Questo racconto, che pubblichiamo per gentile concessione dell'autore, è tratto dal numero di ottobre del periodico "Il Vernacoliere" (web: www.ilvernacoliere.com)

Come il latte condensato vinse la guerra
L'ombra di una fame oscura e battente sempre lugubremente s'allunga sopra le memorie di ogni infanzia districatasi a fatica dalle nequizie della guerra. Non come dire: un certo appetito, ma proprio la fame strega, che insonnolisce e fa piegare la testa sul braccio anche dopo aver mangiato quel poco, quel niente; la fame oscena che rulla nei buzzetti desolati dei ragazzi come la carica bizzosa d'un tamburino di reggimento, li fa gonfi d'aria e ne scatena rutti vacui e dolorosi, simili a sussulti d'animale ferito.
Cosicché, nell'invernata del '46, le nostre di bimbi erano serate fitte di freddo e d'odor di fumo dalla stufa, passate sbadigliando a cabotare, con una barchettina di carta sul tavolo di cucina, le onde grigie del piano di marmo bardiglio, e, ogni tanto, a rinnovellare la libidine di scavarsi dal naso una caccola e guardarla rapiti come fosse un gran ché di portentoso; oppure a fissare gli annaspamenti d'una mosca pellegrina sull'orlo della scodella, tutto ingrommato di minuzzoli di minestra, e di quello schifo insetto godere l'impantanarsi nel fondo di brodo melmoso, e infine seguirne l'agonia nel dibattersi dell'ale per, poi all'ultimo, sentenziare: o ecco, lo vedi, sei morta.
Su tutto, teterrima, ristagnava la fame, per via d'aver soltanto mangiato quella sciapida minestrina, con pochi biòccoli di patate lesse schiacciate o un tocchetto di deforme stracchino o una mezza mela legnosa, scalcata di coltello in un'unica lunghissima buccia dal nonno, bravo a figurarne buffe pupazze e animali; delle quali vivande altro non restava, dentro in pancia ad aggirarsi, che gastrica mestizia, uno sciacquabudella allungato da bicchieroni d'acqua che presto presto doventava implorazione: mamma, ho sempre fame.
Che allora si rimediava, forse, un pezzo di pane, scuro e roccioso, da ciucciare senza gusto fino alla sonnolenza. Chi ha fame, mangi il pane - diceva una zia ben collocata di schiena vicino al tepor della stufa a sferruzzare, e tutti testeggiavano a quella saggezza suprema.
In questa condizione a me apparve l'America, affacciandosi dalle etichette coloratissime e indecifrate del barattolame che ogni tanto arrivava in casa portato dallo zio Gìmmi, il quale, in umile ruolo di lavapiatti, lavorava dagli Americani alla base militare di Campo Derby; ché colà era stato piazzato da un prete trafficone dopo una lunga trattativa fatta di ritrovati segreti in canonica, genuflessioni, baciamenti di mano e sancita - a beneficio dei poveri della parrocchia - dalla donazione d'un par di prosciutti arrivati nottetempo nientemeno che da Lari, nel piano di Pisa, dove, presso certi parenti glebàni stavano occultati grami maiali e stentate galline in iniqua comproprietà.
Si sappia che il lavorar dagli Americani era - finita la guerra - privilegio di non poco rango, sebbene da taluni ritenuto riprovevole e sospetto in quanto in odore di turpe collaborazionismo con quella truppa buggerona che ci s'era insediata sull'uscio di casa da vincitore e che - secondo i ragionamenti dei compagni, infocàti dai ponci al rhumme e da una rinascente coscienza proletaria - avrebbe fatto meglio a levarsi tre passi dai coglioni.
AMI GO HOME, Americani tornatevene a casa, scrivevano i comunisti livornesi sui muri sbreccati delle case bombardate, e loro, gli Americani, andavano lo stesso in giro, e per nulla intimoriti, sulle loro gippette: gran facce di culo, di neri grossi e cazzoni, d'obesi e butirrosi sergenti, d'ilari, smilzi marinai.
