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Oggetto: Caldaie a carbone. DPCM 8 marzo 2002
Tra sei giorni compie 3 anni il DPCM 8 marzo 2002, il quale, recependo direttive CEE dei primi anni 90, stabiliva che al 1 settembre 2005 dovesse cessare il funzionamento delle caldaie degli impianti centralizzati che impiegano combustibili solidi (In pratica antracite e coke).
Detta scadenza è ignorata da tutti: Condomìni, amministratori degli stessi, cittadini privati. Inoltre le poche notizie che girano sono in gran parte false, propalate in non perfetta buona fede dalle associazioni di categoria (ventilata sospensione del decreto per effetto di un ricorso al Consiglio di Stato, che invece riguarda i soli oli combustibili pesanti).
Una caldaia a carbone per una normale palazzina di 3-4 piani ha una potenzialità di 100.000 Calh.
Per palazzine un po’ più grandi (ma non casermoni) 175.000 Calh.
Una caldaia sta accesa 12-14 ore al giorno.
Il carbone bruciando produce polveri sottili.
Gli impianti per uso domestico non hanno alcun tipo di filtro né marmitta catalitica…
Se non si applica il disposto del DPCM suddetto, il 1° dicembre, con l’accensione dei riscaldamenti, a Roma entrerà in circolo l’equivalente di 30-40.000 automobili, tutte in un colpo!!!!!
Ho fatto una serie di colloqui con addetti ai lavori, e mi sono fatto un quadro abbastanza chiaro, che vi riporto:
1) La scadenza del 1° settembre ad oggi risulta confermata.
2) L’associazione dei commercianti combustibili solidi ha pendente un ricorso al TAR, ma non ne sollecita il dibattimento perché si rende conto che in questo clima di targhe alterne, blocco del traffico e polveri sottili il momento non sarebbe a loro favorevole.
3) Il Comune fa il pesce in barile: Infatti non vuole dare evidenza alla scadenza del 1° settembre, che comporta una spesa non indifferente per 15-20.000 famiglie, per evidenti motivi elettorali.
4) Ma non vuole promuovere un rinvio o una proroga della scadenza stessa per non mostrarsi insensibile al problema del contenuto di polveri nell’aria e alle buone ragioni degli ambientalisti. Quindi lascia scorrere le cose, in attesa di essere “costretto” a dover in qualche modo rinviare l’entrata in vigore del provvedimento.
5) Nel frattempo l’Italgas (ora ENI) ammette a denti stretti che ben difficilmente potrà eseguire l’allaccio di mille impianti da qui a settembre/ottobre. Le premesse per una “proroga obbligatoria” , con gli occhi alzati al cielo, ci sono tutte.
Ing. Eugenio Ercolani