Impressioni al volo su libri letti, spettacoli visti, dischi ascoltati...
Finito in Cina per lavoro, Lucio resta affascinato dalle millenarie tradizioni orientali, dalla filosofia cinese del tao e del buddismo. Ma scopre anche che il nuovo progresso industriale si scontra con le condizioni di vita marginali dell'immensa provincia settentrionale che lo ospita.Un romanzo che è anche reportage, su un paese in bilico tra arretratezza e modernità, e sulle scelte - esistenziali - di un viaggiatore solitario.
LA TERRA SOSPESA - Storia di un viaggio in Cina
Marco Palladino è nato e vive a Roma. E' laureato in Lettere classiche. "La terra sospesa" è il suo primo libro.
Il vuoto. Non vogliamo essere melodrammatici, né assolutisti se diciamo a proposito della morte di Carmelo Bene, il vuoto. Il mondo dell'arte ha perso il suo contrappeso, una figura ingombrante che faceva da testimone e da controllore insieme.
Non si poteva menarla su tanto, non era conveniente sbugiardarsi chiamandosi attori del teatro d'avanguardia, bollare certi registi come geniali fautori del tearo moderno, gonfiare, applaudire faziosamente quelle messe in scena corpose e sforzate che poi dimostravano la consistenza di uno stecchino.
Su tutto e tutti c'era il suo atto, dimostrativo senza voler esserlo, puramente fenomenologico, talmente grande che anche chi lo disprezzava non poteva non prenderlo in considerazione.
Dove sarà ora l'irrappresentabilità, ricercata come categoria teatrale, dove troveremo l'oscenità (l'esser fuori scena anziché sempre e continuamente dentro), il dis-volere dell'accadere teatrale, il perdersi della voce nella phonè, lo sgambettarsi in scena, l'attorialità che si ostacola lottando con i propri limiti anche fisici, l'ironia come arma usata contro la volontà del 'saper fare' sciocca e trombona (questa sì), l'apparire del Sé nelle pieghe della voce in discredito dell'Io che vuole essere e non esplora le altezze del non-essere.
Tutto diventerà soltanto parola, senza l'atto di Bene, dissoluto, depennato, messo in minoranza, e proprio per questo più forte e vivo di tanti altri; la ricerca teatrale si perderà nel fiume delle correnti ideologiche, nel soddisfacimento morboso delle élites di sinistra, degli spettacoli intellettuali e dei pseudo-professori che ci scriveranno sopra. Non ci sarà più lui, l'incarnazione del teatro che fa lo sberleffo ai tirapiedi attoriali, che coglie in fallo i critici supponenti, ma soprattutto non ci sarà quella pratica che faceva da modello anche quando si era di una diversa parrocchia, la pratica che molti hanno verbalizzato come 'virtuosismo della voce', senza interrogarsi minimamente sul mondo che era dietro la voce e che le permetteva di manifestarsi.
Un mondo fatto di opinioni estreme, letture filosofiche abissali, amore all'eccesso per la poesia, assorbimento e rigetto dei vecchi codici teatrali, studio critico approfondito dell'opera di Shakespeare, frequentazioni con i migliori filosofi estetici del periodo (Gilles Deleuze), una certa pendenza francese, libri e teorizzazioni nati dalla voglia di articolare l'impossibile della rappresentazione teatrale. Il genio morto diventerà un mito, portandosi con sé tutti i suoi segreti sull'agire teatrale, quei segreti che si potevano intravedere in una rivelazione a tratti, a lampi, solo durante il Macbeth, il Pinocchio, l'Adelchi, l'Amleto.
Non credete a chi vi dirà che è morto un grande attore, o un sommo regista, o un fine dicitore: è morto un sommo teatrante.
Oggi le mezze calzette (non solo del teatro) tirano un sospiro di sollievo.
Danila Bellino (1 novembre 2001)
Les parents terribles è una delle pièces più rappresentate di Jean Cocteau, quella in cui il suo estro poetico a volte bizzarro ed esoterico diventa più quotidiano e borghese, ma dove c'è pur sempre presente il suo tema preferito: quello dell'amore assoluto, l'amour-fou come lo chiamavano i surrealisti, quasi sempre tragicamente impossibile, che stavolta si trova piegato alla forma e alle modalità borghesi.
La cosa straordinaria e tenera insieme, molto francese, è la coscienza, o meglio auto-coscienza che hanno i personaggi della loro inadeguatezza al mondo, degli errori commessi, della fragilità: Yvonne è una donna malata che sfrutta la situazione per mostrarsi vittima, non a caso gran parte della pièce si svolge nella camera da letto che è il suo regno; George, suo marito, è un uomo incupito dall'età, sempre ossequiente ai capricci della moglie, un inventore che dice di non aver più idee, di aver fatto il suo tempo; Leò, sorella di Yvonne, vive con loro e ha preso in mano le redini della famiglia, se non ci fosse lei a tenere ordine tutto andrebbe a scatafascio, salvo ammettere poi che lo fa solo per amore di George con cui era fidanzata prima che glielo soffiasse via la sorella.
In questo triangolo familiare già un po' anomalo si inserisce Michel, figlio viziato, dipendente affettivamente dalla madre che lo tratta da innamorata, lo coccola e lo bacia in un rapporto alla pari tra uomo e donna. Quando Michel rivelerà di aver trovato la compagna ideale, Madeleine, la madre sarà pazza di gelosia e cercherà in tutti i modi di rompere la loro relazione.
La storia prende poi i toni della commedia degli equivoci perché la fidanzata del figlio si rivela essere l'ex-amante del padre che, geloso anche lui, fa di tutto per infangarla fino a farle rompere il fidanzamento. Sarà proprio Leò a mettere ordine in questa vicenda, a riconciliare tutti e a far trionfare l'amore dei due giovani, sentendo così di riscattare il suo amore perduto, morto sotto l'indifferenza di Gorge e l'insensibilità della sorella.
