland in Vietnam) fatemelo sapere e invierò il testo scannerizzato.
Stefano Casini
Nel momento in cui scrivo sono passati otto giorni dal cessate il fuoco nel Vietnam. Le prime notizie dicono che gli scontri stanno leggermente diminuendo, mentre l'aviazione americana ha spostato la sua attenzione nel Laos e nella Cambogia, dove impiega i B?52 in trenta e più incursioni al giorno con altrettanti o più attacchi aerei. Ma contro cosa? Nessuno è ben sicuro su questo punto. Che cosa ne può venire? La Piana delle Giare nel Laos, a quanto ne dicono i testimoni oculari, pare sia stata praticamente evacuata due anni orsono. Nel frattempo il vero obiettivo di tutti questi bombardamenti ? le forze nordvietnamite ? sembra esserle sopravissuto in misura tale che c'è da chiedersi perché mai il presidente Nixon e i suoi generali si accaniscano, a questo punto, nel continuare in questa direzione.
Una così eroica ostinazione in imprese impossibili è tipica di molti condottieri e capi di Stato, ed è ciò che si vuol dimostrare in questo libro. Il luogo comune che niente ha successo come la vittoria è forse anche più vero per la sconfitta. Nell'arte del governo o nel suo risultato estremo, il conflitto, perdere può diventare facilmente un'estrosità. E' come se i nostri errori comportassero per noi la fatale conseguenza di renderli più grandi e di ripeterli. Questo è il motivo per cui, dopo aver mancato l'occasione della conquista del mondo nel 1914, si poteva star certi che i tedeschi ci avrebbero provato un'altra volta in questo secolo, per così dire inventando di sana pianta Adolf Hitler a quello scopo specifico. Allo stesso modo il mio paese, dopo aver compromesso, con i tentativi di sostenere una falsa democrazia nel Vietnam, la propria reputazione militare e l'" immagine " di grande potenza caritatevole, trova difficile, ancora adesso, di staccarsi da quei metodi che hanno portato a una simile débácle.
Si può comunque sperare nel fatto che il conflitto vìetnamìta, proprio per la sua natura squisitamente assurda, abbia fatto sorgere una revulsione pressoché universale non solo nei confronti di quella guerra, ma
in certa misura nei confronti della guerra in generale. Ed è anche possibile, per la stessa ragione, che tale guerra abbia avuto anche il paradossale effetto di condurre i principali contendenti ? gli Stati Uniti, l'Unione Sovietica e la Cina ? sulla via di relazioni amichevoli l'uno con l'altro; e da questo punto di vista ci sarebbe forse da augurarsi che la presente contesa nel Vietnam possa continuare, in qualche forma, indefinitamente. Data la situazione che prevale in quel paese, una continuazione così intesa sembra probabile, per non dire inevitabile.Sono stati proprio ì fatti straordinari del Vietnam, e la pertinenza che hanno con la mia persona quale cittadino americano e contribuente scontento, che mi hanno spinto a scrivere questo libro. Com'è, ho cominciato a chiedermi, che capi di grandi nazioni e comandanti di grandi eserciti così spesso persistono nei loro errori fino allo sfacelo? Che sia semplicemente stupidità non può essere la risposta, dato che chiaramente non furono degli stupidi, in qualsiasi accezione della parola, molti che hanno agito in questo modo. Il libro che > ho scritto, quindi, non è di storia, ma intorno a essa ? cioè sui motivi profondi o sui difetti caratteriali che hanno portato a quei disastri di cui la storia, al pari dei nostri quotidiani, sì occupa ampiamente. Nell'adottare un atteggiamento satirico distaccato rispetto ad una materia trattata un tempo con convenzionale solennità, ho agito, credo, nello spirito dei tempi. Diversamente dai nostri predecessori, dopo decine o centinaia di generazioni, cominciamo a renderci conto che la nostra sopravvivenza dipende non tanto dal mantenimento di certi valori tradizionali quanto invece dalla loro eliminazione la più rapida possibile. Ciò che deve essere scoraggiato è proprio il rispetto che per così lungo tempo abbiamo avuto per il senso di virilità e per il valore competitivo, dato che da qui insorgono poi le guerre, che ora possono anche concretizzarsi facilmente in un disastro nucleare.
