(da il Manifesto del 15 novembre 2001)
Sabato 10 novembre, a poche ore dalla manifestazione contro la guerra (e a quella di regime di piazza del Popolo), appuntamento nella sede della redazione del manifesto per una tavola rotonda tra le anime del "movimento dei movimenti". Dopo Genova, gli attentati dell'11 settembre, l'inizio della guerra e la Perugia-Assisi (e tantissime iniziative e assemblee) è l'occasione per fare - "pubblicamente" - il punto sulla salute del movimento e confrontarsi suo futuro. All'incontro hanno partecipato Vittorio Agnoletto, Luca Casarini, Tom Benetollo dell'Arci, Piero Bernocchi dei Cobas e Network per i diritti globali, Marco Bersani di Attac, Beppe De Cristofaro dei Giovani comunisti, Luca De Fraia della Rete Lilliput, Guido Lutraria dei Disobbedienti, Claudio Sabattini della Fiom, Patrizia Sentinelli del Prc. Per il manifesto, Riccardo Barenghi, Carla Casalini, Alessandro Mantovani, Valentino Parlato, Gabriele Polo, Cosimo Rossi, Benedetto Vecchi.
Tom Benettollo: Questa guerra ha fatto irruzione nella politica fino in fondo e per questo il movimento è chiamato a un salto di qualità di fronte a una guerra anomala ma così moderna che ci interroga profondamente. Lottare contro questa guerra, porre fine ai bombardamenti e individuare una sbocco alternativo è necessario da subito, usando ogni occasione possibile. Chi in parlamento ha detto no ha fatto un servizio al paese, perché quando questa guerra si rivelerà un disastro, quei voti contrari possono rappresentare un ancoraggio, un'alternativa. E' importante che l'opposizione sociale alla guerra sia sempre più ampia; la scelta della Fiom che fin dall'inizio ha avuto una posizione chiara è stata fondamentale e ha aiutato la Cgil ad avere una posizione che credo importantissima.
Questo movimento deve riuscire a raccogliere tutta la disponibilità alla mobilitazione contro la guerra, che è fatta di tante anime e sensibilità. Bisogna cercare di valorizzare questa pluralità, quel che conta sono i contenuti, i programmi su cui misurarsi, mantenendo la versalità del movimento per consentire a ciascuno di valorizzare le proprie capacità. Abbiamo bisogno di una carta dei valori. Un nodo da sciogliere è quello della non violenza e non sto parlando solo di come si sta in piazza, ma della prospettiva di civiltà che abbiamo in mente, di come non violentare le istituzioni e la democrazia. L'altro tema è quello della partecipazione, se il movimento non trova una soluzione su questo a forza di assemblee si strangola da solo. La partecipazione della parte più militante è ovviamente un fatto imprescindibile, ma il problema è come dar diritto di cittadinanza nel movimento a tutti quelli e quelle che non possono passare la vita a fare riunioni. Come facciamo a sapere come la pensano e come possiamo farli partecipare e decidere? Su questo terreno siamo ancora molto indietro. Io penso che ci avviciniamo a una soluzione se il nostro rapporto avviene in rete e attraverso la diffusione dei percorsi. Certamente c'è una grandissima parte del paese che è contro la guerra: chiediamoci come far avanzare questa cultura e darle possibilità di diventare pratica, perché c'è una radice di pace e solidarietà nel paese che è profonda, diffusa, articolata e che deve diventare il nostro punto di riferimento. Infine, c'è bisogno di nominare i soggetti perché oggi più che in passato la lotta per la pace si intreccia profondamente alle lotte sui diritti, sul lavoro o sull'ambinete, perché il migliore dei mondi possibili che è diventato forse il peggiore dei mondi possibili - visto che il mondo sembra diventato una macchina mortale - ha bisogno di un'alternativa, perché oggi è impossibile parlare di lotta contro la povertà se non c'è lotta per l'eguaglianza, per i diritti. Spero che la prossima edizione di Porto Alegre sia l'occasione per avviare questo percorso.
