(da il Manifesto del 30 dicembre 2001)
" Il dieci di febbraio del 1675 vennero gli indiani in grandi numeri contro Lancaster; il loro arrivo fu verso l'alba; sentendo il suono di fucili, guardammo fuori; parecchie case bruciavano, e il fumo saliva verso il cielo". E' l'inizio della "captivity narrative" di Mary Rowlandson (1676), la più classica delle storie di prigionia fra gli indiani che costituiscono il primo genere letterario autoctono del Nord America. Quando anche la sua casa è assalita, Mary Rowlandson commenta: "Ora è giunta l'ora tremenda, che ho spesso sentito dire (in tempo di guerra, a proposito di altri), ma adesso i miei stessi occhi la vedono".
Dopo che l'ora tremenda è giunta a New York, e i nostri stessi occhi l'hanno guardata in televisione, ci siamo sentiti ripetere da tutte le parti due cose apparentemente incompatibili: da un lato, non è mai successo prima, ed era inimmaginabile; dall'altro, elenchi e repertori di film, romanzi, canzoni in cui invece era immaginato e descritto. Come fa uno stesso avvenimento a essere sia inimmaginabile, sia continuamente immaginato? E' un paradosso che ci impone, e ci permette, di fare qualche ragionamento di metodo sul funzionamento e le funzioni dell'immaginazione e della memoria.
Partiamo dalla memoria. La storia di Mary Rowlandson ci dice che l'esperienza dell'invasione, del nemico che ti entra in casa e te la distrugge facendo alzare le fiamme verso il cielo, lungi dall'essere inimmaginabile è addirittura costitutiva della nascita del paese. La guerra scatenata nel 1675 dagli indiani del capo Metacomet detto dagli inglesi "re Filippo" (una guerra di liberazione contro gli invasori, dal loro punto di vista; un'incomprensibile aggressione delle forze del male secondo i coloni puritani, che agli indiani non riconoscono alcun diritto e li pensano creature di Satana) non solo è la guerra con la più alta percentuale di perdite sulla popolazione in tutta la storia americana; è anche il momento in cui l'intera impresa della Nuova Inghilterra è sul punto di essere ributtata a mare.
Prima ancora di esistere, gli Stati uniti hanno conosciuto il rischio dell'estinzione: è da allora che sentono sottopelle la precarietà originaria della loro stessa esistenza.
Eppure, l'America odierna ostenta il senso della propria invulnerabilità: come se non fosse mai successo. Dove si è depositata allora questa esperienza, che fine ha fatto questa memoria? Potremmo dire che è passato tanto tempo che si è estinta e se ne ricordano solo pochi accademici che leggono testi oscuri. Ma non ne sono convinto: dopotutto, se così fosse, non si capirebbe come mai l'America sembra non riuscire a superare un evento accaduto negli stessi posti e negli stessi anni, la caccia alle streghe di Salem, nel 1692.
Certi traumi formativi non spariscono mai; la memoria li nasconde e continua a tornarci. Anche questa memoria si è dislocata; l'America ha continuato a raccontarsi il trauma della "guerra di re Filippo" in altre forme.
Dopo l'attacco alle Twin Towers, i precedenti immaginari sono stati cercati soprattutto nella fantascienza; ma credo che capiremmo di più se guardassimo anche alla forma narrativa più "americana" di tutte: il western. E' lì che troveremmo il rischio dell'invasione e dell'estinzione non come possibilità futuribile ma come esperienza storica, concreta per quanto manipolata. La fattoria assalita dagli indiani, il cerchio dei carri circondato dai selvaggi urlanti, la diligenza tormentata dalle ombre rosse, sono tutte rinarrazioni del trauma di quel dieci febbraio a Lancaster.
Paradossalmente, con tutta la loro superpotenza, gli Stati uniti continuano a esprimersi in termini di bisogno di difesa e di sicurezza, e quindi a manifestare un'insicurezza endemica. Fra i modi con cui guardano se stessi e il mondo oggi, c'è anche questo: il fortino assediato dai selvaggi del diabolico capo Osama bin Laden, le torri come la fattoria incendiata. E il settimo cavalleggeri con le bandiere al vento sullo sfondo.
Però la memoria ha continuato a ripetere il racconto del trauma, ma ha anche provveduto a proteggersi dislocandolo da un'altra parte. Se l'attacco alle torri gemelle era stato immaginato cento volte in altrettanti film, il fatto che quando poi succede sia accolto come qualcosa di inimmaginabile suggerisce che il nesso fra l'immaginario come repertorio di immagini, e l'immaginazione come elaborazione creativa sui dati dell'esperienza e della possibilità, è molto precario.
