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A Khartoum


Non possiamo guardare a Daniele Comboni ormai coronato dall'aureola di "santo" (dal 5 ottobre) senza volgere lo sguardo alla corona di spine conficcata sul suo paese prediletto, il Sudan. Un altro anno di guerra, il ventunesimo, se ne sta andando, e con esso le speranze di una prossima pace che si venivano coltivando tra un (faticoso) negoziato e l'altro.
Questa estate, tra un colpo d'arresto e una ripresa dei colloqui, in Kenya, fra il governo di Khartoum e l'Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla) guidato da John Garang, il giorno della pace aveva quasi l'aria di avvicinarsi - le pressioni di Usa e Ue sembravano dare qualche frutto.
Ma quanto dista Khartoum da Washington? E quanto da Bruxelles? Per la diplomazia internazionale le priorità sono sempre altre: l'Iraq e il Medio Oriente, poi Cancún, domani la Corea del Nord o chissà… Eppure proprio le pressioni di Europa e Stati Uniti possono essere determinanti per firmare la pace. Anche perché i contendenti - governo e Spla - continuano a non trovare un accordo sulla spartizione del potere politico, sulla riforma dell'esercito e sulla ripartizione delle risorse economiche, in particolare quelle petrolifere. Quanto tempo ci vorrà ancora per decidere come spartirsi la torta?
Nel frattempo i sudanesi, rappresentati anche da una società civile (di cui è parte la chiesa cattolica) pressoché ignorata tanto dal governo quanto dai ribelli, sono costretti a sopravvivere di scampoli di tregue. In questo paese otto volte l'Italia, l'armistizio sembra tenere in certe zone, in altre invece (Darfur) la guerra uccide sempre e crea sfollati e rifugiati (in questo caso in Ciad) a decine di migliaia. A settembre è stato solo prolungato il cessate il fuoco… la pace può attendere.
(Nigrizia: editoriale, 6 ottobre 2003)

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