Quelli ridevano sempre con dentature strabilianti e distribuivano a scialacquo tavolette di gomma da masticare e pacchetti di sigarette, s'imbriacavano come civette nei baretti del porto dai nomi esotici - Trocadero, Zanzibar, Morocco - ingurgitando a canna oscene mescolanze indigene di liquori dolciastri, e poi li ritrovavi a vomitare sui selciati e negli androni valanghe di poltiglia gialla frammista a pezzettini blu e rosa; la ronda degli emmepì li riportava via premurosamente e con qualche spianata di manganello sulle zucche rasate, acchiappandoli per la collottola e caricandoli di peso sui camioncini come sacchi di pattume. Allontanandosi cantavano e salutavano dagli spioncini, continuando a ridere sgangheratamente.
Ma intanto che la fame bussava, eccome se andava bene rimediare qualche palanca e, profittando di quelle cornucopie dei loro magazzini, alti fino al soffitto di roba da mangiare, portarsi via involti e cartoni alla meglio raffazzonati; e, lo diceva anche il prete, non è che si potesse considerarlo un vero e proprio rubare, ma piuttosto , per la povera gente, farsi strumento della Divina Provvidenza e procurarsi in tal guisa un primo, minimo risarcimento agli orrori della guerra: lutti , patimenti e privazioni che avevano schiantato famiglie intere e di cui la fame restava l'ultimo maligno presidio.
Di questo s'ingegnavano quelli che "lavoravano dagli Americani".
Andava così che a costoro, facchini e serventi, inviati ad approvvigionarsi per le cucine della truppa in quei magazzini pieni zeppi di derrate, per disgrazia si sbuzzasse una balla di farina bianchissima o di zucchero, si spappolasse un cartone di cioccolata, s'ammaccassero delle latte di frutta sciroppata; i quali accidenti, subito sottoposti all'esame del graduato di corvé, sortivano un brusco verdetto: "No good...no buono...!!!" nonché, con il suo dito teso, l'agognata destinazione a indicare tutto un popolo di dignitosi affamati : "Paisa'...!!!". I quali si dividevano sommariamente, a bracciate, a tascate, il bottino.
Pertanto avveniva che lo zio Gìmmi (al secolo Gaetano), in grazia d'un rudimentale lessico anglolabronico e per i favori di tal pretaccio ruffiano, "lavorasse dagli Americani", macinandosi quotidianamente ore di bicicletta tra l'andata e il ritorno, spesso gravato dal trasporto sul portapacchi d'un fagotto di quel ben di dio; arrivando in casa trafelato fischiava un fischio feroce - la lingua schiacciata tra i denti - e poi il fagotto lo rovesciava di bòtta sul tavolone di marmo della cucina come dire: prendete qua, morti di fame, che ora ci si levano le grinze dalla pancia; su quel marmo sordo le scatolette di ferro picchiavano con rumore di benefico ripieno, ché lo erano, ben empìte con ròcchi di granitico manzo, con marmellate, burro salato, formaggio, o fettone di frutti carnosi, abluenti in sughi densi e profumati d'alcunchè di esotico da straniare i sensi.
Dalle etichette un po' scollate della frutta in scatola, per quanto malconce e strapazzate, lo stesso si riusciva a far finestra su scenari di spiagge bordate di palmeti, di mari celesti, e "...vien da mi-ami..." ripeteva tutte le volte lo zio Gimmi nello scoperchiare i barattoli annusandone ispirato i contenuti , poi spingeva due tre volte la mano a pugno verso il basso e sentenziava furbesco: "...questo fa bòno all'uccello...".
"O chétati trogolone...c'è il bimbo..."
Invece a me, al bimbo, più d'ogni altra èdule blandizie, m'intrigava certa materia strana che se ne sortiva lentissima da' buchi praticati con un aggeggino uncinato nella latta del coperchio d'una scatoletta cilindrica, su cui spiccava una gran rosa rossa.