Marco Bersani: La guerra che stiamo subendo è una risposta a breve termine alla crisi del liberismo, ma produce una contraddizione profonda alla sua filosofia, visto che Bush vara una sorta di keinesismo di guerra - che avrebbe fatto invidia ai sovietici per la quantità delle risorse messe in campo - per rilanciare l'economia. Parallelamente il liberismo sta vivendo, almeno da Settle in poi, una pesante caduta di consenso. Così la guerra può servire a contenere la recessione economica, ma a lungo andare contraddice il liberismo: gestire una società con misure di guerra comporta una limitazione tanto forte delle libertà da mettere in crisi gli stessi profitti. Questa situazione avrà bisogno di uno sbocco e io temo che il clima di guerra sarà utilizzato soprattutto per far tacere le opposizioni, visto che è difficile per il liberismo rilanciare il proprio consenso. Per questo i movimenti di opposizione assumono un ruolo importantissimo. Essi devono capire come coinvolgere chi non si arruola per la guerra anche se lo fa in forma non attiva. Su questo dobbiamo ragionare a fondo. Dobbiamo evitare scorciatoie organizzativistiche ma sapere che tutto va declinato in uno scenario di guerra, dalle iniziative sul debito agli scioperi... E arrivare a uno sciopero generale contro la guerra, uno sciopero del lavoro ma anche dei cittadini, perché emerga la consistenza dell'opposizione alla guerra. Noi dovremmo riuscire a produrre delle campagne che non siano la riduzione ad unum delle nostre specificità, ma che su alcuni temi si allarghino a tutti. Come Attac, ad esempio, proporremo al movimento una campagna per una legge di iniziativa popolare sulla Tobin tax. Credo che le campagne permettano al movimento di non incistarsi su questioni organizzative, coinvolgendo la società a noi sensibile, in un perimetro ampio che ha solo due vincoli, l'antiliberismo e l'opposizione alla guerra. Un altro problema che abbiamo è di tipo istituzionale ed è rappresentato dal fatto che il 90% del parlamento è schierato con la guerra. Questo nel breve, rispetto alla società civile, ci offre un grande spazio, ma a medio e lungo termine ci pone il problema di un parlamento ingessato in una cultura pattriottarda veramente pericolosa e insopportabile. Credo che il movimento debba stabilire una relazione stretta con quei parlamentari che si sono schierati contro la guerra, scavando nelle contraddizioni che spero e credo si manifestaranno nel centro sinistra e nella sua base.
Guido Lutrario: Il voto parlamentare - dopo il successo della Perugia-Assisi - dimostra una distanza tra le istituzioni e una parte consistente del paese. Di fronte a questo e all'organizzazione di una manifestazione come quella indetta da Berlusconi, per far pesare la voce di tutti quelli che si oppongono, bisogna riprendere quel conflitto che oggi noi chiamiamo disobbedienza. Se quelli che non ci stanno vengono bollati come traditori, è lecito disertare in un momento come questo in cui si incita alla barbarie. La diserzione non riguarda solo i militari ma chi ha a che vedere con le fabbriche d'armi, con le banche che finanziano le imprese belliche, con il mondo della ricerca e dell'università coinvolto nello sforzo bellico. Bisogna che nella società si manifesti l'opposizione alla versione interna di questa guerra, penso al Libro bianco di Maroni sul lavoro e welfare; contrastare l'ulteriore flessibilità del lavoro, l'idea che i licenziamenti vengono giustificati dall'attacco alle due torri. Questo significa opporsi alla rinuncia dei diritti in nome della sicurezza, perché in questo modo ci stanno dicendo che vogliono proseguire sul liberismo selvaggio.
Patrizia Sentinelli: Concordo sulla necessità di un intreccio stretto tra la lotta contro la guerra e per la pace e i temi che il movimento ha portato avanti in questi anni, obiettivi e temi articolati su cui questo movimento è nato, mettendo in evidenza come il dominio neoliberista richiede la guerra come strumento ordinatorio, l'autoritarismo crescente, la riduzione e tagli dei diritti individuali e collettivi. Un intreccio che penso si possa mantenere anche con gli appuntamenti che il movimento si dà. A me convince l'idea di muoverci per campagne, perché non abbiamo necessità di piattaforme completamente condivise da tutte le anime del movimento. Per due tipi di ragioni. In primo luogo perché bisogna mantenere una grande versatilità tra le diverse aree e soggettività che devono trovare rispetto e spazio. Mi piace pensare a un movimento plurale anche nelle sue forme, con un'assunzione di responsabilità individuale come richiesta a ognuno di noi di un protagonismo consapevole, per liberare le energie locali e particolari. Laboratori di sperimentazioni che aprono a confronti e scambi con esperienze di conflitto sociale per fare dei passi in avanti. Per questo uso il termine campagne, perché l'obiettivo non può essere predeterminato, va costruito. Per esempio a me interessa molto la campagna contro le "banche armate", che allude alla diserzione, all'iniziativa contro la guerra, alla campagna per il taglio del debito. Sul fronte istituzionale credo che le rotture non si determinino da sole, non credo ai balletti tra "loro", in un susseguirsi di affermazioni e poi smentite che non portano a nulla. Piuttosto penso che quanto più questo movimento riesce a eprimere proposte e iniziative diverse tanto più può aprire un varco nella politica.
Vittorio Agnoletto: Condivido le valutazioni per cui è chiaro che il futuro è segnato in tutti i suoi aspetti dalla guerra, guerra che corrisponde a una necessità di ristrutturazione del neolibersimo con cui lo stesso neoliberismo cerca di recuperare le sue storture e contraddizioni per poi poter ripartire sempre nella logica della libertà selvaggia del mercato. Noi non dobbiamo sottovalutare le trasformazioni culturali che la guerra porta con sé. Penso, ad esempio al fatto che nessuno si è indignato di fronte alla dichiarazione di alcuni generali che hanno indicato negli immigrati la futura carne da cannone e hanno per questo auspicato l'apertura ai migranti del reclutamento volontario per la carenza di soldati italiani: persone che vengono considerate senza diritti e da rispedire a casa vengono "accolte" per diventare carne da cannone, un'aberrazione che può trovare spazio solo in una logica di guerra.