Altri ostacoli, come si è visto recentemente, vengono dalla ostinazione, una qualità che negli Stati Uniti gode di un alto rispetto.
Il mio obiettivo, in breve, è stato non semplicemente di mettere in ridicolo le follie del nostro immediato o meno recente passato, quanto piuttosto di vederle alla luce di ciò che stanno diventando, si spera, gli imperativi morali. Se ci è dato di sopravvivere come specie, ciò avverrà, ritengo, perché finalmente saremo giunti a vedere la guerra non come l'ora più bella nella vita di un popolo, come una grande e tragica necessità, eccetera, ma come una disgrazia assurda. Poiché ha questo carattere (o riflesso) essenzialmente darwiniáno, la cosa sorprendente della guerra non sta nel fatto che ha generato tanti cattivi generali ma che ce ne abbia dato anche qualcuno di buono.
Per lo stesso motivo per cui la danza del ventre o il film pornografico non sono arte, c'è da presumere che gli uomini spinti alla professione di uccidere non siano certo di rango intellettuale sopraffino; e, infatti, di solito è proprio così. Di tutte le cose che sappiamo sulla guerra, questa, al momento, è forse la più stimolante. Si ritiene che sfornare gli ufficiali destinati al vertice facendoli passare attraverso il sistema universitario moderno serva a eliminare il cretino lampante, ma, come ho osservato nell'ultimo capitolo, il tipo d'uomo che invece ci viene fornito non può considerarsi un miglioramento apprezzabile. lo non ho una soluzione? a questo problema, salvo la più ovvia e più improbabile, cioè di smetterla con le guerre. Una cosa comunque è certa, che i discorsi morali non serviranno a sopprimerle. Alla fin fine il mezzo più efficace potrebbe risultare il ridicolo. Quasi tutti non troveremmo niente da dire se venissimo considerati dei mascalzoni; ma chi in coscienza accetterebbe di passare per stupido?
Charles Fair
Vista dal Municipio/Roma IV la discussione aperta dal Manifesto sulla proposta di nuovo Piano Regolatore (PRG) per Roma appare oltremodo significativa e pertinente: lo sviluppo urbanistico di questa parte di Roma è infatti tanto "impetuoso" nelle quantità quanto "impietoso" nelle procedure (come vedremo).
Stiamo parlando di un territorio periferico compreso tra V. Nomentana e V. Salaria, delimitato dai fiumi Aniene e Tevere, abitato da 210.000 cittadini (in calo da qualche anno), non soggetto a significativi flussi di immigrazione, che include parti di "città storica" come Montesacro, Città Giardino e Tufello e parti di ex-borgate come Fidene, Villa Spada e Settebagni, prevalentemente residenziale, con carenza strutturale di servizi (il pronto soccorso piu' vicino è all'Ospedale S.Pertini nell'adiacente Municipio/Roma V), stressato dall'attraversamento quotidiano e continuo di autoveicoli diretti in centro e imbottigliati ogni mattina e ogni sera nell'imbuto di tre ponti sull'Aniene. Qui, a ridosso del Grande Raccordo Anulare, è prevista la costruzione di una delle nuove Centralità: il Piano Bufalotta, per un totale di 2.800.000 metri cubi con destinazione in parte prevalente residenziale, in parte commerciale ed in parte servizi pubblici. In parole povere, case per 15.000 nuovo residenti (30.000 automobili-equivalenti), un grande ipermercato (altre auto in andata e ritorno), svariate multisale. Questa nuova Centralità, in virtù del "pianificar facendo" (della "natura processuale del piano" come precisa F. Oliva/Manifesto-13.7.01) è già stata deliberata dalla prima giunta Rutelli e quindi possiamo verificare dal vivo il modo di funzionamento del nuovo PRG proposto.
