AMICO QUARTIERE
Guerra e Pace



La guerra detta da chi la conosce bene



Quando si hanno 20/30 minuti disponibili, consiglio di leggere il documento allegato, che riguarda un libro scritto da una persona non sospetta, il tenente generale Fabio Mini, addirittura decorato dal presidente Bush con la Legion of Merit (grado di Ufficiale) "per il servizio eccezionalmente meritorio svolto in qualità di comandante della Forza per il Kosovo (Kfor) dall'ottobre 2002 all'ottobre 2003".
Il libro - scritto da un militare di altissimo grado che ha ricoperto altissime responsabilità (quindi non sospettabile di "pacifismo integralista", come le "anime belle" a cui irride Giuliano Ferrara ogni volta che può) è recensito da un professore universitario appartenente alla sinistra antagonista (quindi non sospettabile di simpatie verso la categoria a cui appartiene l'autore) - contiene giudizi netti e motivati e non-ambigui sulle guerre degli ultimi tempi (Kosovo, Afghanistan, Iraq 2....) che fanno giustizia delle (interessate) fandonie che tanti giornalisti ed "uomini di cultura" spesso raccontano (fra i primi, il citato Ferrara, al quale trasmetto in copia questa mail - ma lui non ne ha bisogno, è persona intelligente e colta, che mente sapendo di mentire e così si guadagna la pagnotta ben farcita - che è più pericoloso degli altri poiché dispone di una tribuna televisiva non marginale) sia sulle motivazioni delle guerre che sui risultati ottenuti (la "civiltà", la "democrazia": ma quali?).
Riporto un ulteriore breve brano del libro, relativo al Kosovo (l'intervento "umanitario"): "Si percepisce che il genocidio che non si è consumato non sta nel mancato numero delle vittime, ma nell'odio che è tuttora presente. Un odio che rende il vero genocidio immanente e quello ideale già avvenuto. Questo odio viene coltivato e alimentato dallo stesso sistema politico e sociale, dagli stessi leader, dai capi religiosi e dagli stessi intellettuali di ogni etnia e fede".
Quindi, quell'odio e le sue conseguenze anche future, che certo preesistevano alla guerra (pardon: all'intervento "umanitario"), lungi dall'essere eliminati dalla guerra (dall'intervento "umanitario"), sono stati diffusi molecolarmente: altro che pacificazione!
Ma lo sappiamo: dire che la guerra (cioè i bombardamenti, le uccisioni dei civili, la distruzione delle infrastrutture) porta la pace è un ossimoro che contiene, oltre alla contraddizione intrinseca, una menzogna esplosiva.
E questo lo dice colui che ha comandato la Kfor per un anno, non i giornali o i politici "di sinistra". E dice cose molto interessanti anche sull'Afghanistan e sull' Iraq, leggere per credere.
Ma se non se ne ha voglia (cosa del tutto legittima), basta un clic (e in tal caso mi scuso).
(Franco Bianco - Roma)


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Un generale inconsueto: Fabio Mini
di Antonio Moscato (docente di Storia contemporanea e Storia del movimento operaio all'Università di Lecce)

Un libro uscito quasi contemporaneamente a quello di Violante sullo steso argomento, presso la stessa casa editrice e con argomento assai simile, appare di gran lunga più interessante di quello del presidente dei deputati DS, non foss´altro che per l´esperienza accumulata dall´autore in diversi incarichi importanti. Fabio Mini infatti è un generale che è stato incaricato di seguire le esercitazioni della 4a Divisione meccanizzata USA, e tra i vari incarichi ha ricoperto anche quello di addetto militare in Cina, di direttore dell´Istituto superiore di Stato maggiore Interforze, di capo di Stato maggiore del comando Nato delle forze alleate Sud Europa. Ha anche comandato per un anno l´operazione di peace-keeping NATO in Kosovo. Insomma ha accumulato una bella esperienza diretta. Inoltre fa parte della redazione della rivista "Limes" a cui collabora da tempo.