"Carnèscion - imboniva lo zio Gimmi- roba cicciosa che tira sù, vitamine, latte condensato, per i ragazzi, i vecchi, le partorienti, ammazza i vermi...sapete una sega voi cosa t'hanno inventato l'americani..." e servendosi del solito gesto della mano lasciava intendere, con un'occhiata di sguincio, anche di quel barattolo le portentose risorse.
Il puntale, fatto uno schiocco raschiato, penetrava insieme metallo crudo e cremosità galattica: subito, come spinta da una sua forza propria, aggallava fuori una sostanza fluida, da tentare colla punta del dito e infilarsi in bocca, del cui dilagante dolcióre mai abbastanza hanno cantato le muse arrembate della mia infanzia.
Certo che quel nettare non aveva il potere di placare l'allupamento della fame, per il quale si richiedevano generi di grossolana sostanza atti a colmare i vuoti siderali della pancia, ma la sua essenza trascendente di Mistero Alimentare e il suo venerabile aspetto di materia increata ne asseveravano il promanare da un Ente Superiore Invisibile, dispensatore di soavi benefici all'umanità più derelitta.
"Mhmm..." bramiva la zia Amneris covando l'assaggio nella sua tragica bocca sdentata che non tollerava altro che blandi semolini sulle gengive incalorite; "Mhmm..." gorgogliava nonno Florestano dalla caverna tabaccosa del suo gùtture dove solo quella roba si faceva strada e gli s'accagliava docile tra i rocciosi catarri.
Era il Latte Condensato.
Non bianco ma d'un giallino leggero, alla famiglia del latte apparteneva solamente di nome perché di fatto non si poteva bere - tanto era spesso - e nemmeno aveva il sentore di fieno del vaccìno o di rigno del caprino, ma dolce, dolcissimo che non finiva mai, fino all'ultimo recesso della bocca, e un tanto farinosetto quando s'andava a squagliare tra le salive montanti dalle fauci.
Me ne davano da sentire sulla punta di un cucchiaio, nel consueto codice di parsimonia della famiglia: da non abituarcisi, perché non era certo roba da pigliare per golosità, bensì si doveva adoperare per ingentilire il beverone, di cicoria o d'orzo, che alla mattina teneva luogo del caffè; sciupata - pensavo io - tanta bontà in quei tazzoni di pecioso liquamine che, girandocene dentro un poco, da nero infernale si faceva avana ma che lo stesso rimaneva sgrato , cattivo, ghiandoso; mentre invece da solo, il latte condensato, ancor pochissimo che fosse, intrideva di godùria il mio stupito palato e, dall' alto com'un falchetto , calava sull'agello delle più fervide fantasie arrapinandole in almanaccamenti di arcadie infantili, quali la famosa Terra del Bengodi, luogo naturale di certe favole infinite raccontate da nonne e zie sonnolente, dove le case eran di torrone e cioccolata, le strade di zucchero filato e dalle fontane sortivano densi zampilli di rosolio; di quei posti di sogno era come se il Latte Condensato mi assicurasse: è vero, ci sono, ci si può andare.
Lo si chiamava, in famiglia, " latte americano " e lui, prepotente e invasivo come gli americani, veniva - accompagnato da contingenti alimentari di stupefacente abbondanza - a rischiarare a lampi la tristizie domestica della luce ferrigna della lampadina sospesa ciondoloni sopra il tavolo, della voce blesa della radio, dell'odor di fumo di cavolo imperatore vaporante dalle pentole e d'un certo sitare di piscio bollito che fuor dal camerino s'estendeva maestoso alle stanze della casa.
Come in un vecchio cartone animato il barattolo di latte condensato, fregiato di quella bella rosa rossa, incedeva orchestrando una festosa banda, orecchiata alla militare, di pacifici suonatori: scatolette di corned beef, targoni di cioccolata, bussoli di frutta sciroppata, stecche di lucky strike e di chewing gum, argentei caricatori di condom, tutti arieggianti profumo di cannella e afrore benefico di creosoto.
A sentir la quale non vi fu più dubbio su chi avesse vinto quella schifosa, incomprensibile guerra.