L'area era destinata dal PRG/62 a servizi privati (il vecchio Autoporto poi spostato fuori Roma) e con il meccanismo della "compensazione" si è realizzato il seguente scambio fra pubblico e privati: la cancellazione delle vecchie previsioni e la rivalorizzazione della proprietà fondiaria ora destinata ad edilizia residenziale a fronte della cessione al Comune di ca. 150 ha di verde pubblico (il futuro Parco delle Sabine). Ecco all'opera il motore primo del nuovo PRG: come spiega B. Rossi-Doria (Manifesto - 24.2.01) "per soddisfare bisogni nuovi e pregressi di servizi, occorre prevedere volumi edificabili in quantità superiori alle necessità". Ma non è tutto, perché il Piano Bufalotta, essendo stato deliberato con lo strumento derogatorio dell'Accordo di Programma, è sì inserito fra le Centralità del nuovo PRG, ma non rientrerà nel procedimento di "Progetto Urbano". Procedimento che, pur con tutti i limiti evidenziati da Rossi Doria e P. Berdini (Manifesto - 17.8.01) prevede una fase di confronto e discussione pubblica.
Non risponde del tutto al vero quindi quanto sostiene F. Oliva, che "le nuove Centralità... privilegiano le funzioni pubbliche e quelle produttive a scapito di quelle residenziali". Il nuovo Piano Bufalotta testimonia il contrario. Il più grande insediamento di Roma già oggi operativo (o il più grande regalo alla rendita fondiaria seguendo il ragionamento di S. Medici - Manifesto/17.8.01) non rientrerà di fatto nelle procedure del nuovo PRG.
Per i cittadini del Municipio/Roma IV il "pianificar facendo" non è uno slogan ma una ferita aperta.
Ce n'è abbastanza, ci pare, non solo per discutere del "tasso di pianificazione" contenuto nella proposta romana in confronto al "rito ambrosiano" seguito a Milano, ma soprattutto perché la nuova giunta Veltroni, prima di deliberare, risponda alle domande che i lavoratori ed i cittadini del Municipio/Roma IV (vere cavie di un esperimento "innovativo") stanno da tempo ponendo.
Quali spazi di contrattazione esistono per ridurre le cubature previste, posto che è difficilmente accettabile l'equazione proposta dai costruttori: "Nuova Centralità" uguale a "grande ipermercato + multisale" ? Quali sono i luoghi di confronto con le organizzazioni territoriali per determinare la destinazione della quota parte di servizi pubblici (esistono progetti locali per sedi universitarie e per teatri pubblici)? Quale certezza di esistenza e quali criteri di gestione saranno privilegiati per il futuro Parco delle Sabine (il secondo parco pubblico di Roma per estensione non è infatti inserito nella Variante delle Certezze)? Quali sono le garanzie politiche e tecniche di prevalenza dell'interesse pubblico posto che il "pianificar facendo" non è riuscito finora neppure a spostare una pompa di benzina costruita quest'anno (!) nel pieno centro del parco, contro ogni regola e norma, vero monumento alla protervia dei privati a al pressappochismo se non al menefreghismo dell'Amministrazione Pubblica? Quali certezze esistono che le infrastrutture necessarie a servizio della nuova Centralità siano coerenti con i propositi del nuovo PRG (riduzione del traffico automobilistico del 40% - F. Oliva)? Rileviamo infatti, su questo delicato fronte, che il Piano Bufalotta non sarà soggetto al vincolo di contestualità con la costruzione del prolungamento della Metro B1 fino al GRA (che è ancora da progettare mentre il Piano è già esecutivo!). Per di più non c'è coerenza fra la grande viabilità prevista dalle tavole allegate al nuovo PRG, che ancora prevedono una penetrazione urbana autostradale proprio all'altezza della Bufalotta, ed il Progetto Integrato di Mobilità - PROIMO, elaborato dall'Assessorato alla Mobilità della seconda giunta Rutelli, che invece nell'ultima versione non la prevede, anzi la esclude esplicitamente a favore di interventi più utili e da lungo attesi sulla tangenziale EST.