La pièce è ricchissima di sfumature nelle grandezze e miserie dei suoi personaggi, ma al di là di queste è profondamente eversiva ancora oggi, denuncia la presunzione dei genitori verso i figli, la gelosia e l'egoismo dei primi, l'ingenuità dei secondi, la forza che i genitori hanno nell'ostacolare i più giovani affinché tutto vada secondo i loro piani, le bassezze di cui sono capaci per non morire, per non essere superati dai propri figli, per poterli schiavizzare ancora (affettivamente almeno).
E' vero che la commedia fece scandalo nel 1938 perché vi si nasconde una relazione incestuosa tra madre e figlio, ma i termini del problema sono molto più vasti: il tema edipico è a due sensi, l'uccisione è doppia, del padre e della madre, fondamentale per acquisire la propria identità di uomini.
Il regista Krzystof Zanussi, esponente autorevole del nuovo cinema polacco iniziato negli anni '60, regista di cinema e televisione il cui nome appare accanto a quello di un Roman Polanski, mette da parte questo conflitto generazionale così stridente, e abbandona la commedia alla sua trama di equivoci (anche abbastanza divertenti) e ai bei monologhi dei personaggi; gli attori si trovano così a camminare sul nulla o meglio sulla loro bravura di attori, ma ovviamente il senso di ciò che interpretano si perde.
Diventa imbarazzante alla fine anche il moralismo del cattolicissimo Zanussi nel nascondere l'incesto tra madre e figlio, qui e là appena accennato; questa omissione toglie forza all'atto supremo del suicidio di Yvonne, un capolavoro di paura e ripicca, di inutile coraggio e debolezza: l'agonia del personaggio nella morte è grandissima e universale perché come tutti i suicidi Yvonne si pente di essersi uccisa e negli ultimi minuti si attacca con forza animale alla vita, con slancio vorrebbe tornare indietro e risalire, ma non ha abbastanza forze per questa lotta. L'unico delitto reale lo compie lei eliminandosi da sola, una divina stupidità.
Danila Bellino (1 novembre 2001)
Andando a vedere 'Don Giovanni' messo in scena da M. Scaparro al Teatro Argentina di Roma non capiamo in che cosa questo tanto decantato mito si differenzi da un semplice libertino, perché abbia resistito una tale figura nei secoli moderni passando dalle 'moralità' post-medievali del teatro alla letteratura contemporanea, alla poesia romantica, per non parlare di tutte le arti visive dalla pittura al cinema.
Che mistero ci può essere infatti in un uomo se la sua vita è riducibile a un catalogo di conquiste? Perché non dovremmo alzarci in piedi e battere le mani quando il Cielo gli infligge la giusta punizione, contenti peraltro di aver messo fine a una tale noia catalogatrice?
Perché artisti grandi come Baudelaire, Molière, Mozart, (per tacere dei piccoli) si sono occupati di una vita così ripetitiva? L'attrazione del seduttore forse, con l'invida che suscita ? Allora prendere Casanova sarebbe stato meglio visto che ha il non piccolo merito di essere esistito veramente.
Per chi assiste allo spettacolo di Scaparro senza aver conosciuto nient'altro dell'universo culturale che ruota attorno al Mito di Don Giovanni Tenorio, queste sono domande di difficile soluzione.
Si dirà che il regista italiano si trova a confrontarsi con un testo difficile e 'datato' come quello di Tirso da Molina intitolato 'El Burlador de Sevilla', che segna peraltro il passaggio dalle comuni moralità sul Don Giovanni (i cui autori sono anche gesuiti) al più moderno impianto teatrale e filosofico che sarà nel personaggio molièriano.
Qualcuno penserà che è un testo impossibile da portare in scena a scanso di gravi sonni e quindi ben vengano gli inserimenti di musiche e canzoni (peraltro alcune già presenti nell'originale), lo spostamento verso il dialetto dei personaggi comici, il sapore partenopeo per dare più gusto alla vicenda.
A mio avviso sarebbe bastato dare una dignità critica al personaggio, una scrittura scenica che tenesse conto almeno di una linea d'interpretazione per sollevare il tutto dal continuo pericolo di ovvietà (basta vedere una seduzione che abbiamo capito anche le altre tre); eppure il dramma da solo resiste ribellandosi al regista (come potrebbe fare un attore in carne e ossa!) e costringe nel finale Don Giovanni a diventare umano.
A tal proposito aggiungo un'altra domanda, mettetela nella lista di prima: non si capisce come mai Don Giovanni che per tutto il tempo ha fatto il gaudente leggero e senza cervello, buono solo a prendersi gioco di tutti, alla fine abbia tanto coraggio da affrontare lo spettro del Commendatore, sarebbe più legittimo infatti che scappasse a gambe levate a meno che dignità e coraggio non si siano sviluppate tutt'a un tratto in lui grazie a subitanea maturazione. Ah, delizie dei buoni commediografi che tengono in scacco le leggerezze dei registi!
In tutto questo è indimenticabile la presenza di Peppe Barra (in questo caso dire interpretazione è riduttivo), Leporello miracoloso ( o Pulcinella come lo ha chiamato Scaparro) che passa dalla magia di un silenzio comico a mirabili controscena, un incanto attoriale che il pubblico giovane può vedere molto raramente; momenti da urlo quando duetta con la Statua che lo costringe a sedersi al tavolo per mangiare una cena infernale a base di serpenti e scorpioni.
