Da il Manifesto del 10 febbraio 2002


Il movimento ci salverà

di Alfonso Gianni *)






La proposta lanciata qualche giorno fa dal direttore del manifesto ha il pregio di mettere i piedi nel piatto dell'attuale stato di crisi della sinistra moderata. Pur non condividendo la terapia, come dirò più avanti, non mi pare trascurabile sottolineare la convergenza almeno su un punto di analisi e cioè che l'Ulivo è morto o, se più piace, è un dead man walking. Prima ce ne accorgiamo meglio è per tutti. Almeno si può evitare di indulgere a impossibili tentativi di rianimazione o riesumazione, che vanno dalle avances di patti più o meno leonini, fino alle infinite varianti sul tema delle con-federazioni.
Il centro-sinistra e la sinistra moderata non stanno più assieme, né tra di loro né al loro interno. C'è chi prevede che la deflagrazione avverrà di fronte a un non imprevedibile insuccesso elettorale nella prossima tornata amministrativa parziale del 26 maggio. C'è chi, paventando questo o il peggio, pensa di anticiparla per meglio governarla (è il caso, appunto, di Riccardo Barenghi). Non credo, in ogni caso, che da questa crisi che penso definitiva la sinistra moderata possa uscire semplicemente rimescolando il mazzo di carte al proprio interno. Nello stesso tempo è perfettamente vero che le espressioni politiche che fanno riferimento al campo della sinistra di alternativa -mi sia permesso di dire Rifondazione comunista per prima se non altro per averlo riconosciuto in modo esplicito e per tempo - sono insufficienti ad esprimere (non solo e non tanto a rappresentare) la sua crescente potenzialità. Che fare, allora? Forse conviene allargare un po' lo sguardo.
L'Ulivo non muore solo per cause endogene. Esso è travolto da avvenimenti ben più grandi di lui, rispetto ai quali le sue risposte sono state non solo inadeguate ma falsificate dalla realtà.
La globalizzazione, che la virtuale proiezione mondiale dell'Ulivo voleva governare, conosce un periodo di profonda crisi. Si tratta di una crisi economica profonda, dalla durata e dagli esiti davvero incerti, che determina una recessione di proporzioni mondiali che costa al mondo in un solo anno, quello di adesso, tra i venti e i trenta milioni di disoccupati in più e l'emblematica deflagrazione del sistema economico e sociale dell'Argentina. Si tratta di una crisi ideologica, proprio nel senso di "falsa coscienza" che al termine ideologia possiamo marxianamente attribuire, poiché la credibilità delle magnifiche sorti progressive della globalizzazione con le quali essa aveva costruito non solo dominio ma anche egemonia, si è definitivamente incrinata e il pensiero unico si è diviso. Da questa crisi le forze del nuovo capitalismo vogliono uscire passando ad una nuova fase, ad una seconda globalizzazione - come forse è più corretto dire - entro la quale lo stato di guerra permanente diventa la modalità stabile di un duro dominio sul mondo di fronte ad una ribellione crescente.
Intanto cresce, dura, si articola e si radicalizza negli obiettivi un movimento contro la globalizzazione destinato ad assumere centralità sulla scena mondiale analoga a quella che ebbe il movimento operaio nel Novecento. E' un movimento complesso, composto di diverse figure sociali che la profonda rivoluzione capitalistica restauratrice dell'ultimo quarto di secolo aveva frantumato, diviso e contrapposto. E' un movimento che incontra e attraversa senza complessi di inferiorità culture e memorie stratificate che animavano e che ancora animano i movimenti sociali che fin qui hanno cercato di contrastare e di superare il capitalismo fin dal suo sorgere.
E' un movimento che per necessità di essenza, prima ancora che per piena consapevolezza è proiettato oltre la dimensione nazionale. E' un movimento che riesce prima a resistere, poi a scartare la tenaglia entro la quale volevano definitivamente schiacciarlo, quella tra guerra e terrorismo, comprendendo e denunciando il carattere indefinito e infinito, di guerra civile planetaria della prima e di nichilismo distruttivo del secondo, come si è ragionato e detto a Porto Alegre.
E' un movimento che è riuscito a rispondere alla violenza generale che si è abbattuto su di esso, senza avvitarsi sulla stessa ma aprendosi alla società e rinnovando così la sua forza. E' un movimento che innova profondamente -vorrei dire persino intimamente - la modalità dell'agire politico, che riesce a coniugare nel quotidiano l'idea di una trasformazione radicale dell'ordine delle cose esistente con una capacità e modalità d'iniziativa - da qui la scelta fondante della non-violenza - capace di attirare e promuovere il protagonismo di massa nelle sue diversissime espressioni.
E' un movimento che non ha bisogno solo di una rappresentanza intesa in termini tradizionali, anzi credo che, offerta così, la rifiuti. Ha bisogno invece di entrare direttamente nel processo di formazione delle decisioni politiche. Ha bisogno perciò di una nuova stagione della democrazia, nella quale si coniughino le forme della democrazia delegata con quelle della democrazia diretta, con una forte iniezione di queste ultime, visto che le prime sono state interamente svuotate e ridotte a puro guscio dai processi di spostamento elitario dei luoghi decisionali, tipici dell'attuale capitalismo sempre più insofferente e contradditorio rispetto alle stesse classiche forme di democrazia formale entro le quali - fatta eccezione per le significative parentesi di feroci dittature - era pur sempre cresciuto.
A guardar bene si tratta del grande tema del bilancio partecipativo, che l'esperienza amministrativa di Porto Alegre ci consegna non per essere copiato ma per essere creativamente implementato.