In conclusione sulla base di questo "caso di studio" non proprio marginale per il Municipio/Roma IV e per Roma, ci permettiamo di sostenere, senza fare polemiche, che l'interesse di Roma non è "che il nuovo piano sia approvato al più presto" (F. Oliva). Così com'è, ad essere indulgenti, non orienta affatto i processi reali di trasformazione della città e rinvia sine die la realizzazione di infrastrutture fondamentali previste dal PROIMO.
A nostro modesto parere occorre urgentemente verificare di nuovo la coerenza fra nuovi insediamenti e Progetto della Mobilità settore per settore, eliminando quelli incompatibili con i tempi di realizzazione del sistema di mobilità su ferro.
Vanno estesi a tutti gli interventi urbanistici già deliberati (Piani d'Area, Accordi di Programma, Art. 11) gli strumenti per garantire in modo vincolante la contestualità fra loro realizzazione e "cura del ferro" a partire dalla certezza di finanziamento pubblico per quest'ultima. Ma, soprattutto, come sostiene S. Medici/Manifesto - 17.8.01, vanno da subito disegnati, organizzati e deliberati i luoghi del confronto pubblico decentrato fra progettisti, costruttori, Amministrazione Comunale e Municipale da una parte ed i Coordinamenti delle organizzazioni territoriali dei cittadini dall'altra, affinché vi sia certezza di ascolto dei numerosi progetti nati localmente dalla libera discussione fra cittadini interessati a governare da protagonisti il loro territorio.
Sottolineiamo, en passant, che si parla di quei cittadini che credono "giustamente che solo lo schieramento progressista possa fornire una risposta" (P. Berdini) e la cui straordinaria mobilitazione ha determinato nel Municipio/Roma IV al ballottaggio il capovolgimento del risultato del primo turno, affidando il governo locale all'alleanza fra centro-sinistra e PRC.
Sembra opportuno rilanciare una grave notizia che è circolata in
questi giorni in Calabria.
Tra il 14 e il 15 di questo mese, qualcuno
(forse le forze dell'ordine o la capitaneria) ha sparato contro una
delle tante "carrette del mare", colme di profughi kurdi e afghani, che
sbarcano quotidianamente sulle coste del Mar Jonio.
Della vicenda parla l'articolo seguente, tratto da "la Gazzetta del Sud".
Omar Minniti
CROTONE – Che cosa è successo la notte fra il 14 ed il 15 scorsi in
alto mare, 90 miglia a sud est di Capo Rizzuto? Chi ha sparato addosso
a 305 immigrati – fra cui 76 bambini e 41 donne – ammassati sul ponte e
nella stiva di un motopeschereccio alla deriva con i motori fuori uso?
E perchè?
Al momento dell'approdo alla banchina di riva, nel porto di
Crotone – mancavano tre minuti alle ore 18 dell'altro sabato – il primo
di quei disperati a sbarcare è stato un curdo di trent'anni con una
gamba sfasciata da un pesante carico cadutogli addosso
sull'imbarcazione. Dopo di lui è sceso, su disposizione del medico capo
della questura dott. Orlando Amodeo, un altro curdo, quarantacinquenne,
con il polso sinistro fasciato stretto.
Il medico della Polizia ci
aveva messo un attimo a riconoscere sotto l'improvvisata fasciatura una
ferita d'arma da fuoco con foro d'entrata e uscita. I due curdi sono
stati accompagnati in ospedale.
