Tra silenzio e profezia
(I cristiani, la guerra e l'occidente)
Strette insieme una accanto all'altra, ognuna con un braccio sulla pancia della sorella, come a rassicurarsi a vicenda, a dire "sono qui con te". Così ho trovato le mie due bambine, addormentate in pace nel mio letto, nel silenzio e nel caldo vicino alla mamma, rientrando in casa ieri notte. A Bologna, 19 marzo del 2003.
Inevitabile pensare a come, sempre in marzo del 2003, in troppi luoghi del pianeta lo stesso abbraccio stringe un altro esito, sigilla altro destino: due bambine abbracciate sotto le macerie, o esposte alla violenza dei soldati, o falciate dal fuoco delle armi.
Non sono un pacifista.
Stesso mese, stesso anno, stesso pianeta. E stesso istinto di paternità, stesso desiderio di dare "cose buone ai nostri figli", stessa tenerezza, stesso bisogno di sperare nel domani. Altro scenario però, diverse prospettive, differenti possibilità di scegliere e di agire, tra me - che sfilo dalle coperte le due cucciole per deporle nei loro lettini - e quell'altro padre, che estrae i corpicini dalla polvere o ne ascolta dai sopravvissuti gli ultimi attimi di vita. Al suo posto, è molto probabile che anch'io sceglierei la vendetta e la violenza.
Al suo posto, anche da vive non potrei offrire alle mie figlie molto più che una vita di stenti in un campo profughi, in compagnia di fame e malattia.
Oppure una fuga in occidente con una prospettiva d'accatto o di prostituzione. Dopo due o tre generazioni di questa vita, forse non c'è bisogno della morte di un figlio per imbracciare un'arma. Quale altro modo avrei di urlare al mondo il dolore e la disperazione della mia gente? In cosa dovrei sperare? Un terremoto mondiale, un meteorite, qualsiasi cosa possa scuotere l'assetto delle cose e aprire una crepa, una breccia, un varco nella cappa di piombo che imprigiona il mio futuro.
No, non sono un pacifista. In certi casi, non me la sentirei di negare sempre e in assoluto il ricorso alla violenza.
Così pensavo l'altra notte, accomodando le coperte sotto il mento delle piccole, quando un'ombra scura è apparsa sul davanzale: la bandiera della pace, che col vento che tira si arrotola e si annoda, ed è ogni giorno da districare e distendere. Già, questa bandiera. Che dibattito ha suscitato, tra la gente e in particolare tra i cristiani. Da un lato i sostenitori del simbolo, dall'altro nessun nemico dichiarato, ma molti glossatori impegnati a spiegarci che il pacifismo è parziale e sospetto, che non è possibile fare contrapposizioni nette tra guerra e pace, che anche nel dirsi per la pace occorre distinguere, non confondere e non confondersi.
Stranamente, inaspettatamente, tra i campioni di questa necessità di distinguere e di non confondersi con i pacifisti abbiamo visto alti uomini di chiesa, che in questo modo sono andati, forse non volontariamente, a collocarsi nel coro di ministri, sottosegretari, sindaci e liberi giornalisti di testate governative, tutti impegnati a tranquillizzarci le coscienze, a dirci che quanto sta accadendo non è particolarmente nuovo e comunque meno orrendo di come i soliti estremisti lo dipingono. Non voglio essere con il mio silenzio complice di un pesante errore di valutazione, e dell'inganno a cui per questa strada viene esposta la mia chiesa.
L'inganno cioè di leggere i fatti contemporanei alla luce dell'ideologia dell'Impero, che ci spiega (dalle colonne di troppi quotidiani, dagli studi di troppe TV) di una guerra già iniziata, precisamente l'11 settembre 2001, con noi occidentali (e cristiani, e ricchi) aggrediti dai terroristi (e islamici, e cattivi) e quindi giustificati ad una legittima difesa.
"Naturalmente la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra, né in Germania. Tutto quello che dovete fare è dir loro che sono attaccati, e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo in quanto espongono il Paese al pericolo". Sono le istruzioni che Hermann Göring impartiva ai gerarchi nazisti negli anni '30, uguali peraltro in tutte i regimi e in tutte le epoche, e splendidamente rese da Orwell quando descrive l'opera di accecamento costante del popolo grazie ad uno stato di guerra permanente.
Dove stiamo andando.
Dunque, quale la chiave di lettura giusta degli eventi? Cosa sta davvero accadendo? Quali sono i fenomeni macroscopici nei quali uno storico tra 200 anni riassumerà questo inizio millennio?