Danila Bellino (1 novembre 2001)
Appena entrata a teatro per assistere a "As long as the world needs a warrior's soul" di Jan Fabre vedo il palco dell'Argentina di Roma pieno zeppo di bambole formato Barbie e ai lati, schiacciati da tanta plastica gli attori in attesa di iniziare, ognuno dietro a un suo panchetto come a scuola; mi chiedo se è un'installazione d'arte più che uno spettacolo, visto che la scenografia di bambole non lascia molto spazio e si sviluppa anche in verticale su alcune mensole a parete, intanto gli attori annoiati ci guardano prender posto, chiedere alla maschera, salutare gli amici. Tutto è sospeso in una calma piatta dove le Barbie totemiche sono le vere protagoniste.
Di lì a poco si scatena l'inferno o meglio l'esplosione, che agisce come una reazione a catena: ogni attore (sono circa una decina) con foga, afferra tre, quattro bambole e le scaglia fuori scena o sotto il palco, ognuno portando un personaggio, una casalinga isterica, un cocker indiavolato, un nero urlante, una ragazza piangente, il caos ormai ha spazzato via tutto dal palco con grande strepito, nel silenzio che segue ci sono solo i singhiozzi di una bambina che pian piano diventano pianto disperato perché non trova più la sua bambola.
E' in fondo questo lo spettacolo di Fabre: una sinfonia di pieni e vuoti, di urla e silenzio, di scoppi e silenzi sospesi , di tempesta e 'calma dopo la tempesta', i passaggi non sono graduali ma sempre bruschi e veloci da uno stato fisico all'altro, caos-disperazione/calma-riflessione, senza sfumature come in un dialogo schizofrenico che riesce a passare dall'urlo al sussurro senza toni intermedi.
Il corpo, certo, è al centro di tutto, non sono le parole degli attori ad affascinarci ( alcuni brani sono tratti da 'Io,Ulrike,grido' di Dario Fo), ma le loro straordinarie performances corporali che sembrano accadere come improvvisazioni nate sul momento talmente sono sincere e forti: si gioca su tutto, sugli animali, sull' atto sessuale, sulla defecazione, sul pianto, sulla rabbia, in un rincorrersi di situazioni estremamente precise anche se non hanno dialogo.
In un intreccio di corpi di attori, danzatori, musicisti (perché c'è anche una band rock che suona dal vivo e prende parte all'azione), il momento più celebrato è la nascita, che può essere il parto fatto di urla e dolore, oppure la fuoriuscita del nascituro animale che non riesce a reggersi sulle zampe, o ancora solo il tremore continuo che hanno per esempio i vitellini appena nati, o il grido della partoriente basso e acuto, oppure l'ironia di un parto maschile che fa il verso a quello femminile.
Pian piano il corpo diventa un'ossessione e la nascita la sua tragedia, la sua macchia originaria, subito dopo vengono gli altri aspetti del corpo: il mangiare per esempio, un'ossessione da celebrare tutti i giorni ma gli attori la capovolgono: si spalmano di ketchup, cioccolata, burro, farina, senape e si mangiano a vicenda, si leccano soprattutto, non potendo divorarsi veramente.
L'atto del mangiare che giornalmente tende verso l'interno del nostro stomaco, qui è come portato fuori, estroiettato completamente. Però questi elementi mangerecci si possono utilizzare all'infinito e per gli attori diventano costumi, scenografia, nel senso che li aiutano a realizzare ogni altra improvvisazione, per esempio basta spalmarsi di ketchup per cominciare a simulare un dissanguamento e urlare come una bestia sgozzata al macello, cospargersi di farina per presentare un newyorkese tremante e scioccato subito dopo il crollo delle Torri.
Dal rosso del ketchup, dal bianco della farina, dal nero dello cioccolato escono fuori dei personaggi, tipi di tutti i giorni, il negro arrabbiato, la casalinga maniaca, il bullo indiavolato, la bambina capricciosa, guerrieri di strada o meglio di vita quotidiana che non sanno bene come fare ma si ribellano, si lamentano, anche se "non mi sento tanto bene", perché sono stati estromessi dal loro corpo.
Al giorno d'oggi non si è un corpo, si ha un corpo e come tutti gli oggetti che sono in nostro possesso anche questo si deve oliare, tenere bene, lucidare, mostrare agli amici, mettere continuamente a punto come la macchina sotto casa, per sentirlo invece beh no, quello è un altro conto!
E' già questa una lotta quotidiana contro la pubblicità, la società dei consumi, i mass-media, le copertine dei giornali, i programmi televisivi, i consigli degli amici: non è facile difendere se stessi perché in fin dei conti si è un corpo e non altro.
Danila Bellino (1 novembre 2001)
C'è un ricordo che condividiamo tutti, pieno di tenerezza e stupore, di calda sicurezza e brividi di paura, elementi difficili da individuare perché… avete mai visto il viso di un bambino mentre guarda il Circo? Teso davanti ai trapezisti e agli acrobati, allarmato e affascinato con gli animali feroci, sorridente e divertito durante le gag dei clown. Un bambino, beh, è senza filtro, osservarlo è come vedere uno spettacolo nello spettacolo.
Adesso è molto di moda il 'nouveau cirque' come lo chiamano in Europa, senza animali (sarebbe auspicabile che tutti i circhi del mondo smettessero di essere degli zoo ambulanti) e che nasce da una commistione di teatro e arte circense, attori di strada, acrobati e giocolieri insieme.
Il Circo Lattuada è proprio uno di questi 'nuovi', un tendone come tanti altri tirato su all'interno di Villa Medici a Roma, ma pieno di sorprese: come si fa a fare il circo senza belve feroci? Sono gli artisti che diventano animali, grazie a dei costumi geniali e stravaganti, fatti di verosimiglianza e una gran dose di ironia (come per dire lo sappiamo che non possiamo sostituire del tutto gli animali però giochiamo a farvelo credere), costumi talmente belli che ognuno del pubblico avrebbe dato chissà cosa per usarli a Carnevale!
