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Ammazzati che ho fretta
(da Il Manifesto)


Fino a ieri in America, Occidente, potevi morire per strada e nessuno ti degnava di uno sguardo. Un modo di morire in pace, in fondo. Ma ieri a Seattle - Pacifico, Bill Gates e Movimento - l'America ha deciso che puoi morire incitato, insultato. Per banali motivi di traffico. Naturalmente in diretta tv.
Scena agghiacciante. Ship Canal Bridge, un ponte che si affaccia da 50 metri. Mattino, ora di punta per i pendolari. Sul parapetto una donna sta decidendo, non ha deciso, di chiudere con un tuffo nel nulla un amore sbagliato. Penzola con i piedi, la polizia blocca il traffico e chiede alla ragazza di rinunciare. Gli agenti lasciano una corsia di scorrimento per le auto: l'intasamento è inevitabile, però quel corridoio proprio alle spalle della ragazza è meglio che niente.
"Buttati", gli urla dal finestrino un tipo infuriato, passano altri e l'incitamento alla morte diventa bestemmia, "ma questa è la parte meno grave della storia, non ho voglia di ripetervi le altre cose che le hanno detto", grugnisce Clem Benton, il portavoce della polizia.
"Sbrigati", e allora gli agenti decidono che è meglio chiudere la corsia e bloccare tutto, una vita varrà bene un ingorgo. Ma la gente scende dall'auto e si avvicina finché può. E urla ancora alla ragazza, "buttati", perché è famoso lo Ship Canal Bridge per i suicidi, dieci tentativi in trentacinque anni, tre soli sopravissuti. Bella media.
La polizia, che arresta il traffico invece di arrestare gli animali che gridano, tratta con la ragazza, ehi lascia perdere. Ma lei si butta. I sommozzatori la ripescano ancora viva; l'impatto con l'acqua da cinquanta metri di altezza le ha provocato una frattura alla spina dorsale e lesioni al torace e all'addome. Chissà.
Via l'ambulanza, gli agenti tolgono i blocchi e gli automobilisti schiodano verso un ufficio o qualcosa di simile. Tornano alla normalità. La ragazza non è neanche morta, o no?

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