La marea di retorica, le frasi roboanti ("martiri", "eroi", "morti per la patria"), l'orgia di immagini lacrimose della nostra televisione rischiano di sommergere il sincero sentimento di cordoglio e di commozione che accomuna nel dolore le famiglie delle vittime e tutti noi. Lo stesso dolore, la stessa commozione che sentiamo per i morti americani e inglesi e insieme per le migliaia di vittime innocenti (anche vecchi, donne, bambini) oggi irachene, ieri afgane, da anni palestinesi e israeliane.
Ma piangere le vittime non basta. Occorre che più alta e più forte si alzi la voce contro i veri colpevoli di questa strage infinita, contro i portatori di morte, i costruttori di guerra.
I "nostri ragazzi" , come i loro coetanei americani, sono stati mandati a morire non "per difendere la patria" ma per difendere gli sporchi interessi di una cricca di affaristi, accecati dalla sete di denaro e da una folle logica di potenza. Bush e i suoi sodali petrolieri, i loro vassalli sparsi per il mondo da Blair a Sharon a Berlusconi e la pletora di politicanti inetti che li circondano o che fingono di opporsi sono i veri mandanti delle stragi e del terrore, responsabili di una politica che affama e uccide i due terzi del mondo, che distrugge l'ambiente e la natura, che spinge i disperati nelle braccia di altri folli profeti.
Occorre che la gente, quelle decine di milioni che nel mondo hanno gridato contro la guerra, riprenda con maggior forza la sua lotta: la lotta per la pace, per la tolleranza e la solidarietà, contro la fame e le ingiustizie.
Oggi Sharon, il boia di Sabra e Chatila, l'inventore della "difesa preventiva", il costruttore del muro della vergogna, è a Roma in visita ufficiale, accolto con tutti gli onori dal governo e dalle istituzioni proprio mentre le vittime italiane ricevono il loro ultimo saluto. Fino a quando sopporteremo questa proterva tracotanza?
(Gianni Ialongo, 17 novembre 2003)