Cresce il divario tra ricchi e poveri, sia a livello planetario, sia all'interno delle nostre società. Si esaspera lo sfruttamento delle risorse della terra, anche non rinnovabili, a vantaggio di una piccola parte di umanità. Le grandi centrali economiche e finanziarie dettano l'agenda alla politica, che spesso risponde più alle multinazionali che ai popoli che dovrebbe rappresentare.
L'occidente nel suo insieme ha aumentato le spese militari e ridotto gli aiuti al terzo mondo (che quando va bene stentano a coprire gli interessi sul debito che i paesi poveri versano ogni anno a quelli ricchi), e negli ultimi anni sta trasformando la propria capacità di ricerca tecnologica in brevetti e ipoteche sul futuro dell'umanità, grazie ad un diritto internazionale prodotto su misura: dalle sementi transgeniche, che danno semi sterili e costringono i contadini a comprare ogni anno il seme dall'industria, ai principi attivi dei farmaci, che costringono interi paesi a lasciar morire di AIDS milioni di malati perché costa troppo non produrre la medicina, ma acquistare il diritto commerciale dalla casa farmaceutica. E così via.
Anche all'interno delle nostre democrazie occidentali (certamente più libere, più aperte, più accoglienti di qualsiasi altro modello di stato oggi presente sulla faccia della terra, quindi da difendere ma anche da migliorare), la crescente concentrazione di industrie, banche e mezzi di comunicazione in gruppi sempre più onnivori e ristretti, ha ridotto e continua a ridurre di fatto gli spazi di libertà di scelta, di democrazia, di pensiero: provate a cercare sul libero mercato una banana africana, o un fondo di investimento pulito, o una informazione estera che non passi attraverso una delle 3 o 4 grandi agenzie di stampa mondiali.
Intanto, le nostre case sono sempre più piene di oggetti (vestiti, cellulari, giocattoli, mobili usa e getta), che possiamo permetterci di comprare e cambiare sempre più spesso, (producendo un volume impressionante di rifiuti) perché prodotti da mani lontane, sfruttate, malpagate: prodotti che guardati con occhio attento rivelano tracce non solo di sudore, ma talvolta addirittura di sangue, sia pure versato in terre lontane.
Terrorismo e bandiere.
In questo contesto arrivano i terroristi, con facce e comportamenti che paiono usciti da un videogame degli anni '90: arabi, musulmani e fanatici, ci attaccano per primi, a freddo, con ferocia, minacciando di attentati terribili le nostre città. Dobbiamo reagire, e la reazione è la guerra contro il terrorismo. Il Verbo Imperiale si concretizza nei mesi, attraverso le dichiarazioni fotocopia del governo USA, ripetute in modo martellante dai vari ministri e riproposte come titoli di apertura di tutti i giornali, radiogiornali, telegiornali, tutti i giorni, a tutte le ore, in tutti i liberi paesi occidentali da tutta la libera stampa, che liberamente dedica -guardacaso - articoli e dossier al terrorismo, al fanatismo islamico, e anche alla pericolosità delle armi di distruzione di massa: pericolosità però che non viene colta nel momento in cui queste armi vengono prodotte nelle nostre fabbriche occidentali e vendute in tutto il mondo da nostre società di intermediazione, ma solo nel momento in cui potrebbero essere usate dai terroristi contro l'Impero di cui anche noi facciamo parte.
Fedeli al loro compito di guida dell'occidente e di unica superpotenza, gli USA decidono allora di conquistare militarmente ieri l'Afghanistan, oggi l'Iraq, domani si vedrà. La lotta al terrorismo tutto copre, tutto spiega, tutto giustifica. Il governo italiano li segue, offrendo subito il territorio nazionale (terra, mare e cielo) alle manovre di preparazione dell'attacco.
In molti non sono d'accordo, non credono al Verbo Imperiale, e vogliono dire no a questa guerra: il simbolo che eleggono è una bandiera, che ha per sfondo l'arcobaleno (simbolo della pace dopo il diluvio, Genesi cap. 9) e sopra la parola "pace" (una delle parole più ricorrenti nella scrittura e più intime alla tradizione giudaico-cristiana). Tra i promotori, gruppi ed associazioni cattoliche, insieme a movimenti di sinistra.
E qui scatta il primo problema, almeno per noi cristiani di Bologna. Se sotto il simbolo della pace accorrono anche da sinistra, il simbolo diventa di parte. Quindi non può essere esposto da uomini di chiesa, perché la parzialità assunta dal segno conta di più del valore in esso significato. E i fedeli laici rischiano sotto tale vessillo di confondere la loro identità.
Al massimo, può essere tenuto in tasca. Come un portachiavi, come un fazzoletto da naso.