Quello che è ipotizzabile nello spazio della fiction, dell'ipotesi, del videogame, e quello che è pensabile come qualcosa che potrebbe succedere davvero sono due cose diverse a quasi incomunicanti. Il fatto che queste storie siano collocate in un universo fantastico, lontano nel tempo e nello spazio (il futuro planetario di Guerre Stellari, il passato di frontiera del western) finisce per esimerci dal pensare che possano riguardare il qui ed ora.
Mary Rowlandson vede le fiamme coi propri occhi; noi usiamo ancora gli occhi, ma di mezzo sta adesso lo schermo del cinema, il vetro della televisione, il filtro della telecamera, e soprattutto l'atteggiamento mentale con cui guardiamo: la "sospensione dell'incredulità" di cui parlavano i poeti romantici finisce per farci implicitamente pensare che, proprio perché certe cose sono "immaginate", noi non abbiamo bisogno di crederci. C'è una barriera impassabile fra la fiction e noi. L'immaginario diventa una riserva indiana dell'immaginazione, che dice e nega al tempo stesso, che sforna immagini per esimerci dall'immaginare.
L'espansione dello spettacolo, la tendenza crescente ad adagiarsi nel ruolo di spettatore, fa sì che l'immaginario come repertorio di immagini già immaginate da altri sostituisca in gran parte l'immaginazione come lavoro creativo personale.
Fate caso alla tendenza un po' snob e molto kitsch di giornali e riviste, specie se relativamente sofisticati e colti, a presentare le notizie correnti attraverso citazioni e allusioni a titoli di film, programmi televisivi, libri di successo, ad accompagnare racconti di fatti di cronaca con foto, sempre le stesse, tratte da film. E' come se ogni cosa che succede debba essere già successa nella sfera dell'immaginario: ogni cosa che vediamo dev'essere un déjà vu - ma un déjà vu visto da qualcun altro - e questo ci esime dal vederla noi, coi nostri propri occhi. Se non riuscivamo a immaginare noi gli eventi dell'11 settembre, non era nonostante fossero già stati già immaginati da altri, ma proprio per questo.
Prendiamo un saggio di E. B. White su New York, uscito originariamente nel 1949, ristampato negli Stati Uniti nel 2000 e uscito in traduzione italiana proprio a ridosso della strage dell'11 settembre (Volete sapere cos'è New York?, trad. it. di Mario Baiocchi, Roma, Arcana, 2001). "A chiunque sia interessato a questi strani doni - comincia - New York concederà in abbondanza la grazia della solitudine e quella della privacy". Continua su questo tono, intelligente, un po' in punta di penna. Poi, verso il finale, ecco che immagina il presunto inimmaginabile. Ricordate, siamo nel 1949: "La trasformazione più sottile di New York è qualcosa di cui nessuno parla mai, ma a cui tutti quanti pensano. La città, per la prima volta nella sua lunga storia è distruttibile".
Ecco dunque la sensazione di vivere sull'orlo dell'estinzione, come sottofondo quotidiano dello stato d'animo dei newyorkesi: "Tutti i cittadini sono costretti a convivere con la realtà incontrovertibile dell'annientamento". Poco conta che dica "per la prima volta" - in America, tutto succede sempre per la prima volta, i traumi passati sono sempre annullati e si ripresentano sempre come nuovi facendo trovare tutti indifesi e impreparati.
E continua: "Una singola flotta aerea non più grande di uno stormo di oche può mettere rapidamente fine alla fantasia di quest'isola, bruciare le torri, frantumare i ponti, trasformare le metropolitane in camere a gas, cremare milioni di persone". E' chiaro che ha in mente la memoria vicina della seconda guerra mondiale e il clima coevo della guerra fredda, altro rischio di estinzione durato mezzo secolo. Ma il rischio di cui parla non deriva tanto da minacciosi nemici esterni quanto dalla forma stessa della città, dal suo costituirsi come "perfetto bersaglio". Perciò non immagina un'aggressione nucleare sovietica, ma qualcosa di più vicino a quello che poi è successo davvero: "Nella mente di un qualunque perverso sognatore che voglia lanciare l'attacco, New York deve esercitare un fascino costante, irresistibile".