Per rendere un effetto animalesco però gli artisti hanno anche studiato l'andatura, i movimenti, la postura con tale precisione che si possono permettere anche numeri di grande recitazione, fare i cavalli che reggono una cavallerizza vestiti normalmente, la loro bravura ha un effetto comico travolgente.
Il concetto di gag, di clownerie, qui è esteso a tutto, come nel teatro di strada dove ogni esibizione è contestualizzata a una situazione e in questo senso è recitata (con il corpo non con la parola), così la trapezista è una foglia spazzata dal vento, con i porteur che soffiando la agitano di qua e di là fino a farla arrivare al trapezio dove farà i regolari volteggi.
La musica orchestrata da Jean-Marc Zelwer è in primo piano e fa da leit-motiv dell'intero spettacolo, accompagna gli artisti dai momenti di pericolo fino a quelli giocosi con la stessa forza, sicuramente mai come 'commento musicale', è il liquido dentro cui tutto si muove, anche da sola questa musica riesce ad ipnotizzare lo spettatore.
I momenti più belli sono quelli corali, in cui tutti gli artisti insieme creano una situazione, una strada affollata per es., hanno un personaggio, la trapezista è una prostituta e mentre interagiscono fra loro pian piano esce un salto, una presa da due che litigano, un altro raccatta qualcosa distratto e si mette a lanciarla in aria, un terzo sposta un materasso, tutta la situazione monta, monta finché scoppia e allora vedrete incrociarsi capriole, salti sulla corda, equilibri di uno sull'altro, oggetti gettati in aria e ripresi, qualcuno che canta, uno che sale su un asse e lancia in aria quello che stava sull'altra estremità: uno spettacolo variopinto e imprevisto, pieno di movimenti e colori, una visione in continua trasformazione come i quadri di Bosch.
Infine possiamo dire che in questo tipo di circo c'è proprio di tutto: acrobazie, danza, musica, canto, recitazione e questo ci ricorda un po' il cosiddetto 'spettacolo totale' teorizzato da grandi artisti (Wagner per es.) che cercavano di metterlo in pratica nei teatri istituzionali con gran dispendio di denaro, mentre contemporaneamente questo nasceva in certi localini e prendeva varie forme, quelle del varietà, del cabaret, del café-chantant.
Danila Bellino (9 ottobre 2001)
Soprattutto ai nostri giorni, gli studiosi e amanti di teatro si chiedono spesso quale sia la priorità scenica, alcuni difendendo appassionatamente la parola, altri la visione ( gesto, corpo dell'attore, scenografia,ecc.).
Da qui la famosa questione della 'vera' nascita del teatro, l'origine D.O.C., che per i primi è la tragedia greca, per gli altri sono le danze religiose e festività popolari affini; è da questi antichi tempi che, in modo più o meno velato, c'è stata una bipartizione sulla scena teatrale di stili e modi (ne uscirebbe fuori una Storia del Teatro in parallelo), fino ad arrivare ai tempi nostri con le ricerche teatrali sulla phonè e il teatro-danza, performance del corpo, gli atti senza parole.
Alla seconda cerchia appartiene sicuramente la messinscena del Faust goethiano - "Faust 1" - operata dalla compagnia Lenz Rifrazioni di Parma per la regia di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, interpreti A. Engelbrecht, M. Giacopinelli, S. Monferdini, E. Orlandini, A. Sciarroni, S. Soncini, B. Voghera, nella restaurata Sede della compagnia a Parma.
Nel suo cammino fino alla Notte di Valpurga, Faust è coinvolto e stravolto dalla carnalità, la dimensione fisica tanto invadente quanto onnivora e, alla fine, mortifera; quando il corpo gode spesso lo fa senza piacere, come fosse un serpente che si morde la coda nel momento di massima tensione verso l'orgasmo.
L'atmosfera è allucinata tra vino, diversi e bizzarri costumi di plastica, protesi che ostacolano i movimenti o li agevolano, musiche invasive, tanti tipi di oggetti, sembra sempre che i personaggi stiano in un territorio-limite a due passi dalla fine; i corpi sono pungolati, svestiti, maltrattati, usati e abusati, ostacolati, manipolati.
In una taverna si dipana il viaggio mentale di Faust, un non-luogo ideale del piacere carnale e della sofferenza, dove con l'irruenza di un cielo sereno dopo la pioggia arriva la strega che per ringiovanire Faust gli impasta sul corpo acqua, uova e farina come fa la brava mamma nella mattinata domenicale; a chiudere il quadretto italiano (di genere) arriva Margrete, di fette di prosciutto vestita, sale su un carrello insieme a Faust e il pranzo è pronto, oppure si tratta di uno strano connubio nel segno dello stomaco? E in questo caso chi li divorerà?
La palma d'oro è sicuramente un premio importante, un "feticcio" da conservare gelosamente per tramandarlo ai nipotini.
La notorietà, il successo sono sicuramente meritati, specialmente quando a raggiungerli è uno di sinistra perché la qualità e lo spessore delle sue opere vanno aldilà del risultato meramente tecnico che diventa invece un veicolo potente di comunicazione.
Rossellini, Pasolini, Fellini, Salvadores, Amelio, solo per citare alcuni
esempi di registi noti che hanno usato la macchina da presa per raccontarci la nostra società, per affrontare tematiche universali.
Il percorso che Nanni Moretti fa come regista però è alquanto singolare, inizia quasi per gioco e con il piacere del gioco, impressiona sulla pellicola pezzi di vita quotidiana. Chi di noi non riconosce in "Ecce Bombo" momenti della propria giovinezza?