Valori, figli e figliastri
Curiosa sorte, quella dei simboli legati a valori importanti per i cristiani. Alcuni vengono immediatamente contaminati, macchiati e indeboliti dai limiti storici e dai difetti presenti di quanti corrono a sostenerli: sta succedendo alla pace, è appena successo alla giustizia, presto toccherà alla solidarietà. Parole e simboli che, nel momento in cui vengono condivisi e sostenuti da persone impegnate da una certa parte politica, si bruciano e diventano inutilizzabili per dei cristiani, se non con lunghissime pinze di distinguo.
Altri simboli e altre parole invece al contrario hanno il potere, da sole, di rendere puliti e presentabili schieramenti politici ed azioni di governo quanto meno imbarazzanti per un cristiano. Mi viene in mente, a caso, la libertà di educazione, o la famiglia: la sola proclamazione di questi valori sta riuscendo a rendere digeribile a diversi stomaci cattolici un governo che liberalizza il commercio di armi (con l'abolizione della legge 185), che diminuisce il prelievo fiscale ma aumenta i costi dei servizi sociali, avvantaggiando così i ricchi ai danni dei poveri, che sottopone lo straniero in quanto tale (e non in quanto reo di condotte illegali) ad una legge speciale, che rende difficile (e prossimamente forse impossibile) indagare le responsabilità ed accertare la verità dei fatti relativa alle condotte di uomini di potere, con le varie "riforme" in materia di giustizia. Ma hanno detto che sono per la famiglia, e (forse) finanzieranno la scuola privata, quindi anche cattolica: il che è un valore, quindi nessuna critica, almeno qui a Bologna.
La bandiera della pace è allora solo l'ultima espressione di uno sbilanciamento più generale, di una doppia modalità di proporre i valori evangelici, che quando sono sostenuti dalla sinistra (Pace, Giustizia, Solidarietà) allora sono da considerarsi indicazioni da interpretare, rispetto alle quali i cristiani (tra cui i governanti di destra) hanno ampio margine di mediazione politica, e possono variamente disporsi nel concreto. Quando invece sono sostenuti dalla destra (Scuola Privata, Aborto, Unioni Civili), allora sono indicazioni prescrittive dirimenti, semplicemente da attuare nei modi dettati dalla Chiesa, senza margini interpretativi, senza mediazioni possibili.
Questo offende l'intelligenza e la fede di molte persone, non solo impegnate in politica. Se la vita - come è giusto - va difesa nel seno materno, nel letto di malattia e nelle provette di laboratorio dalla tentazione dell'uomo di impadronirsene e di asservirla ai propri scopi, andrà difesa anche dalle bombe intelligenti e dalla guerra preventiva. Se poi nel concreto - come io credo giusto - la politica ha comunque una autonomia di mediazione rispetto ai valori, la avrà sempre, non qui sì e là no. Usare due pesi e due misure non aiuta nessuno, né l'onestà della politica, né l'efficacia evangelizzante della chiesa. E questo è il primo errore.
Un simbolo di parte?
Il secondo errore è quello di avere lasciato diventare di parte una cosa che invece toccava proprio ai più alti rappresentanti della chiesa tenere alta e visibile sopra le parti, e non nascosta in tasca per prudenza politica.
Bisognava essere noi a chiamare per primi gli altri sotto quella bandiera.
La pace è un simbolo e una realtà troppo cristiana per essere sminuita da qualsiasi adesione, sia pure parziale e strumentale. Oppure diffideremo anche del crocifisso o del vangelo, quando intorno ad essi si raccogliesse gente dalle idee strane? Per noi credenti Cristo è il principe della pace, lui che non solo l'ha promessa, ma ce l'ha pure regalata come frutto del suo sacrificio per noi. Un regalo a noi affidato - e di cui siamo responsabili davanti a Dio e alla storia - perché lo coltiviamo e l'alimentiamo di giustizia e verità.
Quanta giustizia, quanta verità troviamo nell'attuale stato del mondo?
Quanta giustizia, quanta verità troviamo oggi nella retorica della lotta al terrorismo, nella teoria della guerra preventiva? Quanta giustizia, quanta verità troviamo nell'imponente macchina militare ma soprattutto culturale e mediatica che sta riuscendo a rendere "di parte" tutto ciò che in realtà sta fermo dove era e dove è sempre stato (l'arcobaleno, la pace), semplicemente perché la propaganda dell'Impero sposta dalla parte opposta tutti i paletti e tutti i riferimenti? Davvero chi ha manifestato contro la guerra è complice di Saddam?