Il titolo è già stimolante: La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell´epoca della pace virtuale (Einaudi, Torino, 2003).
Nel libro tuttavia si distinguono due parti diverse: una teorica, con riflessioni a volte utili, a volte discutibili (ma sempre frutto di una conoscenza diretta di fonti inconsuete per un ufficiale superiore del nostro esercito). Tra queste molte riflessioni di strateghi cinesi contemporanei, e molte osservazioni sul ruolo della criminalità in Cina e in Giappone, ma anche digressioni sulla storia dell´impero cinese sotto gli Zhou tra il 1122 e il 770 a. C., o sull´assedio di Pechino nel 1550 da parte del Khan mongolo Altan, un po´ fastidiose perché le comparazioni tra un impero dell´antichità e l´imperialismo del XX e XXI secolo, o tra i khan mongoli e gli eserciti moderni non servono a molto. A meno che, seguendo l´esempio di un autore che cita e apprezza, Igor Man, Fabio Mini voglia "tatticamente" inserire alcune verità scomode in un contesto "culturale" apparentemente neutro, come fa appunto Man quando comincia i suoi articoli con una sura del Corano.
Mini nell´introduzione su la "voglia di impero" (concetto usato senza pensare ovviamente ai nostri dibattiti su impero e imperialismo), e nelle prime due parti ("Occidente e Oriente" e "Guerra e guerrieri") dice già diverse cose condivisibili: ad esempio che "molti interventi armati di questi ultimi anni hanno avuto come principali beneficiari non gli Stati stessi ma (...) le singole corporazioni", che hanno spesso bilanci superiori a quelli di decine e decine di Stati; e anche che "oggi la guerra è (...) `possibile´ soltanto come manifestazione di un ritorno all´ordinamento confessionale. Laddove la nuova `confessione´ è il mercato. Un passo indietro di cinque secoli nell´ordinamento giuridico della guerra e uno di dieci per la componente di fanatismo che tale ordinamento comporta" (p. 29)
All´interno della seconda parte, un paragrafo su "Come cambiano i guerrieri" fornisce dati interessantissimi sul "fenomeno del mercenarismo", assai più vasto e istituzionalizzato di quel che si pensi, che gestisce la maggior parte dei compiti di sostegno agli eserciti regolari, dal catering alla costruzione delle basi militari. "Le compagnie private stanno poi assumendo per conto dei militari (e ovviamente di tutte le organizzazioni committenti) anche veri e propri compiti operativi che una volta non era assolutamente immaginabile fossero attribuiti a dei civili. Compagnie private fanno la guardia a istallazioni militari anche nei teatri operativi, gestiscono le comunicazioni, forniscono intelligence specializzata, effettuano attività di sminamento, sorveglianza aerea del campo di battaglia e così via. Basta pagare". (p. 126)
E naturalmente i costi aumentano, anche se aumentano le violazioni di ogni norma. Non è un fenomeno nuovo, dato che l´eruditissimo Mini fa riferimento ad attività irregolari organizzate in Kenia già nel 1951-1952 per screditare (e massacrare) i nativi, ingigantendo il pericolo dei Mau Mau, a cui una campagna internazionale di stampa attribuiva migliaia di vittime innocenti tra i "bravi coloni bianchi" mentre dalle memorie del gen. Frank Kitson che organizzò le bande irregolari si desume che il bilancio finale vero fu di 22 (ventidue!) bianchi uccisi rispetto agli oltre ventimila nativi assassinati.
Ma insinua anche qualcos´altro di più inquietante, sulle infiltrazioni di esponenti delle forze speciali inglesi nel WWF e in Greenpeace, al momento degli attacchi alle navi francesi a Mururoa (oltre alla già nota presenza di addestratori inglesi nell´organizzazione di Al Qaeda).