Perfino gli scarafoni storicamente acquartierati sotto l'acquaio, iattanti e lucidi come cappelli da monsignore, tradivano una certa inquietudine all'allestirsi sulla scena domestica di tanta opulenza e, snidati da certe polverine, scappavano di qua e di là in inconsulto disordine, e incauti si offrivano in quell'andirivieni alla implacabile ciabatta di nonna Velia che ne stiacciava con maestria a due - tre alla volta, giaculando esorcismi.
Ecco che, così scombinando la nostra compostissima miseria e rintuzzando la rabbia della fame, il latte condensato andava affermando che chiunque potesse, della sua paradisiaca dolcezza, disporre a proprio piacimento, a larghe cucchiaiate da sciorinare in bocca, quello era americano.
E a quello dovevamo imperitura riconoscenza e sottomissione.
(Ettore Borzacchini)

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Questo racconto, che pubblichiamo per gentile concessione dell'autore, è tratto dal numero di settembre del periodico "Il Vernacoliere" (web: www.ilvernacoliere.com)

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Per me tutto cominciò piu di cinquanta anni fa in un'oscura bettola oltre il passaggio a livello della stazione di Livorno, dov'era subito campagna, macchia e falasco, e nonno Florestano mi ci portava, a spasso, per spiare merli e tordi e all'attesa di convogli in transito: che a quei tempi osservare treni e volatili era già un bel diporto, da riempire gli assolati pomeriggi estivi;
in quella bettola ci si fermava a merendare scartocciando - portate da casa -ricche fette di pane tutte grondone di pomodoro, olio e sale (mai sentito allora chiamarlo bruschetta), sotto un pergolatino fresco ed amico, mentre poco distante si vedevano transumare lentissimi vagoni merci e s'udiva il pigolare di qualche rusignolo arrochito.
Nonno era un manfano taciturno, uomo di rogne, rusticano e iroso e tutti lo trattavano alla larga e di cartina; io stesso ne temevo gli eccessi nel questionare con la gente e il leticarci di brutto ; Leo, il cantiniere, ne manteneva assoluta deferenza e "Luschi - gli faceva, servendogli un bicchiere di vinello che aveva in fama di importare dal piano di Pisa - al bimbo una gazzosina...?", e mi schiaffava sotto il naso l'ambìta bibita nella boccetta con la pallina in cima, tenuta a rifrescarsi in una pilaccia d'acqua gelida, dove s'abbeveravano svariate bestie.
La gazzosa - povera acqua di mele leggermente carbonata - scorrazzava sul pane e pomodoro dilavando i relitti d'aglio sopra strusciatovi da nonna Velia come deterrente contro i vermi, e di quello riproponeva al naso, in esili gùrgiti, l'anima perversa. Cosiché io esclamavo : "Ah bene, nonno!!!"
Poi ci fu una volta che Leo, con inconsueto ardimento, mi mise davanti una bottiglietta di sinuosa ed esotica foggia, contenente un liquido scuro, la quale, stappata, subito emise un sinistro sibilo ed un fumigare leggero di vaporiera in pressione, segnali un po' sgomentevoli quasi a chiedersi: e lì dentro che ci sarà ?
"Roba nòva, bòna, bonissima... - insistè Leo sotto lo sguardo arcigno di nonno Florestano - la imbottigliano qui all'Acqua della Salute, l'americani,..in America la bevan tutti...fa anche bene..." e s'asciugava nervosamente ratto le mani alla lercia parannanza, gesto d' ogni classico oste in difficoltà, mentre il Luschi lo puntava minaccioso.
Sopraffatto dal mistero, me n'allungai subito una gozzata dalla bottiglia, e in un attimo, che mi rammento lunghissimo, mi pervase le fauci e la gola un flutto di sapore ineffabile e malioso, d'alchemica melassa stucchevole, vagamente assimilabile solo ad un distillato di carrube fermentate, ma reso più aggressivo e violento dal suo ribollire crescente e spumoso che rincollò nel gùtture e s'inzufilò su per le coane aggredendo i sacchi lacrimali; che, di colpo posata la bottiglia, fui visto, rosso le gòte, con gli occhi gonfi di pianto deglutire a fatica e singhiozzare un po'...