Le fasi concitate dello sbarco degli
immigrati, con l'arrivo (alle ore 22) d'una seconda imbarcazione, più
grande, carica di 604 disperati fra i quali 84 bambini e 56 donne, ha
fatto passare in secondo piano gli accertamenti per capire come
quell'uomo di 45 anni si fosse procurato la ferita. C'è stato altro da
fare, davanti a quello che è stato definito “lo sbarco dei mille”.
Le
forze dell'ordine sono state impegnate a garantire la massima sicurezza
nell'identificazione, con il controllo più efficace possibile,
dell'enorme quantità di profughi e clandestini in gran parte curdi e
provenienti dall'Iran, dall'Irak, dall'Afganistan, dal Pakistan, dal
Senegal, dalla Turchia, dallo Sri Lanka, dal Bangla Desh,
dalll'Algeria, dall'India, dalla Mauritania.
Gli uomini dell'Ufficio
immigrazione della questura diretti dal dott. Antonio Ferrante con gli
agenti delle due Squadre mobili di Crotone e Reggio Calabria,
rispettivamente coordinate dal dott. De Santis e dal dott. Cannizzaro,
hanno fatto miracoli nel controllo degli immigrati.
Come si sa, ben 14
sono stati successivamente i fermati (tutti turchi) con l'accusa di
essere gli “scafisti” delle due imbarcazioni approdate con 909
immigrati a bordo.
Ma le indagini su quel curdo sbarcato con il polso
sinistro trapassato da un proiettile andavano comunque avanti. Quando
nel campo il dott. Amodeo ha scoperto e ricoverato in ospedale un altro
immigrato con una ferita da arma da fuoco (questa ad una gamba) la
novità è stata segnalata al capo della Mobile Nino De Santis.
L'inchiesta è diventata più importante. La Procura della Repubblica non
sottovaluta l'accaduto. Molti degli immigrati approdati nove giorni fa
con la nave senza nome sono stati sentiti dagli investigatori.
Nel
Campo di prima accoglienza di Sant'Anna, finalmente al sicuro e in
attesa di ottenere l'asilo politico loro riconosciuto dalla Convenzione
di Ginevra, i profughi hanno raccontato una notte da incubo.
Novanta
miglia al largo della costa calabrese, al limite delle acque
territoriali greche, il motore del motopeschereccio salpato dalle coste
turche con a bordo 305 disperati, è andato in avaria. L'imbarcazione,
sotto il vento, ha cominciato a “scarrocciare” forse verso ovest e la
Grecia. E' stato lanciato il “May-day”, raccolto da Taranto e Crotone,
che hanno fatto partire mezzi veloci della Guardia Costiera e
rimorchiatori.
Era buio pesto, verso le 3 di notte. I profughi hanno
raccontato di avere sentito prima i motori e poi d'essere stati
illuminati dal potente faro di una motovedetta o di un motoscafo. Dal
natante sono partiti numerosi colpi d'arma da fuoco contro il
motopeschereccio.
Sul ponte erano accovacciate centinaia di persone.
Sono stati attimi di terrore, con gli uomini che cercavano di mettersi
al riparo. Dopo la rapida sequenza di spari contro l'imbarcazione alla
deriva, il mezzo più potente ha ripreso il largo.
I profughi hanno
raccontato che al buio si è capito solo che due fra loro si lamentavano
perchè feriti, mentre qualcuno si sporgeva dalla murata gridando che
tre o quattro erano caduti. Finiti in mare!
Tre ore dopo, sono arrivati
i soccorsi dalla costa calabrese. Il motopeschereccio è stato
rimorchiato in porto a Crotone.
Chi ha sparato addosso a quei
disperati? Perchè? Forse l'autorità marittima di un altro Paese li ha
voluti allontanare? Ci sono state vittime? I segni sull'imbarcazione,
posta sotto sequestro giudiziario nel porto di Crotone, non lasciano
dubbi: ci sono decine di fori e ammaccature sulla murata a poppa, c'è
molto sangue rappreso, scuro.