A proposito di questa organizzazione e di Osama bin Laden, Mini dice che "non è certo che ci abbia ideologicamente rimesso dalla distruzione del regime dei talebani, dal nuovo atteggiamento ostile degli USA nei confronti dell´Arabia Saudita, dall´instabilità tra India e Pakistan, dalla precaria situazione degli americani in Asia, o dagli esiti della guerra contro Saddam Hussein". (103)
Tracciando un bilancio dell´intervento in Afghanistan Mini osserva che "paradossalmente potremmo trovarci nelle condizioni di aver risolto il problema della formazione dei quadri di Al Qaeda per i prossimi venti anni. (...) Il rischio reale è l´incremento della potenzialità clandestina e la dispersione dei centri del terrore. Questo ovviamente nell´ipotesi che la rete di Al Qaeda fosse diffusa, organizzata, efficiente e nel massimo del proprio vigore e della propria virulenza come si è supposto e come molti stanno cercando di dimostrare."(p.197)
Non si sa se per gli organizzatori statunitensi e italiani delle campagne "terroristiche" sui pericoli di Al Qaeda è più grave la prima affermazione (sul rafforzamento del terrorismo in seguito alla guerra) o la seconda, che mette in dubbio la presentazione di Al Qaeda come quasi onnipotente. D´altra parte, osserva il generale, "anche se la rete non fosse stata il gioiello di organizzazione criminale e ideologica che oggi si crede e si fosse trovata nella sua fase discendente e conclusiva, il problema non sarebbe più semplice. Senza la preventiva capacità di controllare il tessuto esterno, la rottura del bubbone afghano ha provocato la dispersione fisica e ideologica del terrorismo e del potenziale antioccidentale in ogni parte del mondo". Bel risultato!
Ma sul terrorismo Fabio Mini fa altre osservazioni utili a smantellare le campagne propagandistiche (definite "quasi paranoiche") che hanno preparato e accompagnato le ultime guerre, e hanno avuto la conseguenza di renderci incapaci di distinguere: ""scopriamo" terroristi fra i nostri vicini di casa, fra i nostri amici, nelle comunità dei poveracci come negli alti livelli della finanza". Come combatterli? Impossibile eliminarli tutti, quelli attivi e quelli potenziali. Per i primi, forse al massimo 10.000 persone in tutto il mondo, è difficile la localizzazione e non servono i bombardamenti, ma quelli potenziali possono essere valutati a miliardi di persone. Che fare? Sterminarli tutti?
Mini rifiuta anche di banalizzare la questione delle radici sociali del terrorismo, e le ricerca non tanto in una generica miseria o sottosviluppo, quanto nelle distorsioni lasciate in eredità dal passato coloniale. Non sempre la panoramica che fa della sua diffusione geografica è convincente, ma è indubbiamente molto più seria dei soliti luoghi comuni che ad esempio ripete Violante.
Mini lamenta che mancano fondi per le attività di intelligence, che potrebbero scovare i veri terroristi, mentre aumentano vertiginosamente quelle per la guerra. Parlando dell´attuale gruppo al potere negli Stati Uniti egli dice senza troppe reticenze:
"Essi sollecitano alleati e amici a spendere per la difesa soprattutto comprando quello che l´America mette a disposizione, che poi non sempre è quello che ha di meglio o che costa meno. Ovviamente, tutto questo nasce dalla minaccia che è totale. Fortunatamente questi personaggi non rappresentano tutti gli americani e neppure tutti quelli che hanno posizioni di potere e responsabilità. Tuttavia, rappresentano una nuova generazione di "terrorizzati" incapaci di agire al di fuori della logica della guerra e degli interessi, specialmente economici, del proprio sistema. Il terrore, tuttavia, non è soltanto il padrone della loro mente (qui Bin Laden ha fatto un ottimo lavoro), ma anche il solo strumento di cui dispongono per fare affari, influenzare le decisioni e imporre un modello totale che in ogni caso sanno di non poter controllare pacificamente. In questo caso sono dei piazzisti del terrore."