Nel momento in cui la liberalizzazione selvaggia ha delegittimato i governi nazionali (il Wto ha annullato o chiesto di annullare circa 200 leggi dei parlamenti nazionali) viene riproposto il nazionalismo finalizzato semplicemente all'obiettivo di dominare il mondo. Un nazionalismo simile nelle forme ma opposto nella sostanza al nazionalismo storico per come l'abbiamo conosciuto dall'800 in poi: nazioni rinsaldate attorno all'obiettivo del dominio mondiale del neoliberismo. In questo quadro in Italia abbiamo una particolarità, non solo un governo di destra rispetto agli altri paesi europei, ma soprattutto un vuoto politico impressionante da parte dell'opposizione e ciò implica che il movimento si trova costretto a supplire e svolgere un compito non suo, assumendo un ruolo di opposizione politica tout court. Questo comporta gravi responsabilità perché diventiamo un punto di riferimento globale per il paese, ma comporta anche il rischio di una trappola, trasformarci in uno dei tanti protagonisti del palcoscenico politico nazionale rispondendo a ogni battuta di altri esponenti politici. Inoltre dobbiamo avere coscienza che questa situazione cambia tutti i soggetti in campo, nessuno rimarrà più uguale a prima, né l'associazionismo, né i partiti, né i sindacati. Soprattutto coloro (associazioni, politici, sindacalisti) che stanno dentro il movimento dovranno cambiare e ridislocarsi. Se è vero che circa la metà della popolazione italiana è contro la guerra per il movimento italiano si pone la necessità di scegliere se vogliamo interloquire con tutta questa gente o se noi che siamo figli di una certa storia riteniamo che è arrivata l'occasione per allargare i confini di una singola organizzazione o di un'area radicale di estrema sinistra. Qui c'è una scelta da fare. Io credo che una radicalità politica di sinistra possa crescere solo dentro un'interlocuzione perlomeno con quella metà di italiani che è contro la guerra. E qui noi abbiamo un deficit culturale forte, con il rischio di essere troppo autocentrati, di leggere la realtà con gli occhi di 25 anni fa. Se la metà della popolazione italiana è contro la guerra non significa che tutti questi automaticamente vengano alle manifestazioni nazionali o ai nostri social forum. Dobbiamo trovare un'articolazione di strumenti che sia utilizzabile da tutti. La manifestazione di piazza, la diserzione, l'obiezione fiscale o il boicottaggio dei prodotti delle multinazionale sono tutti strumenti che devono avere pari dignità. E allora non è un problema di equilibrio tra le nostre ar
ee di movimento, non si tratta tanto di trovare strumenti di azione politica che vadano bene a Lilliput piuttosto che ai dosobbedienti, piuttosto che Attac, ma il problema è trovare strumenti di partecipazione per dare la possibilità alla gran parte della popolazione di esercitare soggettività e protagonismo. E' una questione non semplice, ma questo implica un movimento che rispetti la sua pluralità interna, che sappia che quella pluralità non esaurisce la pluralità di chi ne è esterno, che capisca che c'è differenza tra il rifiuto di strette organizzative e la necessità di un livello organizzativo.
Non credo siamo in una fase calante del movimento per cui è ora che ogni gruppo o associazione raccolga quello che può in termini di consenso e poi ognuno avanti per la sua strada. Credo che moltissime persone si sentano parte del movimento ma non di una sua componente organizzata e che quindi sia nostro compito costruire ambiti nei quali tutti si possano riconoscere. Ciò non significa far scomparire le organizzazioni: esse rappresentano la rete, la rete di salvataggio e la rete propulsiva ma in alcuni momenti serve un passo indietro, altrimenti noi che abbiamo contribuito moltissimo alla crescita di questo movimento rischiamo di contribuire alla sua ricaduta, in termini di chiusura e limitazione. Per questo serve un patto di lavoro fissato e lanciato in una scadenza a breve. Un patto di lavoro significa individuare alcuni punti alti su cui stiamo insieme e che possano dar modo di intervenire a quelli che a noi guardano. Insomma, mettere in campo tutti gli strumenti possibili sul patto di azione comune nell'azione contro la guerra, e poi tre-quattro campagne che vengano assunte dall'insieme del movimento e ne qualifichino l'orizzonte.