Ora, l'edizione italiana del libro esibisce due dei procedimenti che servono a esorcizzare queste immagini, a leggerle prima col brivido del pericolo senza crederci davvero, e senza farne buon uso dopo. La prima è nel risvolto di copertina, una citazione da John Updike: "Basta immergersi in questo saggio miracoloso per assaporarne la meravigliosa leggerezza e l'intensità della prosa..." Meravigliosa leggerezza? Questo parla di torri bruciate e milioni di persone cremate, e noi facciamo finta di vedere solo l'eleganza con cui ne parla, riportiamo tutto a un esercizio di stile.
"L'omaggio di White a New York è corroborante oggi, come lo fu mezzo secolo fa" -mezzo secolo fa, White avvertiva che questa meravigliosa città portava in sé i germi della sua distruzione, e noi diciamo che è "corroborante". Il primo esorcismo è dunque quello dello stile, della separatezza della letteratura e della sfera estetica in quanto tale: il fascino dell'autoriflessività dei linguaggi letterari, filmici, musicali ci esime dallo stare a sentire che cosa dicono. Vediamo avvicinarsi l'iceberg, diciamo quant'è bello, e non ci domandiamo se per caso il Titanic non gli sta andando a sbattere addosso.
Il secondo e complementare esorcismo lo troviamo in copertina. La scelta di ripubblicare il saggio è probabilmente antecedente all'11 settembre, ma dopo quella data chi può resistere ad aggiungere in copertina: "l'atto di amore e l'agghiacciante profezia sulla grande Mela"?
Lasciamo perdere che il saggio è definito "agghiacciante" in copertina e "corroborante" nel risvolto; concentriamoci su "profezia". E' un modo per ammettere che White qualcosa aveva detto, ma anche un modo per spostare la sua previsione dal campo del ragionamento e dell'analisi all'ineffabile sfera del visionario. Non è un caso che subito dopo l'11 settembre siano state addirittura inventate presunte profezie di Nostradamus in proposito. Come dire: sì, va bene, qualcuno aveva detto che sarebbe successo, ma non perché esistessero dei dati da cui questa eventualità poteva essere desunta e immaginata, bensì in virtù di irrazionali e speciali capacità profetiche. Che l'avessero detto Nostradamus e White, insomma, è un indice della loro visionarietà, non della nostra cecità e sordità.
White non fa una profezia, ma un ragionamento. La possibilità della catastrofe è intrinseca alla forma che New York veniva assumendo: se la città si costituisce come centro e come bersaglio, è immaginabile che qualcuno voglia provare a colpirla. Adopera dunque l'immaginazione come elaborazione innovativa dei dati dell'esperienza - distinta sia dalla profezia, sia dall'immaginario (ricorso a figurazioni precostituite, antecedenti all'esperienza, che riporta l'esperienza dentro il già previsto e non aiuta a capirne la novità): un modo di dare forma, davanti a contesti nuovi, a possibilità nuove, non pensate prima.
Per questo, io credo che quando una importante rete di stazioni radio americane ha cercato di censurare Imagine di John Lennon, la ragione non vada cercata tanto nel contenuto sovversivo delle sue immagini (niente paradiso, niente patria, niente per cui valga la pena di morire o di uccidere....), quanto nella provocazione di quel verbo all'imperativo e in seconda persona singola: immagina - immagina tu, non delegare agli altri il lavoro di immaginare al tuo posto, produci tu stesso le visioni nuova, inimmaginate, del mondo, del presente, del futuro.
In questo senso, la guerra mi pare anche un fallimento dell'immaginazione: una risposta vecchia, irriflessa, automatica a un fatto nuovo (come mi pare carente di immaginazione anche la ripetizione da parte nostra dell'armamentario antimperialista che così bene ci ha servito quarant'anni fa ma che ha un bisogno disperato di essere rinnovato e complicato).
Io in realtà una risposta l'avevo immaginata. Avevo immaginato che il leader dell'Occidente andasse in televisione e dicesse ai suoi cittadini e a noi sudditi: "Abbiamo subito questa cosa terribile. Ma noi non siamo come quelli che l'hanno commessa. Non risponderemo come loro. Useremo tutte le forze della legge, della giustizia, della ragione per impedire che succeda di nuovo, e supereremo questo momento tremendo. Ma il nostro dolore non sarà un grido di guerra."
Sarei stato molto orgoglioso del mio Occidente, e mi sarei sentito molto meno in pericolo.