Non c´è male come franchezza, anche se si dice che "fortunatamente" costoro non rappresentano tutta l´America (ed è vero) e neppure tutti quelli che sono al potere oggi (un po´ meno vero). (p.73)
Con la stessa franchezza e disinvoltura Mini descrive poi gli intrecci tra criminalità organizzate e compagnie di mercenari, dall´Africa alla Russia all´America Latina (pp. 118-135). Basterebbe questo a giustificare l´interesse per questo libro, che a tratti fa venire in mente quello che il generale dei marines Butler disse nel 1933, quando andò in pensione: "la guerra è solo un racket" e viene gestita "a vantaggio di pochissimi e a spese delle masse".
Ma la parte più significativa e utile del libro è la terza, dedicata a "I dopoguerra". Qui pesa la conoscenza diretta di alcune esperienze come quella del Kosovo, anche se Mini segue con attenzione anche altri scacchieri.
Ci sono ad esempio molte pagine dedicate all´Australia, il primo "vicesceriffo" riconosciuto dal "caposceriffo" (gli Stati Uniti), severamente criticata attraverso una corretta ricostruzione delle complicità con l´Indonesia di Suharto, in particolare a Timor Est, a proposito della quale si scrivono parole severe anche sull´ONU. Fa piacere scoprire tra le fonti di Mini i preziosi libri di John Pilger.
Su quello che Fabio Mini scrive sul Kosovo occorrerebbe il doppio di spazio di quello a disposizione, per esaminare sia la severa disamina delle bugie di guerra, sia l´attenta descrizione di problemi rimasti irrisolti. Ma segnaliamo solo una "chicca": il nostro coltissimo generale si è preso la briga di leggere anche Impero di Toni Negri e Michael Hardt, e ne riferisce, proprio dopo aver descritto l´intervento dell´ONU nella ricostruzione del Kosovo, una delle tesi di fondo:
"Essi ritengono che un nuovo capitale globale, agendo mediante l´ONU, il G8, il FMI e il WTO, abbia creato una sovranità imperiale che lega le fazioni dominanti del centro e della periferia in uno stesso sistema di oppressione mondiale. Essi ritengono anche che si sia costituito un nuovo ordine giuridico mondiale "ispirato alla costituzione americana", che prevede il trasferimento di sovranità all´ONU, centro dell´impero."
Fabio Mini commenta stupefatto che "l´ONU non potrà mai essere un impero per il semplice fatto che un impero è credibile se controlla i fattori di potenza, vale a dire se dispone di un apparato ideologico, di risorse proprie, di strumenti di forza e, soprattutto, di una burocrazia efficiente". In realtà l´ONU, quando "non si squalifica da sola", può avere un valore morale e simbolico, un qualche valore diplomatico, ma "quasi nessun valore di potenza perché non ha esercito, non ha risorse, non ha ideologia, e in Kosovo ha dimostrato le limitazioni di efficienza dell´immenso apparato burocratico di cui dispone". (p. 223) A quanto pare un generale colto e attento può capire meglio di certi compagni l´inconsistenza delle tesi di Negri e Hardt, usando un serio criterio materialistico (grande assente, ahimè, tra le file di gran parte della sinistra).
Anche sull´Afghanistan, in polemica esplicita con il trionfalismo di Rumsfeld, ricorda che "contro un avversario che non si è rivelato né potente, né determinato" la vittoria è stata solo apparente. "La guerra in realtà continua". Il successo di una guerra deve essere commisurato agli obiettivi che ci si proponeva e al dispendio di risorse.
