Due personaggi in cerca...

Ci troviamo all'interno di una libreria: scaffalature piene di testi il cui dorso ha per tutti il medesimo colore, dimensioni diverse ma nessuna scritta.
Da qualche parte un cartellone pubblicitario, col nome della libreria (facoltativo): "Libreria del Centro".
Sul palco ci sono due personaggi, vestiti allo stesso modo. Abito scuro, camicia bianca e cravatta scura. Indossano dei guanti bianchi e una maschera bianca (di quelle da carnevale fatte per essere colorate). In testa un cilindro scuro. Ombrello scuro chiuso all'inglese nella mano destra (inizialmente, poi potranno anche posarlo).
Passeggiano tranquillamente, indipendentemente l'uno dall'altro, prelevando dei testi dagli scaffali, aprendoli e apparendo interessati al contenuto. I testi sono in realtà completamente bianchi.
Una voce (ovviamente fuori campo) da annunciatrice televisiva, anticipata da un "dlin dlon" tipo quello prima degli annunci negli aeroporti, dice:

Voce: Posso aiutarvi?
I due personaggi, visibilmente attoniti, si guardano in giro, cercando di comprendere la provenienza della voce. Allora la voce continua:
Voce: Non preoccupatevi, sono qui. Sono la vostra accompagnatrice. Posso esservi utile nella ricerca dei testi?
I due personaggi, ancora visibilmente scossi, continuano a guardarsi in giro (i movimenti della testa devono essere ingigantiti, perché la mimica facciale è completamente annullata dalla maschera). Ad un certo punto, trovandosi l'uno di fronte all'altro, di lato rispetto al pubblico, pronunciano insieme la frase:
A&B: Qui dove?
Voce: Vi ho detto di non preoccuparvi. Sono semplicemente al piano sopra di voi, di fronte ad uno schermo che proietta le immagini dello spazio in cui siete, e sono qui per aiutarvi nella ricerca, senza dover necessariamente e fisicamente affollare i già stretti corridoi della libreria. Posso aiutare due clienti alla volta. Siete pregati di prendere gli auricolari che trovate appesi sulle colonnine che dividono gli scaffali. Indossateli e digitate il numero 7 sul tastierino numerico posto sull'auricolare destro. Io sono l'operatrice n° 7. Chiamatemi pure "Sette".
Mentre la Voce=Sette parla, i due personaggi indossano gli auricolari, digitano il numero 7 e si fermano l'uno vicino all'altro.
Sette: Qualora vogliate isolare temporaneamente il vostro compagno di viaggio, per comunicare in riservatezza con me, siete pregati di tener premuto il tasto *Asterisco sul tastierino numerico. Grazie. Buona ricerca. Io sono qui, interpellatemi al bisogno.
I due personaggi si guardano, ma il pubblico non percepisce nulla(le maschere, ricordiamoci, non permettono la comprensione della mimica). In ogni caso continuano a stare l'uno di fronte all'altro. Ad un certo punto, il personaggio A esordisce:
A: Che cercava?
B: Non so, niente di particolare. Mi piace venire in libreria.
A: Anche a me.
B: Bene. E lei che cercava?
A: Niente di particolare.
B: Vedo che stava cercando nella sezione "fantasia" però.
A: Ah, sì? Non riuscivo a trovare la sezione. Vede quel cartello lassù? (alzano gli occhi al soffitto, dal quale scende un cartello segnaletico, tipo quelli delle librerie con scritto "narrativa" etc., sul quale però non c'è indicato nulla. Solo una freccia verso il basso e tutto il resto è bianco.)
B: Sì, lo vedo.
A: E' bianco, non vi è indicato nulla.
B: Come nulla? C'è scritto "fantasia"?
A: Fantasia? Ma è sicuro? Io non vi leggo nulla. Chiediamo a Sette.
Sette: Mi avete chiamata?
A: Sì. Lei ha sentito tutto?
Sette: Sì certo.
A: Questa cosa non mi piace. Non sono libero.
B: Sinceramente disturba anche me.
Sette: Non esiste opzione per isolare temporaneamente l'operatrice. Potete solo isolare uno di voi dalla comunicazione con me, ma non me tra di voi.
A: Questa non è libertà. Questa è dittatura.
B: Non travalichiamo, ora, Signor…… Signor?
A: Signor Nessuno.
B: Che strano cognome!
A: E lei, sentiamo un po' il suo.
B: Nove.
A: Bene, oggi parlerò con Sette e Nove. Ah ah ah.
Sette: Smettiamola per favore, altrimenti vi tolgo gli auricolari.
A&B: E già, come fa?
Sette: Non mettetemi alla prova.
A: La smetta, Signorina Sette.
Sette: Signora, prego, Signora. E poi solo Sette. Chiaro?
B: Sì, ci tolga pure gli auricolari. Vorrei proprio vedere come fa. Dovrebbe venir qui e mostrare la sua faccia.
Sette: Perché la vostra che faccia sarebbe? Mi sembrate tutti uguali. Sono tutti uguali quelli che vengono qui. Almeno io non indosso quello stupido cilindro.
