L'11 settembre, come tutti i giorni, sono morti in Iraq 250 bambini per
cause direttamente derivanti dalle sanzioni economiche. A noi sembra di
conoscerli, dopo dieci anni di presenza umanitaria, uno per uno. Sono
bambini che avevano un nome, un volto, uno sguardo.
Eppure, nonostante ci sentiamo affettivamente così vicini a loro, non ci
sono più cari di quelli periti o che hanno perso i genitori nello stesso
giorno a New York, a causa di un atto terroristico che è stato definito di
guerra; ed infatti della guerra ha la stessa brutale e codarda inumanità.
Ora, accade che, anche in nome di questi, si vogliano bombardare quelli che
sono sopravvissuti ad un altro anno di embargo a Baghdad. Non vogliamo
nemmeno discutere qui il perché. Appare chiaro che lo si voglia fare a tutti
i costi.
Sarà nuova benzina ad una spirale di ingiustizia e di violenza che segna
ormai la vita di miliardi di persone. Fermare la guerra è una responsabilità
di tutti. Anche nel nome di quei bambini di New York che questa spirale ha
travolto. Prima che travolga anche noi.
E' questo il tempo delle responsabilità. E' il tempo, per ognuno di parlare,
forte e chiaro. La guerra non ammette silenzi se non come complicità.
(Un ponte per..., 12 settembre 2002)