"Una vittoria del livello tattico, è veramente tale se ha contribuito al successo dell´azione operativa in cui era inquadrata, e questa è tale soltanto se ha contribuito al successo strategico e questo a sua volta ha determinato il successo politico connesso con l´operazione. Ci sono state guerre che nonostante grandi vittorie tattiche non hanno portato nessun beneficio strategico e politico. Ci sono state guerre inequivocabilmente perdute duranti le quali il perdente non è mai stato sconfitto in una sola battaglia. Gli americani in Corea, in Vietnam, in Somalia non hanno mai perduto un solo combattimento. Tecnicamente non hanno mai sostenuto perdite tali da essere considerati battuti eppure non sono riusciti a stabilire i risultati strategici e politici che intendevano raggiungere, e hanno definitivamente perduto". (pp. 185-186)
Sull´Iraq il libro, pubblicato in ottobre (prima dell´attacco alla caserma di Nasiriya) e scritto presumibilmente prima, pone non pochi problemi. Il titolo del capitolo, ironico, è "Grazie, America", e allude agli effetti imprevisti e indesiderati di una "guerra" apparentemente facile. Anzi, non una guerra in senso ortodosso: "si potrebbe chiamare ricognizione armata, spedizione punitiva, colpo di mano su larga scala oppure semplice corruzione di un sistema fatiscente di funzionari che si è venduto in blocco alla CIA e si sarebbe più vicini alla realtà". (p. 253) Altro che retorica sugli eroi!
A più riprese Mini irride non solo alla leggenda delle "armi di distruzioni di massa" ma anche alla presentazione dell´esercito iracheno come un vero esercito: "La resistenza di Saddam non c´è stata. I combattimenti di poche unità intrappolate sono stati soltanto la manifestazione dell´iniziativa di pochi comandanti e non di un piano operativo integrato di difesa nazionale. Non poteva essere altrimenti. Dopo le devastazioni di due guerre e oltre un decennio di martellamento continuo, di sorveglianza aerea e di sanzioni, l´esercito iracheno non poteva che essere allo sfascio."
Mini cita poi un ufficiale uscito dall´Iraq pochi mesi prima della guerra, che aveva candidamente dichiarato: "I carri armati e i veicoli da combattimento sono relitti della guerra del 1980-1988 con l´Iran. Hanno disperato bisogno di parti di ricambio e gli uomini hanno basso morale e forti carenze di equipaggiamento. In alcuni casi non hanno neppure le scarpe". (p. 268)
Fabio Mini denuncia l´insensatezza del governo degli Stati Uniti, che ha aggravato tutti i problemi, forse accecato dalle sue stesse menzogne. "In sostanza, l´America ha finalmente e chiaramente detto che può benissimo fare a meno di tutti." Anzi meglio, così non ci sono testimoni.
"Grazie America! Ringraziano quelli che non hanno mai creduto che la lotta al terrorismo potesse essere condotta con i cannoni e i carri armati. Quelli che si sono dovuti sorbire le litanie di Oriana Fallaci sulla guerra come impegno mondiale e corale. Quelli che temevano di essere rincitrulliti quando avvertivano che il terrorismo non si annulla eliminando "semplicemente" degli Stati. L´America in Iraq, prima e durante la guerra, ha incontrato un solo terrorista suicida. Un pazzo in taxi. Per tutto il resto della campagna di guerra l´America ha dimostrato che i terroristi erano ancora fuori e che con la guerra possono soltanto aumentare e non diminuire: in tutto l´Oriente e l´Occidente. Dopo la guerra, in una situazione di caos e anarchia, gli atti terroristici aumentano di giorno in giorno" (p. 284)
La conclusione generale è severissima, e contraddice tutte le sciocchezze dette dai nostri governanti:
"La realtà è che l´impero della guerra di questo millennio, sottoposto alle spinte dell´impero del terrore, del crimine, dell´economia e di quant´altro, è concettualmente e intellettualmente regredito. Si ritrova in una fase primitiva in cui misura la propria efficacia dalla potenza e dalla distruzione che riesce a esprimere. Non è in grado di calibrare l´uso della forza sugli scopi da ottenere, così come non riesce a immaginare un dopoguerra che faccia parte del processo della guerra stessa al punto di dettarne le condizioni." (p. 290)
Pensando solo al "prima" e non al "dopo" rischiamo di trovarci in "un dopo di cui abbiamo perduto il controllo", in "arcaiche comunità di sopravvissuti, le nostre isole di criminali, di relitti umani. Di avere i nostri robot burocratici e tecnocratici, in doppiopetto o in uniforme, pronti agli ordini del computer centrale e dipendenti dall´umore di un sopravvissuto piccolo piccolo che ogni tanto spinge un tasto. Di avere i nostri mutanti, alieni, terroristi ed estremisti che si stanno diffondendo come un virus su tutto il pianeta. Un pianeta che sia già delle scimmie" (p. 291).