Beppe De Cristofaro: Ciò che ha detto adesso Vittorio introduce il problema del come i diversi soggetti che hanno costruito il movimento siano attraversati dal movimento. Cosa che riguarda anche la politica e i partiti. La dico in battuta: se le organizzazioni e le associazioni - ma vale anche per le persone - che hanno costituito il Genoa social forum dovessero uscire dall'esperienza del movimento uguali a come ne sono entrati, perderemmo un'occasione storica. Il problema è capire come il movimento cambia ciascuno di noi e le nostre forme organizzate, come mette in discussione Rifondazione, i centri sociali, l'associazionismo, i sindacati. Se è vero che questo movimento è l'unica risposta possibile alla crisi della sinistra - basta vedere come ha coinvolto le persone e fatto scendere in piazza nuovi soggetti, mentre siamo al livello di minimo storico della sinistra italiana - il problema è capire come i soggetti cambino se stessi, e penso che la parola d'ordine oggi sia quella della contaminazione, non più quella antica dell'egemonia. Con questi presupposti il tentativo fatto di mettere in piedi l'area dei disobbedienti è tutt'altra cosa da costituire la sinistra del movimento: noi ci pensiamo come sperimentazione di una nuova forma di aggregazione e consenso per dare respiro e voce al ritorno di protagonismo sociale e politico delle nuove generazioni, un dato assolutamente inedito dopo anni di passività. Se riusciamo a mettere in piedi un rapporto tra il lavoro dipendente e il precariato giovanile, già daremmo al movimento la possibilità di mettere in discussione l'organizzazione del mercato del lavoro. A noi serve la relazione con il sindacato, ma anche al sindacato serve il nostro contributo per avere un rapporto più proficuo con le nuove generazioni, con cui ha qualche difficoltà di rapporto. E' uno scambio costruttivo, alla pari, che cambia entrambi i soggetti nel corso di un'azione comune. Insomma dobbiamo capire come si creano non le alleanze né un nuovo blocco storico, ma come si creano le condizioni di mettere in piedi un percorso comune...
il manifesto: Partendo però da un dato di realtà e cioè che i problemi del sindacato ha con il precariato giovanile è un problema che il sindacato ha con se stesso, perché non c'è un precariato giovanile "fuori", in un limbo frastagliato e un lavoro dipendente "dentro"...
De Cristofaro: Certo, ma io pensavo all'esternità del Nidil, per fare un esempio...
il manifesto: Proviamo ad aggiungere altri elementi. Genova ha segnalato una presa di coscienza molto diffusa sul tema fondamentale che il movimento aveva messo all'ordine del giorno: questo mondo non va, è possibile uno migliore. Questa breccia si è un po' richiusa con l'11 settembre e la guerra che rischia di coprire tutto il resto. Ora è decisivo riuscire, mentre ci si batte contro la guerra, a rimettere a tema le questioni fondamentali su cui il movimento è nato. E questo va tenuto come elemento centrale. Bisognerebbe approfondire il come. Secondo problema, il terrorismo internazionale e il fondamentalismo islamico: ne abbiamo parlato poco. Sono questioni che ci riguardano e su cui non si può non dire nulla proprio perché concernono profondamente gli esclusi del mondo di cui tanto parliamo ed è un fenomeno del nostro tempo. Un'altra cosa su cui non si può glissare è il nodo violenza-non violenza: su questo il movimento ha opinioni diverse. Dovremmo discuterne liberamente, piuttosto che peregrinare tra giornali e televisioni a fare dichiarazioni un po' avventate, che fanno fare ogni volta passi indietro, visto che spesso non siamo noi a usare i media, ma sono i media che usano noi. Infine la politica istituzionale. E' vero che tutti vengono rimessi in discussione da questa guerra e che tutti si ricollocano rispetto a essa, ma noi dobbiamo allargare il campo oltre le componenti del movimento, anche ai Ds, a cosa saranno nel prossimo futuro - divisioni interne comprese. Non possiamo sottovalutare o ignorare quella crisi. Se tutti devono cambiare valutiamo le trasformazioni di quelli che sono attraversati da un profondo travaglio.
Claudio Sabattini: Io non mi stanco di pensare che questo movimento, come ogni movimento, abbia soprattutto bisogno di idee generali forti - i giovani che si sono avvicinati al movimento le stanno cercando disperatamente - cioè di un impianto comune per giudicare la realtà su cui poi articolare le iniziative specifiche e far vivere le diversità. Qui il problema di fondo è l'assenza di un'analisi comune sulla globalizzazione a guida americana e sulle difficoltà che questa ha incontrato nel suo espandersi. E' importante anche per la componente italiana del movimento, perché l'Italia è completamente interna a questa globalizzazione, ha messo in campo tutte le misure necessarie per adeguarvisi, a partire dalle privatizzazioni e dalle misure monetarie - prima con il governo di centro-sinistra, ora in modo finale con quello di centro-destra. Anche perché è proprio questo movimento il soggetto che può fare più liberamente quest'analisi e trovare una sintesi comune. Ma non mi sembra che abbiamo un'analisi comune della globalizzazione americana contro cui ci battiamo.