"Cosa n'hai dato ar mi' bimbo, natodancane...!!!" attaccò nonno con ferocia alzato in piedi nell'atto di prendere il povero Leo per i baveri e sballottarlo al muro "Che troiaio n'hai dato...eh ? Lo vedi si sente male...! Come si chiama questa robbaccia...al pronto soccorso lo vorranno sape'...!!!" E io, ripreso fiato, per metter pace all'incipiente rissa, m'affannavo: "Nonno, o nonno...no no...è bòna...è bona...guarda la ribevo...mi piace...è bona...per davverooo...!!!" Rimasero, Leo e nonno, già pur mezzi scompannati, fermi a guardarmi, strabiliando di come io, attaccatomi a garganella, la tracannassi tutta fino in fondo quella "roba"; e stavolta il turbinoso getto andò giù senza incontrare ostacoli verso i recessi del giovane esofago, né s'intromise lo stupido dotto rinofarigèo già ammaestrato dall'incidente, e con una respirazione ben coordinata - da piccolo nuotatore - l'impresa fu condotta a termine senza più una lacrima nè un singulto.
Ma accadde che in pochi istanti, nelle more del trionfo, con ancora in mano la bottiglietta vuota e quelli che mi fissavano allibiti, nel mio profondo gastrico s'adunasse - bulicando da quel liquido - una massa gassosa oscura, possente e vigorosa la quale, coll'acquisir luminosa e liberale coscienza di rutto, ascese rapidamente la canna, e tutta insieme esplose con spaventevole fragore all'aria estiva, azzittendo grilli e cicale per lungo tratto della campagna intorno.
Lipperlì i due restarono vieppiù attoniti, ma immantinente "Si chiama cocacola, Luschi...cocacola... è la bevanda del domani!!!" evangelicamente proclamò Leo col dito indice levato in aria, quasi a prendersi le glorie d'una miracolosa guarigione e i meriti d'un portentoso elisire, mentre il nonno, dopo avermi sibilato: "Salute bimbo!" m'andava tastando qua e là sul torace per capire s'io non mi fossi in qualche modo sgangherato per via di quella furibonda deflagrazione.
E a suo conforto ripetei: "Ah bene, nonno!!!" La bibita globale entrò così, arrogante e presuntuosa, nella mia vita, sgominando i domestici chinotti, le gazzosine e le aranciate, insipide e sciacquabudella, e resistè persino, più tardi, alle lèpide spume del tradizionale artigianato locale; e per quanto nel corso della mia esistenza mi sia poi opposto con testarda determinazione ad ogni subdola lusinga di globalizzazione, quali gli estrusi di manioca fritti in foggia di patatine e conditi con maionese sintetica, le svizzere di carne di yak pomposamente definite amburghesi, abbrustolite su laide piastre, servite con lattughe di Taiwan in tondi panini della Manciuria e schifosamente orpellate di ketchup, il costoso scarpame e il magliettame trendy griffatissimo dai Potenti dello Sport e della Moda prodotto sulla pelle della manodopera affamata del sud est asiatico e limitrofi, i villaggi turistici spiritosi e alternativi sparpagliati a devastare di bungalows fasulli e di cementi colorati le spiagge di tutto l'orbe terracqueo, e persino le trasfusioni di un sangue umano spremuto a chissà quali derelitti della terra impestati e agonizzanti - tutto questo sempre evitato e combattuto - ogni volta che avverto imbarazzo gastrico provocato da un antiglobale baccalà con la bietola, non posso fare a meno d'aggozzarmi alla marmata bibita madre di tutte le globalizzazioni, che non si sa ancora bene di cosa è composta, nonno, ma fa fare certi rutti sociali da scurire l'aria.
Dammi retta palle.
(Ettore Borzacchini)

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L'opus magnum borzacchinianum nel sito versilia.toscana.it/satira/borzacchini

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