Forse esagera un po´. Comunque non dispiace scoprire che in Italia c´è un generale non "integrato" ma "apocalittico", che ragiona con la sua testa e dice quello che pensa. Anche se è un´eccezione pressoché unica.

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La guerra dopo la guerra
"La guerra dopo la guerra" del tenente generale Fabio Mini ha come sottotitolo "Soldati, burocrati e mercenari nell'epoca della pace virtuale". Pubblicato da Einaudi nella collana Gli Struzzi nel 2003, ha già avuto una notevole eco negli ambienti politico e militare per il modo originale di affrontare argomenti di strategia e di politica militare che sono di estrema attualità. Criticato o lodato da ambienti di sinistra o di destra, il libro di Mini ha la caratteristica di tutti i libri scritti da liberi pensatori: disturba l'establishment, i conservatori, i fedeli della Chiesa di Clausewitz, la linearità dei processi decisionali. Mini non nega i principi occidentali dell'arte della guerra ma li mette a confronto con quelli orientali, col mondo arabo, con il fenomento terroristico, con la contemporaneità degli eventi.
Il modo di scrivere del generale Mini è da vero bersagliere. Frasi brevi, chiare, efficaci, con un ritmo incalzante che invoglia a una lettura rapida. Un modo di scrivere che si potrebbe dire Corsaro. Ma non per questo poco denso. Anzi, se qualcuno, leggendo, è abituato a sottolineare le frasi più importanti, rischia di sottolineare tutte le trecento pagine del libro, caratterizzato dalla densità dei concetti esposti. Ed è curioso notare come il modo di scrivere di Mini rifugga dalle inutilità: le frasi inutili, le parole inutili che servono solo a riempire pagine. Mini ha scritto molto su questioni militari, strategiche e geopolitiche. Tra i suoi lavori vi sono libri come "Comandare e comunicare" e "L'altra strategia". E' autore di oltre venti saggi e di molti articoli pubblicati su riviste militari e civili. Nel 2001 ha anche curato la versione italiana del libro "Guerra senza limiti", dei colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiaosui.
"La guerra dopo la guerra" è articolato in tre parti (Occidente e Oriente; Guerra e guerrieri; I dopoguerra, in particolare quelli di Timor Est, Afghanistan, Kosovo, Iraq) che sono precedute da una introduzione dedicata alla voglia di impero. Questa prima è utile al lettore soprattutto per prendere la misura del modo atipico e anti ideologico di pensare e quindi di scrivere di Mini e indispensabile anche per affrontare la rivoluzione di pensiero che propone nelle tre parti successive.
La voglia d'impero, o si potrebbe dire la smania d'impero, è il fenomeno che caratterizza quest'avvio di terzo millennio. Sembra quasi che l'esperimento della democrazia popolare dopo meno di un secolo stia scivolando all'indietro verso un nuovo sistema imperiale. Ancorché collegata con la globalizzazione e un cosiddetto 'nuovo ordine mondiale', la voglia d'impero non riguarda soltanto le entità statali. L'impero è un modello di esercizio della potenza e quindi chiunque o qualsiasi cosa abbia potenza (economica, finanziaria, ideologica, militare) e intenda esercitarla in maniera assoluta è attirato dall'impero.