Se noi vogliamo sapere che cosa è più giusto fare, ciascuno a partire dalla sua cultura, dobbiamo elaborare un'analisi comune, altrimenti rimane solo l'opposizione agli aspetti più eclatanti della globalizzazione - dal G8 alla guerra - e al centro della nostra azione rimane solo il conflitto; ma che rischia di essere un po' cieco. Questo confronto lo possiamo anche spostare in avanti, ma prima o poi va fatto; altrimenti non si capisce nemmeno le ragioni profonde della guerra, il bisogno di far entrare in campo i generali per dar senso completo della portata totalizzante della globalizzazione. Ovviamente tutti noi siamo contro il terrorismo, perché il terrorismo è sempre contro di noi; ma, per di più, siamo di fronte a un terrorismo reazionario, che però apre una contraddizione perché interviene sul fatto che gli Usa hanno una visione del potere mondiale e hanno bisogno di controllare le fonti delle risorse e del potere di tutto il mondo. E stanno facendo la guerra per difendere questi interessi. E' in questa situazione che noi siamo entrati in guerra e subiremo tutte le regole di un paese in guerra, cosa diversa da un paese che è solidale con un altro che fa la guerra. Anche questo è un aspetto della globalizzazione americana, come il fatto che il potere entri in campo, per afermare la sua egemonia sui cittadini italiani, persino cercando una prova di forza nella società con la manifestazione indetta da Berlusconi in piazza del Popolo.
Capisco che ci sia l'assoluta necessità di cercare una formula unitaria del nostro pluralismo - può essere le ipotesi che fa Agnoletto o altre - ma a un certo punto un supporto analitico comune bisogna trovare, che vuol dire sperimentare, se è possibile costruire, un'unità partendo da culture diverse, cosa mai riuscita nella sinistra italiana. Altrimenti, quando la tensione calerà - e arriverà il momento dei burocrati - ci sarà chi approfitterà di quell'assenza per fare i propri calcoli di gruppo. Oggi siamo di fronte a un ridislocamento generale dei soggetti (questo nel sindacato è evidente, chi appoggerà la Confindustria e chi sarà contro e penso che la Cgil dovrà esserlo attivamente, perché non è più possibile essere contro a parole), chi sarà all'opposizione lo sarà radicalmente. Il fatto che la Fiom abbia interrotto una prassi di 40 anni - pensate quanto siamo disubbidienti - non è casuale, è una scelta che sta pienmente dentro l'analisi che abbiamo fatto e l'impatto della globalizzazione americana sull'Italia. Per ridislocamento intendo una cosa profonda che cambia non solo la linea ma soprattutto la pratica: quando mi dicono che la Fiom è isolata a me vien da ridere, perché si è isolati o menoi a seconda del movimento che si rappresenta, non più rispetto al fatto che altri sindacati siano con te o no.
Per quanto riguarda la crisi dei Ds, la rottura vera avviene proprio sulla guerra e sulla pace. La collocazione su questo riconduce al ragionamento sul rapporto con gli Usa e la globalizzazione, perché tutti capiscono che c'è un rapporto stretto tra globalizzaqzione e guerra e che la guerra è uno strumento per regolare la globalizzazione in funzione americana. Ora, il fatto che il congresso Ds non si concluderà unitariamente e che le divisioni saranno profondissime indica che non si può più pensare che basta aspettare che passi la nottata perché tutto ritorni come prima, perché la nottata non passa. E c'è una parte dei Ds che pensano proprio questo, cioè capiscono che il processo che sta avvenendo sta cambiando tutti e la divisione in quel partito è frutto di questa nuova divisione che attraversa il mondo. Quindi non si può dire che ci sono forze che non vengono cambiate da questa situazione, tutti vengono cambiati, si tratta di capire la dislocazione delle forze rispetto al cambiamento. Ma in questa ridislocazione anche il movimento deve avere una sua idea, una sua cultura, delle sue proposte e delle sue grandi iniziative di massa. In questo senso penso che l'allargamento della democrazia sia una questione cruciale, perché le forme tradizionali della democrazia non sono più sufficienti. Per nessuno. Io ho la sensazione che le forme che permettono oggi di decidere nel movimento non siano democratiche: se vogliamo allargare la rappresentanza del movimento non si può puntare solo nei grandi appuntamenti, ma quotidianamente, in tutti i passaggi, nelle valutazioni, nelle idee generali con cui guardi il mondo, di cui la grande manifestazione è espressione del processo, non è il processo. In questo caso io sono disposto a farmi contaminare, altrimenti no, perché preferisco tenermi la mia cultura, la mia specifica evoluzione. Se invece così succede benissimo, ma deve riguardare tutti, perché non si può stare dentro il movimento per dir delle cose e poi si va nella propria organizzazione di partito a decidere cosa deve fare il movimento. Queste cose le ho già viste tante volte, mi dispiace persino un po' per chi lo fa.