A: Vuole dirci che lei non indossa il cilindro? Ma ha la nostra stessa faccia?
Sette: Sì esatto, ma ora non posso. (Cambiando tono della voce, più mielosa e impostata) Allora, cari signori, posso aiutarvi?
A: Tornatene da dove sei venuta!
Sette: Eh, ma che modi!!!!
B: Eh, già, che modi!
A: Ha parlato Nove. Chissà poi da dove vieni tu che leggi "Fantasia" là dove c'è un cartello bianco.
B: Guarda che qui quello strano sei tu! Che non riesci a leggere F A N T A S I A (facendo tipo lo spelling).
A: Qui sono tutti fuori di testa. Io me ne vado.
Si toglie gli auricolari ed accenna ad andarsene.
Sette: Non può andarsene, Signor Nessuno.
Il signor Nessuno si volta ancora stupito cercando di capire da dove viene la voce.
A: (gridando) Chi lo ha detto che non posso andarmene?
Sette: Sta scritto sul regolamento.
A: Ma quale regolamento?
Sette: Quello stampato sul cartellone a fianco a lei.
A: A fianco a me? Ma se c'è solo un cartellone bianco?
Sette: (a bassa voce) Questo non sa proprio leggere.
(di nuovo ad alta voce) Si fermi, le ho detto che non può andarsene.
A: Sta scherzando? Io sono un uomo libero. E adesso esco da questo dannato posto.
Sette: (con voce pacata e rassegnata) E' proprio qui che si sbaglia, Signor Nessuno, lei non è un uomo libero, così come non lo è il Signor Nove e così come non lo sono io.
B: Non mi chiami in causa, per favore, Sette.
Sette: Non si vede allo specchio? Lei è una maschera, come tutti noi, un manichino che parla e cammina e consuma. Ma non sa quello che dice, perché lo dice. Non sa dove va e perché ci va e non sa quello che consuma e perché lo consuma.
A: (fermandosi, immobile, con le braccia lungo il corpo, come un manichino) Forse lei ha ragione Sette, però mi chiedo perché mi stia dicendo queste cose. Se non sono libero io non lo è nemmeno lei. E allora, in virtù di quale libertà mi parla e, soprattutto, le permettono di parlare?
Sette: Già, credo che a questo non ci sia risposta. Non si stupisca però se tra breve la mia voce verrà scemando, e una musichetta interverrà al mio posto. Sentirà di certo pronunciare le parole: "Interrompiamo la trasmissione per sopravvenuti inconvenienti tecnici. Ci scusiamo per l'inconveniente. La trasmissione sarà ripresa appena possibile.". Poi probabilmente le metteranno in mano un testo, le diranno che è un omaggio. Lei lo aprirà e lì potrà leggerci una marea di consigli per gli acquisti, lodi al sistema, incentivi al consumo. Si convincerà, e non mi chieda né il come né il perché (riusciranno a convincerla e basta). Allora lei sarà preso da un forte sconforto, vorrà chiedere scusa per il fatto d'aver desiderato d'uscire da questo luogo. Farà dietrofront, si recherà di nuovo dinnanzi ad uno degli innumerevoli scaffali, prenderà in mano uno degli innumerevoli testi, lo aprirà, e lo troverà bianco e vuoto come tutto qui. Non le sembrerà affatto strano. E comincerà a leggere, come se nulla di anomalo stesse accadendo.
A: Senta Sette, vuole dire che questo sistema è una prigione in cui stanno attuando un piano di annientamento dell'essere?
B: Dico che sarebbe meglio se il Signor Nessuno si rimettesse gli auricolari. La discussione è molto pericolosa, e credo che lo rimarrebbe comunque, anche con gli auricolari. Solo evitiamo di farci sentire da tutti.
A: (avvicinandosi a B) No, se li tolga anche lei, Signor Nove. Forse è venuto il momento di cambiare. E proporrei alla Signora Sette di scendere qui con noi.
(dall'impianto di diffusione si ode un po' di frastuono e delle voci confuse:
Voce maschile: Prendetela e chiudete la trasmissione!
Voce femminile= Sette: Lasciatemi stare!!!!)
B: Non credo possa più farlo. Ha visto che ha combinato, Signor Nessuno?
Intanto l'impianto di diffusione trasmette una voce preregistrata che dice:
Voce preregistrata: "Interrompiamo la trasmissione per sopravvenuti inconvenienti tecnici. Ci scusiamo per l'inconveniente. La trasmissione sarà ripresa appena possibile."
Improvvisamente irrompe nella stanza la signora Sette, vestita come i due personaggi, ma senza cilindro, correndo, come inseguita. Si va a nascondere dietro il corpo del Signor Nessuno.
Nessuno: Non si preoccupi, non credo arriveranno fino a qui. Non potrebbero compromettersi così tanto. E poi il sistema avrebbe dovuto prevedere uno spirito libero, che avrebbe scardinato le regole, non crede, Signora…….Signora?
Sette: Signora Santi, prego. Signor Nessuno? E' sicuro?
Nessuno: Già, mi chiami semplicemente Mario.
Santi: Allora facciamo Sara, per favore.
