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Piazza Navona. Io ero lì perché ci credo

di Nando dalla Chiesa






Ora che il fuoco d'artificio innescato dall'urlo di Moretti si sta esaurendo, è possibile vedere con più chiarezza che cosa è successo sabato scorso in piazza Navona; e anche capire il contesto in cui è accaduto.
L'Ulivo, anzitutto. Questa creatura esiste, è proprio altra cosa dalla somma di partiti o dalla sigla elettorale o dall'araba fenice che di volta in volta torna a essere nelle parole e nell'immaginazione di leader politici e commentatori di Palazzo.
Quando a freddo, la scorsa settimana, era stata lanciata la "campagna d'inverno" sulla balcanizzazione del centrosinistra, sulla frantumazione dell'Ulivo, tantissimi parlamentari si erano guardati in faccia increduli: ma questi che stanno dicendo?, si chiedevano; ben sapendo che nel proprio lavoro non c'era frantumazione, che c'erano anzi iniziative, discussioni e votazioni comuni; c'erano inviti reciproci per dibattiti pubblici; c'era un rapporto unitario con i cittadini dei propri collegi elettorali. Ma questi che stanno dicendo?, si chiedevano giustamente preoccupati i cittadini medesimi. L'Ulivo esiste.
Perché - piaccia o non piaccia - esso ha interpretato processi di unificazione politica dovuti alla fine delle ideologie e alla nascita di un sistema bipolare, nonché alla straordinaria mescolanza di culture progressiste prodotta dalle trasformazioni degli ultimi decenni.

Nel frattempo più di trenta parlamentari dell'Ulivo, per nulla balcanizzati, erano in quel momento impegnati a promuovere una manifestazione sulla giustizia richiesta dai loro elettori e che l'Ulivo come struttura gerarchica non avrebbe mai promosso. Piazza Navona ha risposto. Chi per pigrizia ragiona sul suono complessivo delle parole (Ulivo) anziché sul loro ordine logico (gruppo di parlamentari dell'Ulivo), ha parlato di "poca gente" come se si trattasse della manifestazione del prossimo 2 marzo. Ossia della classica manifestazione organizzata dai partiti con mobilitazione di apparati, treni e pullman e manifesti.
Ma sei-settemila persone, pochi militanti e molta opinione pubblica, si sono ritrovate in piazza senza che per Roma vi fosse un solo manifesto. In piazza. Perché anche questa esiste. È stato, all'inizio, il sogno di Berlusconi quello di portare la gente in piazza "come la sinistra". È stato il sogno di grandezza di Bossi quello di "fare come i comunisti".
Ma intanto la sinistra e i "comunisti" sognavano a loro volta di fare come Berlusconi. La piazza non è più moderna, ora c'è la televisione, si vince con quella. Non occorrono nemmeno più i nostri giornali (vero?). Ci sono i salotti di Vespa, i talk show. Con il risultato che Berlusconi aveva le tivù e le piazze e noi né le une né le altre. Ma la piazza non sono solo le spallate del milione di persone. La piazza è incontro pubblico, comunicazione, libertà di espressione.

Come ha notato Lidia Ravera, quelle sei-settemila persone pigiate in una metà di piazza Navona sembrava che stessero a teatro. L'Ulivo che cerca la piazza solo per il consenso facile dei due mesi di campagna elettorale è diverso dall'Ulivo che ci sa andare a parlare, a coinvolgere mentre agisce in parlamento. Chi cerca i suoi elettori, ne assume la vitalità e soprattutto si dispone a spiegare volta per volta le proprie scelte, spezza la catena delle segrete stanze in cui fare patti inconfessabili. Perciò l'urlo di Moretti, anche se quasi nessuno lo ha rilevato, rende "storica" per un altro aspetto la serata di sabato. Non per la scomunica ma perché ha rilanciato l'Ulivo, entrando nel varco aperto - questa sì è responsabilità dei parlamentari promotori - da una scelta di partecipazione libera.
L'unica forma di partecipazione di fronte alla quale la politica può misurare la sua effettiva capacità di guida.
Ulivo morto e finito? Ma dove, se la gente alla fine della manifestazione (che fra l'altro non si è conclusa con l'intervento di Moretti) ne ha festeggiato la rinascita, scatenandosi in ogni possibile forma di vitalità comunicativa? Certo, i commentatori che si guardano allo specchio in uno striminzito gruppo di leader, disegnano scenari futuri (loro sì "apocalittici"!) a partire dal disagio di quelli sul palco. Denotando anche loro, commentatori del Palazzo, un distacco formidabile dalla società reale.

È però bene segnalare altre due cose per chiarire il contesto dell'urlo. La prima riguarda le sue ragioni politiche. Perché, spiace dirlo, le reazioni che esso ha generato le rinfocolano, anziché allontanarle. Che significa, ad esempio, che "ora si torna alla politica"? Che la manifestazione di piazza Navona non è stato un fatto in grado di "fare politica"? O si vuol fare intendere che battersi per principi irrinunciabili (la legge è uguale per tutti) è ontologicamente incompatibile con la capacità di fare proposte, di costruire alleanze e legami sociali e culturali? Il fatto è che lo scontro apertosi nel centrosinistra, e tra politica e cittadini, sta proprio in questo: l'idea della politica, il modo di farla (e naturalmente i risultati del farla in un certo modo). Di più. Nella lettera aperta a Moretti - segno in sé di sensibilità culturale - Piero Fassino non affronta proprio quelle questioni che Moretti ha rimproverato, a lui e Rutelli, di non avere affrontato a piazza Navona.
Ma ormai di questo bisogna parlare: il rapporto tra l'Ulivo e Berlusconi, l'idea che sui principi non negoziabili si possa negoziare (e che questo sia il "far politica"). C'è un grande bisogno di chiarezza. E certo non aiuta a farla il sostenere che la Bicamerale fosse prevista nel programma dell'Ulivo. La Bicamerale, nella tesi numero 1, era prevista come un puro strumento per coordinare le riforme, non come un luogo per realizzare strategie politiche generali. E in ogni caso non prevedeva affatto, come suo oggetto, la giustizia. Prevedeva solo le forme del governo e della rappresentanza. O no?

La seconda cosa è che sbagliano, e tanto, quegli esponenti politici e quei commentatori, che hanno visto in piazza Navona il popolo estremista e radicale incapace di innovazioni e di riforme. Insomma, la zavorra della sinistra. In piazza Navona si sarebbe potuto discutere di aumenti di merito agli insegnanti, di riforma della prima parte della Costituzione, di fine delle clientele uliviste, di maggiore sicurezza nelle strade, di protagonismo dei magistrati. Di tabù e di cose scomode. Era un'opinione pubblica in maggioranza non legata a dogmi politico-sindacali. Ci sarà stata certo una componente massimalista. Ma la vera domanda generale era una politica che appassioni. Si scaldano i cuori anche con le riforme coraggiose, non solo difendendo le vecchie trincee. Purché sullo sfondo si veda una società più giusta e più libera. Non un minuetto alla fine del quale si prendono mazzate e si ringrazia.

(pubblicato anche su l'Unità del 6 febbraio 2002)



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