Pietro Rinaldi (Rete no-global): Sarebbe un clamoroso errore considerare questo movimento come diviso tra aree moderati e aree radicali, magari con un centro a mediare e tenerle insieme. Perché fin dall'inizio siamo stati tutti dentro il movimento con la convinzione che stavamo lavorando insieme tra culture ed esperienze diverse. A tenerci insieme è stato proprio l'obiettivo della contaminazione, perché un movimento è tale se oltre a mettere in moto pezzi di società riesce a cambiare la linea di confine politica tra le diverse organizzazioni che ci stanno dentro. Quando contestiamo questa guerra anche perché sta dentro alla politica neoliberista che ha trionfato dopo l'89, ci poniamo il problema di come contestare quotidianamente questo assetto, ognuno nel suo specifico. Noi nel rapporto sviluppato con la Fiom per lo sciopero del 16 - senza abbandonare le critiche che abbiamo fatto alle organizzazioni sindacali - abbiamo cercato di far vivere la costruzione di una nuova carta dei diritti sociali e capire come va organizzato e sviluppato il conflitto sociale. Per esempio alla Fiom abbiamo posto la questione della costituzione di nuove camere del lavoro e del non lavoro in relazione alla nuova organizzazione del lavoro in occidente. La disobbedienza, in questo contesto, non è la creazione di una corrente di sinistra del movimento, ma il tentativo di dar visibilità alle nuove forme del conflitto sociale: il 16 i metalmeccanici mettono in campo la loro forma di conflitto sociale con lo sciopero, il 17, con la giornata della disobbedienza, sperimentiamo la possibilità per soggetti diversi da quelli del lavoro dipendente di praticare il conflitto.
il manifesto: Come ?
Rinaldi: Abbiamo detto che non vediamo nella legalità la linea di confine non oltrepassabile. Il problema non è violenza-non violenza, il problema è quello del consenso e di chi disobbedisce, perché si tratta di far agire i soggetti interessati. Andare a occupare scuole o case è illegale, ma è necessario, ed è il modo di dare a tanti soggetti la possibilità di praticare il conflitto sociale. Un altro punto della disobbedienza è quello di reintrodurre la rigidità sul mercato del lavoro contro la flessibilità e la precarietà. Quanto alle dichiarazioni alla stampa, che qualcuno può considerare inopportune, bisogna anche valutare la composizione sociale da cui arrivano certi pensieri. Anche questo è rispettare le diversità, un portavoce non fa che rappresentare una parte: se da Napoli arriva una certa radicalità bisogna tenerne conto, capirla, non è una pazzia di pochi. Due ultime cose. Sui Ds: noi ci dobbiamo porre il problema se ci sia stata una mutazione genetica di quel partito non solo dei suoi gruppi dirigenti, perché la stessa sofferenza della base è già un elemento di arretramento rispetto al passato, quando, ad esempio, quel popolo era schierato nettamente contro la guerra. Non è ciò che è accaduto in parlamento che ci deve impegnare quanto un nuovo sollevamento culturale nel popolo di sinistra.
PIERO BERNOCCHI (Cobas, Network diritti globali): La guerra ha cambiato radicalmente l'orizzonte del movimento. Si presenta come "programma di fase" dell'imperialismo Usa, che, vedendo vacillare l'egemonia economica, deve abbattere con la forza ogni ostacolo alla penetrazione economica in ogni zona strategica, dai Balcani al mondo arabo, strozzando nella culla tutti i concorrenti. Altro che impero pacificato, gestito da una specie di "federazione di multinazionali" che, attraverso il Wto o il Fmi, gestirebbero una globalizzazione totale cancellando gli stati. La guerra ricorda che gli stati, in quanto "capitalisti collettivi" sono indispensabili al capitalismo per gli interventi militari, per la gestione delle crisi e "dell'anarchia" dei singoli gruppi padronali, per il controllo della società. E gli organismi trasnazionali sono al servizio degli Stati più potenti: è la Federal Reserve che dirige il Fmi, non viceversa. Ogni multinazionale non è niente senza questa forza alle spalle: che ne sarebbe della General Motors se trasferisse testa e cuore in Senegal? Dunque, la guerra militare è indistricabile da quella economica e sociale, dalla drastica riduzione dei diritti politici e sociali che investe anche i paesi ricchi e la mobilitazione contro di essa deve essere permanente: di qui la grande importanza della manifestazione del dieci novembre. A guerra permanente, conflitto sociale permanente, deve divenire la bussola del movimento, a partire dal conflitto tra capitale e lavoro e dalla riduzione di tutto a merce, oggi più dilaganti che mai. Oltre alle campagne sul debito, sui brevetti, sugli Ogm, bisogna fare campagne per reintrodurre rigidità, "inflessibilità" nel lavoro, nuove garanzie ed uno Statuto di difesa per tutti i lavori, per ostacolare la precarietà/flessibilità totale per tutti: una campagna sulla Tobin Tax avrebbe ben altra forza se parte dei soldi andassero al "reddito vitale" per chi non ha lavoro e per il pre-salario agli studenti, apprendisti del lavoro mentale, dopo i 16 anni. E bisogna ridurre gli orari di lavoro, ripristinare salario e pensioni decenti. E difendere la scuola pubblica dalla privatizzazione e dalla mercificazione, a partire dal grande successo dello sciopero Cobas del 31 ottobre; e lo stesso fare per la sanità e gli altri servizi pubblici. Con un'alleanza di tutti i "senza potere e senza proprietà", del lavoro/non lavoro, senza supposte centralità, che oggi dovrebbe e sfociare in uno sciopero generale contro la guerra e la Finanziaria di guerra, il Libro Bianco e le privatizzazio
ni. Infine, le forme del movimento. Esso è originale, composito, non ancora autosufficiente. Ci sono le organizzazioni e le reti e i Forum sociali, spesso riproduzioni di esse, e poi tanta gente che non è inquadrata, anche se viene ai cortei e alle iniziative. Le forme organizzative non possono che intrecciare questi tre livelli, non pretendere reductio ad unum, men che meno portavoci unificanti che si mutano di fatto in segretari generali, e procedere con la formula del "largo consenso" nelle singole campagne e nelle mobilitazioni generali.