Non si tratta quindi di sovrapporre o di giustapporre una rappresentanza politica al crescente movimento dei movimenti, ma di comprendere che ci troviamo di fronte ad una possibile e potente innovazione nel e del sistema democratico e nello stesso tempo -ed è bene che le due cose vadano assieme -della teoria e della pratica del rapporto tra il partito politico e i movimenti.
Per questo - per dirla con franchezza - mi pare ancora prigioniera di una visione politicista la conclusione che Barenghi trae dal suo ragionamento, cioè quella di risolvere salomonicamente il tormentone della sinistra spezzandola in due grandi partiti, il più a sinistra dei quali dovrebbe assumere o imporre la rappresentanza del movimento. Salvo poi auspicare un'intesa elettorale ai fini di sconfiggere Berlusconi. In questo caso ancora una volta le discriminanti contro il neoliberismo e la guerra si perderebbero nelle secolari nebbie della tattica politica, poiché si progetterebbe di ricomporre ciò che viene scisso in nome di fondamentali discriminanti negando le stesse.

Per tutte queste ragioni - più altre che tralascio per non annoiare - non penso che la costruzione di due partiti, uno del centro-sinistra (da D'Alema a Mastella, passando per Amato), l'altro di sinistra (da Folena a Bertinotti, passando per Cofferati) sia la prospettiva corretta. Anzi penso che questo corrisponderebbe proprio a quella smazzatura di carte (con l'aggiunta di Rifondazione) che non risolve nulla, poiché questa soluzione non farebbe che fossilizzare l'attuale museo della politica semplicemente spostando i pannelli e quindi mutando ordine e dimensione delle stanze. Intendiamoci questa proposta ha anche il suo fascino e forse il suo tornaconto sul piano elettorale, poiché è statisticamente probabile che nell'area dell'astensionismo di sinistra si annidi una percentuale di possibili elettori disponibili. Mi chiedo però se vale la pena di giocare una partita così incerta e in ogni caso dal fiato così corto, avendo invece a disposizione finalmente una prospettiva di ben più largo respiro.
Il quadro che ho fin qui descritto, quello che va dalla crisi della globalizzazione alla morte dell'Ulivo, passando per il dato fondamentale della crescita del movimento su scala mondiale, autorizza a nutrire ben altre speranze.

In sostanza credo che l'ora della costruzione di una sinistra di alternativa sia scoccata. Non capire o ritardare sarebbe un errore imperdonabile. La costituente dei movimenti non solo è nata, ma, come dimostrano i risultati della grande riunione di Porto Alegre, è svezzata. Dobbiamo e possiamo dare vita ad una costituente della sinistra d'alternativa.
Naturalmente è giusto porre la questione con i piedi per terra. Innanzitutto vi è il problema di costruire un'opposizione sociale e efficace al governo delle destre. Il tema della giustizia è uno di quelli su cui insistere, ma non può essere il solo, come dimostra il flop di Piazza Navona. Bisogna qualificare l'opposizione sui grandi temi del lavoro e della difesa dello stato sociale. Su questo terreno è possibile congiungere concretamente l'iniziativa parlamentare, con l'ostruzionismo sul disegno di legge Maroni, ad esempio, alla battaglia sul terreno sociale per una raccolta di firme per l'estensione dell'articolo 18 al di sotto dei 15 dipendenti fino alla conquista dello sciopero generale. In altri termini il terreno dell'opposizione al governo delle destre dalla società alle fabbriche, dal movimento alla dimensione istituzionale e parlamentare è un obiettivo necessario e possibile. Su questo si sono fatti passi in avanti. Lo dimostra anche la capacità della sinistra Ds (ne parlava ieri Cesare Salvi su questo giornale), di alzare il livello di visibilità e di scontro con la linea prevalente in quel partito e di connettersi con l'opposizione che monta dalla società e da settori importanti del sindacato, in primo luogo dalla Fiom. Lo dimostra l'attuale campagna di raccolta di firme per la Tobin tax.
Però bisogna sapere guardare più in là. Non penso ad un partito che metta insieme riformisti sinceri e rivoluzionari rifondati, bensì ad una nuova costituente della sinistra d'alternativa, capace di collegarsi immediatamente al nuovo che emerge nel pensiero alternativo a livello mondiale e in un processo di contaminazione con i movimenti. Ne parleremo, e non da soli, nel congresso di aprile di Rifondazione comunista e in tutte le altre occasioni possibili. Con un'avvertenza: l'obiezione che le modalità di questa costituente della sinistra d'alternativa sono ancora imprecise non vale, per il semplice fatto che a definirle sono chiamati una pluralità di soggetti che non si lascerebbero imporre soluzioni precostituite da alcuno.

della Direzione nazionale del PRC



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