O siete con me o siete con bin Laden, grida Bush, mentre si appresta a punire l'Afghanistan, talebani, non talebani e popolo inclusi. Conosco il ricatto. Non ci sto. Non mi schiero con Bush e lascio agli stolti di dedurne che sono con bin Laden. Vorrei ragionare su quel che è successo, su quel che può succedere e sul che fare.
L'11 settembre non è stata una guerra. Le guerre impegnano le nazioni. E' stato un atto terroristico e ne possiede tutti i lineamenti: la priorità del simbolo, il colpire inatteso, la segretezza della mano, l'intreccio omicidio suicidio, destinati a moltiplicare il panico. Il terrore ha per primo fine il terrore. Non tutti i molti attentati della storia sono terroristici, ma questo sì: chi lo ha compiuto conosceva il bersaglio, le debolezze del suo dominio dal cielo, la sicura amplificazione dei media. Grazie ai quali le due Torri sono crollate non una ma diecimila volte sugli schermi, aiutando a gridare: è una guerra e chiamando alla guerra. Gli attentatori lo avevano certamente messo nel conto.
Non è stata l'apocalisse. Non nell'accezione ingenua della devastazione enorme: altre più massicce devastazioni si sono seguite negli ultimi dieci anni. Ma non abbiamo definito apocalisse quella dei centocinquantamila sgozzati in Algeria, dei sei settecentomila Tutsi uccisi dagli Hutu, dei trecentomila ammazzati nell'Iraq dall'operazione "Tempesta nel deserto" e il mezzo milione di bambini che muoiono, si dice, per l'embargo dei medicamenti. Tanto meno i trentacinquemila morti in Turchia e i settantamila in India, in questo stesso 2001, anche se la speculazione non è estranea a quelle catastrofi. Dunque alcune stragi pesano come montagne, altre come piume? Se non è corretto valutare un evento soltanto dal numero delle vittime non è neanche lecito valutarlo soltanto dal vulnus portato all'idea di sé che ne ha chi ne è ferito, in questo caso gli Stati uniti. Ancora più torbido il richiamo colto all'Apocalisse: scontro finale fra la Bestia e l'Agnello. Il Bene siamo noi la Bestia sono loro. Così ha detto Bush e ha aggiunto "Dio è con noi".
Non è stato l'assalto dell'Islam alla cristianità, come sulle prime si è detto (antinomia veneranda, ricorda Bocca). Poi ci si è ritratti con imbarazzo: non è l'Islam ma il fondamentalismo islamico che colpisce l'occidente cristiano. Ma l'Islam è un oceano e dimostrare che ha i suoi fondamentalismi è facile quanto dimostrare quelli del cristianesimo e dell'ebraismo. E tuttavia Ariel Sharon non è "gli ebrei", Pio XII non è stato "i cattolici" e neppure lo stolto Bush è "gli americani", anche se di queste aree sono o sono stati i leader designati. Cattiva polemica, confusione. In verità nulla fa pensare che quello alle due Torri sia un attacco al cristianesimo, dubito che sia un attacco alla democrazia, certo non lo è al mondo delle merci e dei commerci contro il quale nessuno nell'Islam, neanche i talebani, ha nulla. Chi ha colpito ha voluto colpire l'arroganza degli Stati uniti nel Medioriente e metterne in difficoltà gli stati arabi alleati.