Le considerazioni del generale Mini, fatte nel capitolo dedicato al Occidente e Oriente, derivano da una profonda cultura del pensiero politico e militare occidentale, coltivata grazie a studi istituzionali e approfondimenti personali, e a una conoscenza altrettanto profonda del pensiero orientale che Mini ha avuto anche la possibilità di toccare con mano grazie al periodo trascorso in Cina come addetto militare e della difesa. E' fondamentale in questa parte del libro la comprensione dei concetti di linearità dei processi mentali e decisionali occidentali e alinearità di quelli orientali.
La confusione e l'incertezza nella comprensione delle nuove minacce asimmetriche e delle manifestazioni della guerra derivano essenzialmente dalla incapacità occidentale di accettare i sistemi di pensiero e quindi di azione non lineari. Ci sono molti modi di dividere il mondo ai fini di studio. Nord e Sud, ricchi e poveri, sviluppati e sottosviluppati, idealisti e materialisti, bianchi, neri e gialli e così via. Ai fini dello studio della guerra e delle sue forme, una delle differenze sostanziali è tra quella parte del mondo che adotta sistemi lineari d'interpretazione della guerra e quella che privilegia l'approccio alineare. In questo senso, se prendiamo l'Occidente (il nostro mondo e il nostro sistema politico-sociale ed economico di riferimento) come paradigma della linearità e della razionalità, viene automatico pensare che l'Oriente sia l'opposto. E' un approccio a sua volta lineare e come tale non è detto che sia corretto.
La premessa fondamentale è che nel campo dell'interpretazione o della filosofia della guerra, Oriente e Occidente non sono concetti geografici. Non sono neppure suddivisioni fra specifiche razze, religioni o sistemi politici. Si tratta di una suddivisione culturale e i parametri che consentono questa classificazione sono le diverse concezioni del Tempo, dello Spazio, della Vita e della Morte. Siccome Tempo, Spazio, Vita e Morte sono anche le dimensioni fondamentali della guerra, la differenza fra le due parti è anche nella concezione della guerra.
La parte dedicata a Guerra e guerrieri entra nel vivo della questione: come è cambiata la guerra, come sono cambiati i rapporti di forze e come sono cambiati gli equilibri. Mini non può fare a meno di fare riferimento alla fine della guerra fredda, agli attentati del 11 settembre, al nuovo equilibrio mondiale, al nuovo approccio per la risoluzione dei conflitti e al disequilibrio che caratterizza gli opponenti. E ancora, all'importanza sempre maggiore che hanno oggi tre strumenti cosiddetti forces multipliers: intelligence, operazioni psicologiche e pubblica informazione. Interessante è la visione degli scenari e delle guerre future.
Sul piano delle procedure, dopo l'11 settembre gli Usa si sono imbarcati in azioni diplomatiche, politiche e militari diverse rispetto ai soliti schemi. Non ancora sufficientemente innovative e per certi versi retrograde, ma comunque fuori degli schemi della guerra fredda, dei vincoli delle alleanze e persino delle convenienze politiche. Le guerre future saranno quindi sempre più contraddistinte da immaginazione, ricerca di soluzioni insolite, iniziativa e ricorso a tutti i mezzi possibili. Leciti e non leciti; se illeciti per alcuni, saranno completamente leciti per altri poiché la liceità è un fatto di etica e di legge codificata. E oggi non c'è ancora un solo codice universale.