Ma è accaduto lo stesso per la Giustizia, dove l'oggettività dei fatti e della decenza dei comportamenti è stata talmente spostata dai media di Berlusconi (e dai restanti che ne cercano la benevolenza) che mentre decine di imputati vengono eletti in parlamento e i loro avvocati riscrivono le leggi per impedire di accertare la verità dei fatti, una semplice pronuncia della Cassazione che dice che un processo può restare a Milano diventa un atto contro il governo, e una possibile sentenza di condanna viene preventivamente bollata come prevaricazione sulla volontà popolare. Se Bologna 7 è imparziale, la bandiera della pace è certo di parte.
Se il sale perde il sapore.
E torniamo al grande inganno, che bisogna che i cristiani per primi sappiano riconoscere e smascherare, per insegnare anche agli altri a fare altrettanto. Non può e non deve la chiesa e il popolo cristiano che sono in Bologna abdicare alla missione di discernimento evangelico e coraggiosa denuncia. "Vorremmo che mai ci fosse rimproverato da Dio e dalla storia di avere taciuto.", diceva Giacomo Lercaro nella omelia del 1 gennaio 1968. Qui sì che è in gioco la nostra identità, sapete, non nei crocifissi in aula, non nelle statue dei santi nelle piazze.
"Le forze della coalizione americana hanno iniziato l'intervento militare per disarmare l'Iraq, salvare la sua popolazione, e per difendere il mondo da un grande pericolo, oltre che per annullare la capacita di Saddam Hussein di lanciare una guerra". Lo ha detto Bush stanotte, un'ora dopo il lancio dei primi missili su Baghdad. Rileggiamo i verbi: disarmare, salvare, difendere, annullare una guerra.
Non ce l'abbiamo con Bush, strumento in mano ad un potere molto più forte e terribile di quello che lui crede di esercitare, nella sua ingenua fede nell'America, nella Bibbia e negli amici petrolieri. Crede di usare l'anello del potere, mentre è lui ad esserne usato, ad obbedirgli. Noi, da semplici iscritti alla scuola del vangelo, riconosciamo in tutto questo il dispiegarsi di un male che come cristiani sappiamo esistere e operare, con le logiche del dominio, della violenza, della menzogna, del rovesciamento delle cose e delle parole. Un male potente, capace di servirsi dei terroristi, di Saddam, ma ahimè anche di Bush, dei suoi consiglieri ed alleati.
Abbiamo il dovere dei dirlo, anche a Bologna. Ci è stata affidata una lanterna, non possiamo nasconderla sotto il moggio dell'opportunità politica. Non possiamo diluire il sale del vangelo per paura che bruci le papille a un qualche Pilato di turno. Non possiamo lasciare che la propaganda anti-terroristica avveleni le sorgenti della nostra cultura, della nostra identità di cristiani e di occidentali. Se per qualche calcolo o per qualche ingenuità spegnessimo questa luce, nascondessimo in tasca la nostra lanterna, ne porteremmo grave responsabilità davanti a Dio e alla storia. Il punto è qui. Se abbiamo parlato di politica, di destra sinistra, di imparzialità e sbilanciamento, lo abbiamo fatto per arrivare qui. Non è in gioco la nostra carriera politica, di cristiani impegnati a sinistra, che pure soffriamo una certa solitudine in ambito ecclesiale, e una ingiustificata difficoltà a vivere il nostro impegno insieme ad una comunità, che ci aiuti a non cadere nelle derive tipiche della politica e ci tenga fortemente ancorati alla realtà delle cose e al vangelo, con cui alla fine ogni opzione politica, per quanto minuta e locale, va comunque confrontata.
E' in gioco piuttosto il rischio di smarrire, come cristiani, come italiani, come occidentali, il senso della realtà che ci circonda e la responsabilità nella storia che stiamo vivendo. Quella realtà e quella storia che per noi sono diventate, per volontà del nostro Signore Gesù, che si è fatto carne nella storia, il luogo eletto e ormai esclusivo del nostro culto a Dio, in spirito e verità.
"La chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia". Lo diceva sempre Lercaro, e Giovanni Paolo II ce ne sta dando un esempio.

Albeggia, è ormai mattina. In Iraq hanno cominciato da poche ore a piovere missili e bombe. Qui a Bologna il cielo è sereno, in giardino l'albicocco apre i primi fiori. Tra poco sveglierò le bambine. Hanno 16 anni in due, ma già iniziano a farci domande importanti, a ragionare. A scuola hanno imparato tra l'altro che l'acqua è preziosa. Di scarpe non hanno voluto le Nike, e siamo riusciti a dire basta alle Barbie. E' poco, ma è solo l'inizio. Anche questa sarà una guerra lunga.

Andrea De Pasquale

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