Luca De Fraia (Rete Lilliput): Prima di tutto vorrei ricordare che questo tavolo di discussione sta funzionando da più di un anno e che in questo periodo ha affrontato questioni e momenti complicati. Questo è un punto fermo da sottolineare, direi che è una dimostrazione di maturità. E la vera prima sfida è quella di tenere assieme queste diversità e ritrovarci tra un anno ancora a discutere e ad agire insieme. Genova è stato il momento di passaggio cruciale di questo percorso e la mia lettura di Genova è che quei giorni sono stati l'espressione di un movimento per i diritti civili, più che un movimento con una piattaforma articolata e precisa. Diritti che ognuno di noi portava in base alla sua esperienza. Poi dovete spiegarmi perché continuate a chiamarci moderati. Perché non abbiamo invaso la zona rossa dicendo, come è stato, che era una trappola? o perché facciamo i digiuni? perché nella campagna sul debito cerchiamo contatti con le istituzioni? E' chiaro che su questi aspetti ci sono differenze tra noi ci si può anche dividere, ma da qui si deve arrivare a una fossilizzazione dei giudizi? Io credo di no.
Se c'è una cosa che convince della mobilitazione dei questi giorni è il titolo: "Contro la guerra economico-militare", perché paradossalmente, il conflitto bellico combattuto sul campo a me interessa meno del vero conflitto che si combatte ogni giorno, i dieci milioni di persone che muoiono ogni anno nel mondo per malattie che si possono prevenire e curare; questa è la vera guerra permanente che abbiamo di fronte. In Africa si muore costantemente per cause che a noi possono apparire banali, e l'Africa da questo punto di vista è pienamente dentro la globalizzazione. Per questo mi trovo in difficoltà ad attribuire un valore discriminatorio al conflitto guerreggiato di queste settimane. Il mio problema è continuare a lavorare contro la guerra permanente, proprio come ho sempre lavorato in precedenza, e anche per questo difendo la mia cultura, proprio per farla vivere dentro il movimento ed evitare che diventi un'espressione politica generica. Vorrei poi ricordare l'importanza che per il mondo cattolico ha il discrimine della non-violenza, nel senso in cui la spiegava Benettollo all'inizio e ricordare che se non si pone attenzione a questa sensibilità rischiamo di non poter più lavorare insieme, potremmo anche lavorare sugli stessi obiettivi, ma non insieme. Sulla necessità di un'idea generale, io che sono abituato a ragionare su obiettivi concreti e campagne temo che sull'analisi generale rischiamo la divisione, mentre è più facile e proficuo unirci su obiettivi concreti.
Sabattini: Quelli che esponi sino problemi reali ma ho un'obiezione rispetto alla guerra guerreggiata, perché quella guerra guerreggiata serve a mantenere la situazione così com'è e quindi non è possibile che non ti faccia effetto, perché incide proprio sulle cose "particolari" che ti stanno più a cuore, è un presupposto perché si continui a morire per malattie banali.
Luca Casarini: Innnazi tutto, a proposito di contaminazione, vorrei ricordare che c'è una sola esperienza che ha deciso di sciogliersi dopo Genova, le tute bianche. Abbiamo considerata conclusa quell'esperienza, siamo stati attraversati dal movimento e ritenevamo assurdo legarci alle appartenenze. Ora stiamo sperimentando l'esperienza dei disobbedienti. Non per questo siamo morti. Per noi è finita l'epoca della testimoninanza: la guerra è la fine delle mediazioni e un altro mondo è possibile solo se accettiamo di metterci in gioco, altrimenti non te lo fanno fare. E per farlo bisogna superare il tabù della legalità: in passato i picchetti operai erano forse legali? No, erano illegali e allora a me interesserebbe discutere sul fatto che la globalizzazione cambia il concetto di guerra e quello di pace. Se cessano i bombardamenti in Afghanistan c'è forse la pace? No, perché come dice De Fraia finché esiste la fame nel mondo non c'è pace. Oggi la stessa guerra cambia di senso con alcuni momenti "alti" di guerra guerreggiata e una guerra permanente fatta di massacri non militari. E stanno scrivendo una costituzione mondiale attorno alla guerra in Afghanistan: per questo il no alla guerra non è solo il fronte dei refrattari ma deve diventare un elemento costituente di un nuovo mondo possibile.