Ampia, particolareggiata e approfondita è la parte dedicata ai dopoguerra di Timor Est, Afghanistan, Kosovo e Iraq, gestiti - secondo il generale Mini - non nel modo migliore. In questo vede una grave responsabilità nella incapacità della Organizzazione delle Nazioni Unite a dare sviluppo concreto alla pur corretta enunciazione di principi. Naturalmente - così come è per tutto il pensiero che Mini enuncia nel proprio libro - si può concordare o meno con le idee espresse. Ma il fatto importante è che sia un generale a tre stelle che ne scrive, anche rischiando di attirare su di sé le ire dei benpensanti.
Insomma, il libro di Fabio Mini è la dimostrazione che la categoria dei militari è in grado di esprimere pensiero autentico e originale, e se è discutibile è meglio. L'auspicio di chi veramente crede nelle istituzioni e nelle forze armate è che sia concesso il dovuto spazio a chi ha qualcosa da dire di originale, anche se disturba. Non c'è niente di peggio che fermare il pensiero delle istituzioni e di congelarlo nell'ambito di dottrine immutabili. I fatti recenti, gli attentati, il terrorismo, le nuove contrapposizioni mondiali dimostrano che occorre rendere dinamico sia il pensiero politico sia quello militare. E chi meglio dei militari può generare pensiero militare.

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Venerdì 8 ottobre a Napoli presso il Joint Force Command, l'ammiraglio Usa Gregory G. Johnson, prima di cedere il comando all'ammiraglio Michael G.Mullen, ha consegnato la decorazione "Legion of Merit" al tenente generale Fabio Mini, Ispettore per il reclutamento e le forze di completamento dell'Esercito e già comandante di Kfor, la forza d'intervento della Nato in Kosovo. La motivazione della onorificenza concessa al generale Mini porta la firma del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e dice:
"Il presidente degli Stati Uniti d'America, autorizzato dalla legge del Congresso 20 Luglio 1942, ha concesso la decorazione della Legion of Merit (grado di Ufficiale) al tenente generale Fabio Mini, Esercito italiano, per il servizio eccezionalmente meritorio svolto in qualità di comandante della Forza per il Kosovo (Kfor) dall'ottobre 2002 all'ottobre 2003. L'approccio lungimirante del generale Mini alle operazioni di sicurezza in Kosovo ha prodotto ampi e duraturi miglioramenti alle operazioni dell'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) nei Balcani. La sua personale conoscenza di informazioni dettagliate su una moltitudine di complesse problematiche ha continuamente guidato Kfor verso operazioni più efficaci ed efficienti. Mentre garantiva l'integrità territoriale del Kosovo, il generale Mini ha reindirizzato la priorità di Kfor, concentrando gli sforzi sulla crescente minaccia alla sicurezza posta dalla criminalità, dal terrorismo e dall'estremismo. Così facendo egli ha reso Kfor pronta ad assumere l'iniziativa nella prevenzione della destabilizzazione del Kosovo e della regione balcanica. Lavorando a stretto contatto con la Missione delle Nazioni Unite in Kosovo, con il Governo locale e con le Agenzie Internazionali, il generale Mini ha immensamente contribuito agli sforzi kosovari di ricostruire e normalizzare la vita della Provincia. La sua preoccupazione per i singoli cittadini Kosovari e per il patrimonio culturale del Kosovo ha influito direttamente sulla vita della popolazione e ha dimostrato i precetti della missione Nato in Kosovo. La dinamica azione di comando, la visione e l'ispirante devozione al servizio del generale Mini riflettono grande merito su se stesso, sull'Esercito italiano e sulla Nato".

La Legion of Merit è stata istituita per riconoscere il servizio eccezionale svolto in tempo di guerra e di pace sia da personale statunitense sia da autorità civili e militari stranieri. E' l'unica decorazione americana che preveda gradi. Il grado di Comandante-in-capo è riservato ai capi di Stato; il grado di Comandante ai generali di livello capi di stato maggiore e ai civili con funzioni equivalenti, il grado di Ufficiale ai generali non capi di stato maggiore e il grado di Legionario a tutti i rimanenti.



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