Passa poi a film che in qualche modo rappresentano il cambiamento di una certa sinistra che gradualmente spostava il suo asse politico in vista delle alleanze con il centro cattolico e democristiano.In "Palombella rossa" è descritto tutto il travaglio della caduta dei comportamenti e delle certezze di appartenenza politica.
Che dire poi di "Aprile", un film descrittivo della propria vita privata, una critica severa della propria appartenenza, e insieme la voglia di riprendersi il proprio tempo dando sfogo al disimpegno e concludendo con l'opera veramente desiderata, "un musical".
Caro Nanni, la tua inquietudine ti ha portato ad essere individualista, e visto come vanno le cose non hai tutti i torti, però quello che mi dispiace nel costatare questo è che si stacca un altro pezzo di questo mosaico dove erano rappresentate la pace, la libertà, la giustizia: tutto diventa sempre più scolorito; un artista della tua capacità avrebbe potuto invece dargli più colore.
I temi più difficili arrivano ora. La guerra nel Mediterraneo, il genocidio dei palestinesi, l'attacco delle forze di destra alla democrazia del nostro paese, la concentrazione dell'economia nelle mani delle multinazionali, la distruzione dell'ecosistema attraverso l'uso sconsiderato delle risorse in nome del profitto, ci renderanno partecipi di un dolore che va molto al di là della "Stanza del figlio".
Che rumore fa un silenzio? E uno sguardo? E un addio?
Due venticinquenni (!) norvegesi (!!) lo hanno spiegato in un album.
Due voci, due chitarre, un po' di pianoforte qui, un po' di batteria lì, qualche timido loop elettronico là.
Piccolissimi pezzi di un discorso musicale maturo e bellissimo.
Testi sorprendenti. Su tutti, quello di “I don't know what I can save you from”: la canzone di addio definitivo a un vecchio amore.
Musica semplice, le armonizzazioni vocali che avrebbero realizzato Simon&Garfunkel se fossero nati nel '75, arrangiamenti puliti e puntuali (la tromba con sordina su “Singing softly to me” è p-e-r-f-e-t-t-a!).
Uno di quei dischi che ti accompagnano -con discrezione- per molto, molto tempo.
(voto: 9)
il sito: www.kingsofconvenience.com
Ci sono momenti in cui e' bello poter credere che tutto finira' bene. Momenti in cui e' bello pensare che basti un po' di dolcezza per cambiare il mondo. Insomma, ammettiamolo, a volte e' bello credere alle favole.
E' quel che accade andando a vedere l'ultimo film del regista svedese Lasse Hallström. Se, quando le luci si abbasseranno, sarete capaci di mettere da parte tutte le vostre preoccupazioni di ogni giorno, probabilmente vivrete due ore di felicita' e di commozione. Altrimenti, e' probabile che tutto cio' che questo film vi comunichera' sara' fastidio per la facilita' con cui determinati problemi vengono trattati e magari nausea per il mare di cioccolato che si riversa sugli spettatori.
E' un film intelligente Chocolat, un film che non tenta di proporsi per niente di diverso da quel che e', ovvero una bella, classica fiaba. Come tutte le fiabe anche questa ha una morale, semplice come le morali di tutte le favole...ma chi ha detto che le cose belle e reali devono essere per forza complicate? Nella sua allegria Chocolat non pretende di insegnare nulla. Ognuno di noi potra' poi decidere se relegarlo nel cassetto dei ricordi o se trarne una qualche ispirazione.
A rendere ancora piu' piacevole il film c'e' poi naturalmente il cioccolato. Il cioccolato che, re dei dolci, porta dolcezza nel cuore della gente, il cioccolato che, strumento di seduzione, viene usato per un singolare e sensualissimo corteggiamento. E di cioccolata sembra fatta la stessa Juliette Binoche che, resasi piu' morbida nelle forme per questo film, travolge gli spettatori con una recitazione piena di grinta e di passione.
Resta comunque un film questo Chocolat, bello, commovente, ma sempre un film e in quanto tale finzione. Sta a noi, dopo, cercare di adattare il suo messaggio alla nostra vita "reale". Perche' la tolleranza, il sapere accettare la differenza, il riuscire a godere della nostra vita, il non chiudersi all'interno del proprio piccolo mondo (in questo caso un tipico e delizioso paesino francese) sono valori che non devono appartenere solo al mondo delle favole.
E' un film fatto per chi ha ancora voglia di sognare e di pensare, un favola che per una volta e' scritta per gli adulti perche' non scordino di essere stati bambini golosi di vita e di sogni.
Sul film Chocolat:
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Curiosita'
Se siete interessati alla cucina qui potrete trovare una serie di interessantissime ricette tutte al cioccolato: Chocolub
Dentro uno spazio scenico bianco, assoluto, si muove l'Uomo-Attore, ci racconta l'Universo dal suo punto di vista e passo passo mostra il percorso, viaggiando dalla poesia alla prosa e ancora alla poesia.
E' un patchwork di brani, una tessitura fatta da parole immortali, i canti della Divina Commedia incontrano Le Ceneri di Gramsci, l'Odissea omerica può essere accostata al Cantico dei Cantici, Edipo succede a Macbeth e Amleto.
Le parole volano in un luogo scenico da fine del mondo, dove su teli bianchi sono proiettati segni, lune, colori elementari: è il paesaggio neutro su cui si racconta la Storia Universale.
Il tentativo di De Berardinis è traghettarci come Caronte attraverso l'Universalità, ma è lui che la organizza e la disciplina, è lui il Creatore e Autore la cui struttura sembra pericolante, a tratti debolissima a tratti affascinante: è il pericolo di costruire degli ipertesti sul filo della propria ragione, del gusto, chi può essere sicuro che questo filo verrà seguito?
