Il suggerimento venuto da più parti di non andare a votare in occasione del
referendum merita alcune riflessioni.
Un primo aspetto riguarda la cultura politica e i meccanismi di formazione
delle decisioni. Chiedere di non andare a votare costituisce, in qualche
modo, sia un deligittimare le istituzioni sia rifiutare una forma
civilissima di confronto, quella che si esprime attraverso il voto. Se si
crede che le regole non funzionino, si cambino, ma è pericoloso
strumentalizzarle perché si inquina il gioco democratico. È grave, in linea
di principio, che uomini di governo chiedano di non andare a votare, ma è
quasi più sconcertante che lo dicano (talvolta perfino in modo ambiguo)
anche uomini dell'opposizione, troppo presi in piccoli giochi di numeri e,
evidentemente, troppo poco convinti della loro proposta politica.
Un secondo aspetto riguarda la segretezza del voto e la tutela della
privacy. Occorre riflettere che ora c'è una tessera elettorale dalla quale
risulta se un elettore ha votato o meno. Voglio essere questo elettore. La
tessera elettorale, anche solo per votare in una successiva tornata, la
devo mostrare a più persone, verosimilmente anche in presenza di
rappresentanti di lista, e tutte queste persone, per il solo fatto che io
esercito un diritto costituzionale, sapranno se io ho seguito o meno il
suggerimento del sig. Berlusconi.
Mi sento meno libero: la tessera
elettorale viola la privacy; chiedere di non andare a votare è un rifiuto
del confronto politico democratico, un'insidia per i valori costituzionali. (Carlo Travaglini)