Non è stata una vendetta dei poveri. L'Islam non parla di questione sociale, ma senza questo i poveri non sono in grado di compiere che una jacquerie. L'attacco alle due Torri è tutto fuorché una jacquerie. Non è dei poveri né per i poveri la dirigenza della Jihad, che traversa tutto l'Islam senza avere (ancora) uno stato proprio e gioca anche sulla disperazione, ignoranza ed oppressione delle masse il cui consenso è necessario alle dittature arabe, costringendo queste ultime a tirare il sasso e nascondere la mano. La Jihad è agita da potentati politici e finanziari che degli States conoscono il funzionamento e i mezzi e in questo senso Osama bin Laden, saudita, già agente della Cia, è un modello. Viene da una famiglia che dal 1940 è il più forte gruppo di costruzione e trasporti dell'Arabia saudita, ma partecipa a holding dell'elettricità (a Rihad e a La Mecca, a Cipro e in Canada), nei petroli, nell'elettronica, nell'import-export, nelle telecomunicazioni (Nortel e Motorola) e nei satelliti (Iridium). Famiglia e Arabia saudita hanno liquidato Osama con due miliardi di dollari che egli gestisce sulle borse e nella miriade di società off shore dei suoi. E alimenta le ong islamiche Relief e Blessed Relief.
Questi sono "loro", la Bestia contro la quale ci leviamo, noi, il Bene. Sono quelli che gli Stati uniti hanno creduto di utilizzare in Afghanistan e nel Medioriente e oggi gli si rivoltano contro. E' una lotta per il dominio in quello scacchiere. Non è fra i guai minori di Bush che i saudiani siano i maggiori finanziatori della Jihad ma l'Arabia saudita il paese più intrinsecamente legato agli interessi americani.
La vera domanda è perché ora? Fino a dieci anni fa la Jihad non era così forte e fino a dieci giorni fa agiva solo all'interno dell'Islam, ala ortodossa contro le "deviazioni", l'Algeria è il più sanguinoso esempio. Finché non ne è stato toccato, l'occidente non se ne è curato affatto, privilegiando i rapporti d'affari, massacratori o fondamentalisti che fossero i detentori di gas per l'Europa, di armi contro l'Unione sovietica o gli alimentatori di un contenzioso pakistano contro l'India. Non se ne è curato quando sotto gli occhi di tutti sono affluiti, negli ultimi anni, ad addestrarsi nell'Afghanistan, i fondamentalisti di ogni provenienza.
E invece si doveva vedere come la Jihad assumesse grandi dimensioni da quando il Medioriente ha smesso di essere assieme paralizzato e coperto dal deterrente delle due superpotenze e una sola di essa è rimasta in campo, gli Stati uniti. I quali sono diventati parte in causa, sollecitatori e finanziatori di tutti i conflitti del settore, per i loro immediati interessi o per inintelligenza dei processi. Neanche l'acuto Noam Chomski si ricorda che prima del 1989 una guerra nel Golfo sarebbe stata impensabile. E che chi negli emirati vi ha chiamato gli States, da tempo non apprezza che essi così pesantemente vi restino. Non apprezza, il mondo arabo, che gli Usa esigano il rispetto delle risoluzioni dell'Onu dall'Iraq ma non lo esigano (e non occorrerebbe una guerra) da Israele. La Jihad insomma è cresciuta nel venire affine di qualsiasi visione laica di riscatto di quelle popolazioni con la caduta dell'Urss e col blocco assieme contingente e leonino fra dirigenze arabe e Pentagono. Nazionalismo, fondamentalismo, concretissimi interessi di alcuni e disperazioni di molti hanno fatto della Jihad la miscela esplosiva che oggi è.
Azioni e reazioni degli Stati uniti le hanno facilitato il terreno di coltura, come lo accrescerà la dissennata reazione di Bush che farà a pezzi in Afghanistan molti, non bin Laden, e però non oserà invaderlo: i russi gli hanno spiegato che non ce la farebbe. Ma bombarderà a destra e a sinistra Kabul e forse, secondo le abitudini, Baghdad. Si è sbagliato chi di noi ha pensato che l'unificazione capitalistica facesse degli Usa un impero, sia pur meno colto di quello che già non piaceva a Tacito, ma che sarebbe stato oggettivamente assimilatore e mediatore. Gli Usa non sono questo. Si muovono in modo ancora più arrogante di Francia e Inghilterra, che avevano spartito con l'ascia la regione, e per di più in tempi che offrono a chi si sente umiliato e offeso i mezzi e i saperi per destabilizzare chi lo umilia o lo offende.