Infatti nonostante dei tempi lunghi, improbabili cuciture, voli pindarici un po' troppo arditi, sotto a tutto c'è un sentimento forte, di profonda amarezza e scontento, quasi che il Cantore del mondo fosse già disilluso sulla storia che sta raccontando (il riferimento a Pasolini è in questo senso azzeccatissimo), al di là del testo è quest'atmosfera generale che si comunica contagiosamente e rivitalizza lo spettacolo.
La sperimentazione musicale e acustica è più interessante che coinvolgente, risente molto di un gusto raffinato della ricerca ed ha un effetto talvolta distanziante; c'è un senso critico e una buona conoscenza musicale che non sembra riesca a passare attraverso i toni dell'emozione.
La vera grande magia de Berardinis la crea quando si fa burattinaio di se stesso, quando indossa la maschera e i vestiti classici di bambole teatrali senza tempo, che hanno gesti aerei, seducenti, disegnano nello spazio una sospensione fragile e folle: una è Ofelia, l'altra è Lady Macbeth, un'altra è l'ancella di Giocasta, la loro è una dimensione di orrore naturale di cui sono portatrici viventi, destano sincera pietà in virtù di immense débacles che fanno intravedere; i loro corrispettivi maschi risultano perciò meno affascinanti, perché non smettono di essere razionali, di ragionare sui torti subiti invece che abbandonarsi e patirli.
Anno 1975. Svezia. Il film inizia con una scena che, con tutta probabilità, si è verificata realmente in molti luoghi d'Europa. "E' morto Franco" esclama uno dei protagonisti: giovani in jeans e camicie a quadrettoni e ragazze in minigonna si abbracciano, saltano di gioia, si stringono commossi. L'ultimo dittatore è morto. Era la generazione degli anni 70'.
Il film è buono, soprattutto nel primo tempo, in cui descrive con dosata ironia l'atmosfera che respiravano i giovani di allora: le mode, i crucci, i drammi, le illusioni e le delusioni.
Si svolge in Svezia, ma poteva essere ambientato in una qualsiasi città europea, si svolge quasi interamente all'interno di un appartamento e racconta la storia di una "comune" di giovani, decisi a vivere in maniera alternativa ai valori borghesi della famiglia tradizionale.
Nel secondo tempo scivola un po' troppo semplicisticamente in un ritrovato, ma poco probabile, spirito di comprensione umana, che dovrebbe superare il settarismo rivoluzionario di quei tempi, salvandone i valori: i personaggi si ritrovano togheter, dopo avere affrontato scontri molto duri al loro interno e profonde incomprensioni.
Bella la descrizione del sentimento di isolamento dei bambini della comune, costretti a vivere in un mondo "tutto al contrario": abiti brutti, cibi rigorosamente vegetariani, niente televisione, niente giocattoli: il mondo degli ideali contrapposto a quello dei sentimenti da cui i protagonisti scoprono di essere, loro malgrado, travolti.
La Corte d'assise di Roma ha condannato all'ergastolo (6 dicembre 2000) i generali argentini Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros per il rapimento di otto cittadini italiani durante la tremenda dittatura militare della fine degli anni '70 in Argentina.
Il fatto costituisce un segnale positivo dal punto di vista umano, morale e politico ma è di fatto inefficace perchè i generali rampanti degli anni '70 sono ora anziani che vivono serenamente nelle loro belle case argentine e non hanno sicuramente voglia di muoversi troppo per il mondo.
Gli autori delle atrocità commesse dall'ultima dittatura militare argentina sono liberi. Nessuno ha pagato concretamente per i desaparecidos (30.000 tra 1976 e 1982) e questo è un problema non risolto per un intero paese che, peraltro, di problemi ne ha tanti.
Dei desaparecidos si è molto visto, detto e letto ma se qualcuno volesse avere una buona percezione di quei tempi dovrebbe vedere il film GARAGE OLIMPO del regista italo-cileno Mario Bechis.
Nella pellicola, che non è un film-documento, si racconta una storia inserita nelle procedure di sterminio delle carceri clandestine gestite dalla polizia e l'esercito argentino.
Il film prende nome da uno dei luoghi di detenzione ('l'Olimpo') gestito dal Primer Cuerpo de Ejército e ubicato in una zona centrale di Buenos Aires (via Ramón L. Falcón e Avenida Olivera). Di queste carceri vi erano 13 a Buenos Aires, 19 in Provincia di Buenos Aires e 15 nel resto del paese. Dopo molti anni ho saputo che c'era una vicino al mio ultimo domicilio in Argentina (a Rosario, nel quartiere Fisherton), si chiamava Quinta Operativa de Fisherton.
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, nel film non c'è molta violenza esposta, ma tanta intuibile. Potrebbe comunque essere 'una storia' se non fosse collocata in quel momento della storia argentina.
Magistrale è la descrizione dei personaggi (a volte antitetici, a volte vicini nella loro disperazione) e ben rappresentati sono i meccanismi per i quali un torturatore conduce la sua esistenza con una certa normalità e una sequestrata perde la sua identità.
Osservate un particolare noto a chi il terrore lo ha vissuto di persona: le macchine dei sequestratori non portano targa e perciò non possono essere identificate da eventuali testimoni.
Si desume la complicità tra chiesa ed esercito che, effettivamente, esisteva ad alti livelli della curia ecclesiastica (Monsignori Laghi, Tortolo, Bonamin) anche se c'erano sacerdoti in una posizione completamente opposta. Come il carismatico e popolarissimo padre Mujica, molti di questi religiosi furono eliminati.
