La vera difficoltà di questi giorni è mantenersi obiettivi, mantenere la capacità di ragionare con la propria testa.
Difficile di questi tempi, quando ogni telegiornale, ogni trasmissione di approfondimento - per non parlare dei talk-show - dedica minuti e minuti a servizi su come gli USA stanno rispondendo al gravissimo attentato terroristico che ha colpito New York e ucciso migliaia di cittadini innocenti.
Preghiere e servizi religiosi si alternano a spettacoli in memoria e a silenzi commemorativi: gli USA fanno spettacolo, danno spettacolo, anche del proprio dolore.
Va bene, ognuno reagisce al dolore e allo sgomento come può e come vuole, ci mancherebbe. Ma perché noi dobbiamo così fortemente e quotidianamente prestare occhi, orecchie e cuore alla tragedia americana, mentre non altrettanto ci hanno coinvolti nella tragica guerra tribale che ha insanguinato il Ruanda, per esempio, o nel terrorismo fondamentalista che scuote l'Algeria?
Perché quelle sono cose lontane da noi, occidente civile, tragedie barbare che non ci toccano, non ci riguardano.
Colpire l'occidente, invece, è altra cosa: uno shock, un'offesa, uno schiaffo che non ci aspettavamo. E allora tutti ci stringiamo intorno alla parte lesa, che è parte di noi, perché noi non siamo "genere umano" che soffre quando altri "uomini" soffrono, noi siamo "genere occidentale" che sa soffrire e reagire solo se altri "occidentali" vengono colpiti.
Ci sentiamo "occidentali" perché ci teniamo a mantenere, per noi e per noi soltanto, "il modo di vivere" occidentale; infischiandocene se, per preservarcelo, l'"altro mondo" ha finora subito angherie, violenze, distruzioni, bombardamenti, fame, malattie. La ricchezza è mia, guai a chi me la tocca.
Hanno colpito il nostro benessere, è questo che ci turba, la nostra incosciente sicurezza, il nostro egoismo. Non vale!
Che voglio dire con questo? Che il terrorismo è cosa repellente e da combattere, sì, ma che non si può non andare a cercare le ragioni profonde che lo hanno seminato. Che la mia anima non è antiamericana ma la mia ragione lo è. Che pretendo di non assolvere gli USA dalle loro colpe in virtù della ferita da essi ricevuta. Che pretendo di non volermi accompagnare con Bush, ma non per questo essere accomunata ai terroristi. Che pretendo il diritto di non dover scegliere necessariamente fra il bianco e il nero, ma di rimanere in quella "zona grigia" dove impera il raziocinio. (Poirot non chiama il suo limpido cervello "le mie piccole cellule grigie"?).