Nulla è stato più stupido che allevare il terrorismo e pensare di servirsene. Esso è imprendibile e lo resterà finché non avrà perduto il consenso sul suo proprio terreno. Ma non lo perderà di certo mentre Bush bombarda l'Afghanistan. Anzi con questa azione gli Stati uniti perderanno anche il sostegno degli stati arabi finora amici. La Lega araba ha già cominciato. Bush si infila in una guerra dalla quale non tirerà fuori i piedi perché l'ha promessa ai suoi concittadini, che al 92 per cento la vogliono anche loro: ma non dividerà gli stati arabi, e accrescerà il potenziale di vendetta della Jihad. La sola guerra che è in grado di vincere è in casa sua contro la tanto vantata "società aperta": effetto fatale delle emergenze. Si espone a essere colpito di nuovo, a non vincere da nessuna parte e perdere poco a poco il consenso che la scossa dell'11 settembre gli ha dato.
Ci sono errori senza rimedi.
Se ne accorge l'Europa che ora lo sostiene ora ne prende le distanze, firma patti scellerati con la Nato e poi elucubra sull'articolo 5, non vuole mandare i ragazzi di leva nelle montagne afghane né complicarsi le cose con i musulmani che si trova in casa, né col Mediterraneo, dove l'Italia della seconda repubblica - sia detto fra parentesi - fa ancora meno politica della prima.
Dovremmo accorgercene anche noi, che pure siamo stretti fra la spada e il muro, perché non c'è occasione che non sia buona per cercare di massacrare la poca sinistra che resta. Abbiamo anche noi le nostre colpe, non fosse che di omissione. Scrive Pintor che non ci aspettavamo quel che è successo: è vero. Ma non è una virtù. Come gli Usa abbiamo guardato a noi stessi e non al mondo, dove pure nulla era nascosto. Coprendoci il capo con la cenere dei comunismi, abbiamo cessato di guardare a chi era incastrato in condizioni materiali più delle nostre tremende. Prendiamo la Palestina: uno stato confusionale fa oscillare la sinistra fra senso di colpa verso gli ebrei, rigurgiti di antisemitismo e, come ha scoperto Mannheimer, vorremmo tanto che i palestinesi smettessero di agitarsi. Tale è il peso del fallimento dei socialismi reali che alcuni di noi si sono persuasi che nulla ci sia da fare, tanto il male è nel mondo e il mondo è del male, mentre alcuni altri si sono illusi sulle virtù rivoluzionarie di identità arcaiche, che ci sono parse lodevoli perché antimoderniste e tutte si sono involte su sé stesse, fra degenerazione e paralisi.
Ora gli eventi ci presentano i conti e bisogna rispondere per quello che siamo. Non siamo tutti americani - io almeno non lo sono. Non apprezzo i "valori" liberisti che gli Stati uniti impongono, mi duole il lutto dei loro cittadini ma non mi piace che si credessero al di sopra delle conseguenze di quel che il loro paese fa. Mi si dirà antiamericana? Sì lo sono, e mi stupisco che esitino tanto ad esserlo molti amici che più di me in passato lo erano. Considero che gli Stati uniti stiano facendo ancora una politica imperialista che ferisce altre popolazioni e si rivolterà contro loro stessi: sono antimperialista, altra parola che mi sembra bollata di ostracismo.
La verità è che siamo deboli. Ma questo non ci assolve dal dire no, Bush è un pazzo pericoloso, non colpirà la Jihad ma molta gente senza colpa, e spingerà gli Stati uniti a vivere assediando il mondo e ad esserne assediati.