Per chi, come me, ha sempre sentito a scuola l'inno 'Aurora', che fa un parallelo tra la bandiera argentina ed un'aquila che si alza maestosamente in volo, il finale è struggente: l'aquila-bandiera è un aereo militare che si alza lento e minaccioso per portare la gioventù a morire nel mare (era questa una forma molto frequente per liberarsi dai prigionieri dapprima narcotizzati).
Il regista è stato sequestrato per un periodo e poi liberato. Succedeva raramente.
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Che dire dell'Argentina a vent'anni dall'ultima dittatura? Dal punto di vista economico sembra di stare su un vulcano pronto ad entrare in attività.
L'attuale governo, al potere da un anno, non ha saputo o potuto risanare i disastri dell'era Menem ma nemmeno ha dato segni di grande moralità: vistosi scandali sono scoppiati recentemente per tangenti destinate ai Senatori che avrebbero dovuto agevolare l'approvazione di alcune leggi (per i medicinali ed altre).
In questi ultimi anni si sono magnificate le differenze tra ricchi e poveri sicché contemporaneamente al fiorire di zone residenziali, crescono i gruppi di poveri, handicappati o disperati che al semaforo offrono (è un eufemismo per dire assalgono) prodotti e/o servizi.
Prima non succedeva dalle mie parti (non certo un quartiere ricco di Rosario) che la gente suonassi nelle case per vendere pane o chiedere lavoro, prima non c'erano guardie giurate dappertutto.
Il governo ha recentemente ottenuto un grosso credito (detto blindaje) e con questo spera di aprire un periodo positivo per l'Argentina, lo speriamo fortemente tutti gli argentini.
Credo di interpretare correttamente il titolo di questa rubrica se gli attribuisco il senso di "dire la propria a proposito di…", e non di scrivere più o meno dotte recensioni su film o libri da poco presentati al pubblico.
Perciò voglio esprimere il mio pensiero su un libro edito più di cento anni fa, un libro che con noia e dispetto ho dovuto leggere almeno tre volte, se non quattro, nell'arco del mio percorso scolastico, Università inclusa, e che, come spesso capita per le cose non scelte autonomamente, una volta assolti i miei obblighi, mi sono affrettata a porre via per sempre (così credevo).
Sto parlando, credo sia chiaro, di quel romanzo che inizia (chi di noi non ha imparato a memoria la famosa descrizione?): "Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…". I Promessi Sposi, appunto.
Trascorsi circa trenta anni da quando l'ho studiato per l'ultima volta, m'è venuta curiosità di riprovare a prenderlo in mano cancellando quel po' di nozioni che mi erano rimaste nel cervello a proposito della teoria della Provvidenza o di Lucia uguale alla Madonna eccetera eccetera, e l'ho affrontato per quello che è: un romanzo, anche bello grosso (io amo i romanzi, soprattutto se belli grossi).
E' stata una rivelazione, un tardivo amore (non posso dire "a prima vista" dato che era perlomeno la quarta volta che lo guardavo) una lettura affascinante e avvincente fino all'ultima pagina.
La fine era scontata, naturalmente, dato che la trama la ricordavo bene, eppure la partecipazione allo sviluppo degli avvenimenti è stata viva e palpitante come se non avessi conosciuto affatto la storia di Renzo e Lucia.
E che piacere immergermi nelle lunghe descrizioni (compresa quella iniziale, nel frattempo dimenticata per mia fortuna) gustando la costruzione della frase, la scelta della parola, il fluire delle similitudini.
Ma perché trenta anni fa queste descrizioni le scorrevo a salti e bocconi? perché la noia e il dispetto di cui ho parlato all'inizio? Solo perché la lettura dei Promessi Sposi era un obbligo scolastico? Ma anche Leopardi, Foscolo, Boccaccio e Machiavelli erano in programma, eppure….
Forse era la solennità, la gravità sussiegosa con cui i professori ci presentavano Manzoni e il suo romanzo a farci sospettare una qualche fregatura, rendendocelo subito ostico. Oppure c'è il fatto che i gusti cambiano. O è la cultura che, comunque assorbita, ti si sparge dentro e germoglia inavvertitamente e fermenta sotterranea trasformandosi con gli anni da torbido mosto in vino dal nobile gusto. Non lo so, non mi interessa, non me ne frega niente. Quello che so è che mi sono divertita, e tanto.
Divertita, sì, perché voglio sottolineare non soltanto la sorpresa di aver scoperto che il linguaggio usato dal Manzoni è di una attualità sconcertante (il libro è stato scritto, non dimentichiamolo, negli anni '20-'40 del 1800!), ma, e soprattutto, la meraviglia e il piacere per il finissimo senso dell'ironia che non avrei mai immaginato in un autore di cui -in un dotto articolo apparso anni fa su una rivista, e che fino a ieri condividevo in pieno- è stato detto, raccontando della genialità artistica di cui Manzoni dava prova nel giardinaggio, più o meno (cito a memoria): "Se Manzoni avesse coltivato questa sua arte l'Italia avrebbe avuto un geniale architetto di giardini in più e un noioso romanziere in meno".
Non intendo riferirmi ai citatissimi, da ogni professore che si rispetti, ritratti di donna Prassede e don Ferrante ma a elementi meno evidenti ma tanto più godibili, per esempio gli "a parte" in lingua spagnola che Ferrer dice al vicario mentre in carrozza lo porta via dalla folla inferocita, oppure tutti i pensieri inespressi di don Abbondio mentre ascolta i rimproveri accorati e paterni del cardinale Borromeo, di cui voglio ricordare soltanto il: "Oh che sant'uomo! ma che tormento!". Mi è sembrato di cogliervi una inespressa ma sentita partecipazione da parte di Alessandro.