Questo movimento ha chiuso con le vecchie stagioni, anche se gruppi e gruppetti non vogliono accettarlo: per esempio possiamo ancora parlare oggi di presa del potere? No, possiamo parlare di contropotere? Io parlerei di fare società che significa interrogarci, come diceva Sabattini, non solo in termini di amministrazione nel movimento ma di forme di democrazia da contrapporre a forme di antidemocrazia. A tal proposito il Gsf è stato un esperimento, non un'allaenza contro il G8 ma un'esperienza di democrazia. E allora quando ci interroghiamo su come mantenere questa straordinaria esperienza di un anno di confronto tra noi dobbiamo partire da ciò che abbiamo praticato, cioè che nessuno di noi è più autosufficiente o portatore dell'unica verità, mentre tutti siamo, se vogliamo farlo, un'esporessione del fare società nel conflitto e nel consenso. Mi sembra incredibile che noi parliamo del 17 ancora con le vecchie categorie, perché il 17 è una sperimentazione in cui migliaia di giovani e persone attueranno forme di conflitto che vogliono avere consenso, non la testimoninanza che il conflitto esiste. Anche per non limitarci alle grandi scadenze; sarà la giornata delle cento città, non un prodotto della soggettività politica: a occupare le case non ci vanno quelli che una casa ce l'hanno già, ma chi vive sotto i ponti; a occupare le scuole ci vanno gli studenti. Sono modi per affermare un progetto.
Mi piace molto questa necessità di un'idea generale, perché se non traduciamo in termini di linguaggio generale ciò che diciamo, se la Fiom non traduce in un linguaggio universale il problema dei contratti noi non produciamo il fare società. L'idea generale ci permette di avere un linguaggio con cui parliamo a tutti. Noi non parliamo più alla sinistra, al suo popolo, parliamo a una società, a un paese, a un mondo. Prima si poneva il probelam del fondamentalismo islamico. Dal 5 all'8 novembre si è tenuto a Beirut il forum sociale del Medio oriente che ha avuto come pregio quello di mettere assieme i movimenti democratici arabi contro il fondamentalismo islamico. Noi ci battiamo contro Berlusconi, figurarsi se non lottiamo contro il fascismo e l'intolleranza di regimi integralisti che impediscono le libertà. Ma il problema vero per noi è utilizzare un linguaggio universale dell'opposizione alla liberalizzazione neo liberista - a questo proposito bisognerebbe passare dal no-global a new-global, per porre una sfida per la globalizzazione dei diritti e delle libertà. Per questo considero centrale il problema dell'idea generale; se invece diciamo che il problema è amministrativo per sommare qualche cattolico con qualche sindacalista e qualcuno dei centri sociali non costruiamo nello spirito di Genova. E qui dobbiamo avere il coraggio di superare il nostro passato: se si discute di violenza e non-violenza senza capire che solo un codice politico è in grado di vincere sui comportamenti radicali e sui progetti reazionari (a volte vanno insieme, come nel caso di chi usa un corteo di massa per poi fare azioni separate da esso, per tirare una molotov e poi scappare dentro il corteo e farlo caricare) rimaniamo a una discussione formale e solo ideologica. Il limite politico deriva dal fatto che non riesci a produrre egemonia culturale sulle forme del conflitto. La violazione di leggi che riteniamo ingiuste è un problema che tutti devono affrontare, perché questo purtroppo è l'orizzonte dentro una guerra costituente non episodica. La legge Bossi-Fini sui migranti viola tutte le leggi dei diritti umani sull'immigrazione: è legittimo violare queste leggi che violano principi generali? Io credo di si, e dobbiamo reintrodurre il meccanismo per cui dire no alla guerra significa ubbidire alle leggi dell'umanità, difendere i diritti umani anche a costo di combattere. Da questo punto di vista il 17 ripristina l'ordine pubblico contro la sua violazione, perché è ordine pubblico dire che i cittadini devono avere una casa, i giovani devono
avere una scuola pubblica, che i cittadini devono essere rispettati sui luoghi di lavoro.
Concludo sulla democrazia nel movimento. Dobbiamo produrre le regole dello stare insieme tra noi come sperimentazioni di democrazia. Come si decide? come ci si mette insieme? per quanto tempo? Non possiamo firmare una cambiale in bianco, ma stabilire un patto su degli obiettivi, sapendo che se non funziona torniamo indietro. Non si tratta di tenere insieme i pezzi. Siamo diversi tra di noi e nessuno può decidere dall'alto il fare società che è un insieme di diversità.