Voglio terminare con una osservazione a proposito di questa rubrica, anzi un augurio. Che possa diventare un incontro di amici alla buona, dove nessuno senta di poter salire in cattedra e "consigliare" in merito a letture o visioni, ma in cui tutti sappiano di potersi abbandonare a un chiacchiericcio piacevole per dire, magari senza motivazioni togate, perché un libro o un film, appena letto o visto e rivisto, susciti in loro emozioni tali da volerle condividere.
"Vogliamo il pane e le rose". Il pane è la sussistenza minima, la garanzia di una vita decente, le rose sono quello che rende la vita degna di essere vissuta, quello che segna il confine tra vita e sopravvivenza. Il pane è quello che offre il capitalismo americano ai disperati del terzo mondo, che a casa loro neanche quello hanno: il resto sono solo spine, niente rose.
La storia è ambientata nella patria del capitalismo selvaggio, l'America, il paese dove i diritti dei lavoratori sono carta straccia, ma anche l'America dove sta rinascendo il movimento sindacale dopo le devastazioni del decennio reaganiano.
Lo scenario è la California e i protagonisti sono i lavoratori supersfruttati (meno di 6 dollari l'ora, niente assistenza sanitaria, niente pensione, niente pausa pranzo, licenziamenti immediati, orari massacranti) di un'impresa di pulizie dal nome ironico (Angel).
Sono quasi tutti ispanici, passati per il calvario dell'immigrazione clandestina attraverso uno dei confini più blindati del mondo, e poi costretti ad accettare condizioni lavorative durissime, diffidenti verso i sindacalisti che cercano di convincerli ad organizzarsi per ottenere condizioni migliori: diffidenti perché hanno paura di perdere quel poco che gli consente di tenere la testa fuori dall'acqua e perché gli stessi sindacalisti, per lo più bianchi, gli appaiono estranei e quasi nemici come gli impiegati e i dirigenti degli uffici delle società che risiedono nel grattacielo dove lavorano, che gli passano accanto che sembra neanche li vedano.
Ma a vincere la diffidenza arriva la dimostrazione che sono tutti appesi a un filo e anche se non fai storie puoi essere licenziato da un momento all'altro: il kapò dell'agenzia di pulizie (ispanico anche lui) si accanisce contro una vecchia che arriva in ritardo e non fa più bene il suo lavoro (perché non ci vede più bene, ma deve continuare a lavorare perché ne ha un bisogno disperato) e la licenzia senza pietà.
Da quel momento la repressione non ha più effetto, perché ogni nuova ingiustizia alimenta la solidarietà e il sentimento di classe di chi la subisce e di chi teme di subirla.
Un film didattico, come quasi tutti i film di Ken Loach: un film che mostra dall'interno il funzionamento del liberismo, che vince perché avere uno è sempre meglio di avere zero e se hai zero sei ben disposto ad accettare anche uno; anzi, quell'uno hai una paura matta di perderlo e per mantenerlo, e ottenere magari due o tre, sei disposto a tutto, anche a tradire i compagni. Che vince perché, eliminando le garanzie, mette i lavoratori in competizione, pronti a fare di tutto e a ingoiare qualsiasi cosa pur di mettere la testa fuori dall'acqua e tenercela. Che vince perché prevale lo scoramento e si è persa perfino la memoria dell'importanza di lottare insieme per i diritti.
È un film che mostra come funziona il sistema capitalista, ma è anche, e soprattutto, un film che mostra come funziona la lotta sindacale, mostra che ancora oggi, anzi oggi più che mai, organizzarsi e lottare insieme per i propri diritti è possibile e necessario, che "sí se puede", possiamo farcela.
E' in libreria "ORGOSOLO", l'ultimo libro dato alle stampe dalla fotografa Sebastiana Papa, pubblicato per l'editore Fahrenheit 451.
Già dal titolo, asciutto eppure completo, si intuisce il taglio impegnativo con il quale è affrontato il tema, e infatti Sebastiana, com'è nel suo stile, non si esibisce in facili immagini da depliant o di cronaca, ma si cala nella realtà dei luoghi e del paese con una freschezza e una partecipazione tale da rendere le immagini vive, piene di quella vitalità che soltanto una mente aperta può fissare in istanti che costituiscono, ognuno, racconto, riflessione e stimolo.
Sebastiana è un maestro della fotografia italiana di reportage, raccoglie i suoi lavori in mostre e libri dei quali cura personalmente ogni minimo particolare: impaginazione, inquadratura, taglio, didascalie, illuminazione, sequenza. Il risultato non è mai una semplice raccolta di fotografie, ma un'occasione di racconto e di testimonianza, per lei, e di meditazione, per chi guarda. Ed è anche la testimonianza della forza, della tenacia e dell'orgoglio del proprio lavoro, doti queste che contraddistinguono Sebastiana donna e fotografa: chi ha avuto la fortuna e il privilegio di vedere le bozze dei suoi lavori, che lei prepara personalmente, sa che il prodotto finito, il libro, è sempre specchio fedele di quello che lei ha scelto e deciso.
Le immagini tratte dalle sue opere, realizzate in un bianco e nero rigoroso, sono state esposte in vari Paesi, "ORGOSOLO" è un volume emozionante, aspettiamo con ansia la mostra. Vi terremo informati sulle date.
Non vogliamo aggiungere altre parole a quanto è già contenuto nel libro: un breve scritto con cui Sebastiana presenta il proprio lavoro, una postfazione di Bastiana Madau, e soprattutto immagini da leggere e da portare con sé, immagini che ci propone una persona che "non dimentica il proprio coraggio di essere donna".
In poche parole: amici, comprate questo volume, vale molto più delle trentamila lire che vi chiederà il libraio.