Mario: Certo. E lei Nove, come si chiama, per davvero?
Nove: Simone.
Sara: Piacere Simone.
Mario: Non credete che sia giunto il momento di cominciare a vedere veramente, a leggere veramente, a vivere veramente, prima di tutto spogliandoci di queste apparenze a cui ci hanno costretti per molto? Non credete che sia giunto il momento di cominciare a volare? (intanto afferra l'ombrello e lo apre e fa un accenno di passo di danza come se l'ombrello sopra la sua testa fosse un palloncino che lo porta via lontano, che fa volare.)
Simone: Ad essere sincero io ho paura. In un certo senso era molto comodo trovarsi una vita preorganizzata, preparata a tutti gli effetti, pronta da essere "vissuta" -forse non è il termine adatto- secondo copione. Ora toccherà a noi decidere, affrontare le incongruenze che sinora ci hanno mostrato come logiche. Io non so se me la sento. Tornare a casa, dire ai miei figli e a mia moglie che è tutto falso, tutto una costruzione, un'architettura diabolica. E chi glielo spiega che potremmo fare a meno dei vestiti firmati, delle multinazionali, della tv e delle telenovelas, delle religioni globalizzanti, delle patatine al centro commerciale la domenica pomeriggio?
Mario: Simone, non scherzare, stai certo che capirebbero. Che capiranno, col tempo, eventualmente. Sara: Col tuo impegno, col tuo esempio. Simone: Eh, già, mettiamo pure che fili tutto liscio. Non mi dite che credete che noi tre disgraziati potremmo cambiare qualcosa?
Mario: Perché no? Perché non cominciando da noi?
E mentre finisce la frase Mario si toglie la maschera, il cilindro, i guanti. Giunto ai guanti anche Sara comincia la sua "spoliazione", a partire dalla maschera, poi anch'ella i guanti.
Mario e Sara si guardano a lungo mentre Simone, ancora con indosso il suo mascheramento, li osserva (sebbene non si capisca molto cosa fa, per via sempre della maschera).
Sara si avvicina a Simone e gli appoggia entrambe le mani sulla maschera e dice:
Sara: Ti dispiace se…?
Simone: Non so, non credo, ma fai pure. Sara toglie la maschera a Simone, dopodiché egli prosegue con cilindro e guanti.
Tutti e tre cominciano a slacciarsi la cravatta e la tolgono.
Mario: Ora non ti senti già più libero?
Simone: E se anche fosse? Come la mettiamo con l'informazione, per esempio? Tu che ora sei così positivo e solare, ma che non riuscivi nemmeno a leggere "fantasia" sul cartellone. E' vero, non c'è scritto "fantasia": era il mio modo per sfuggire alla noia. Pensavo che non vi fosse scritto nulla per stimolarci a qualcosa, ad esempio alla fantasia.
Sara: E' bellissimo quello che hai detto. E pensare che io dovevo tenervi il gioco, da lassù, qualsiasi cosa uno di voi avesse detto. Vedi allora che sei anche tu uno spirito libero? Non rinnegare te stesso e le tue inclinazioni, la tua volontà di vivere.
Simone: Sì, ma allora come la mettiamo con l'informazione?
Mario: Non possiamo prescindere da quella esistente, o almeno sino a che non ne avremo creato una alternativa. L'importante è rendersi conto che quello che ci raccontano fa parte di una logica di sistema, di quel sistema al quale ci stiamo sottraendo.
Simone: Vedrai invece che fine che faremo!
Mario: No, smettila! Prova ad essere propositivo. Prendi questi libri (e ne afferra uno): dicono tutti le stesse cose, le stesse bugie. Mario lancia per aria il libro che ha in mano e questo cade sul pavimento facendo un tonfo.
Sara: Già, tutti le stesse cose, tutti niente. E pensare che pagavamo anche per poterli leggere.
Mario: Non è così per tutti, però. Non tutto è da buttar via. Sono certo che se spulciamo un po' in tutti questi scaffali, riusciremo a trovare qualcosa da salvare, qualcosa che metta di fronte alle proprie responsabilità, che esuli dalle strategie di mercato, che, seppur tra le righe, inviti a rivoluzionare il modo di vedere, di pensare, di vivere.
Sara: Già, e credo che sia proprio venuto il momento di cominciare. Però mi chiedo se per caso qui non vi fosse alcun testo veramente libero, veramente innovativo, veramente rivoluzionario. Ciò vorrebbe dire che forse quel libro aspetta ancora di essere scritto, forse quelle parole attendono ancora di essere pensate, e testimoniate e condivise.
Mario: Forse quelle parole aspettano noi. Non siamo ancora pronti però. Non devono valere le divise, questo stupido abito che ci portiamo addosso. (Comincia a sfilarsi la giacca, i pantaloni, la camicia)
Simone: Cosa fai? Così ci farai mettere tutti dentro!
Mario: Credi che quella in cui hai vissuto finora non sia una galera? Abbi il coraggio delle tue azioni, provaci. Ormai la libreria è vuota, ci hanno abbandonati. Il piano prevedeva di abbandonare il campo qualora si fosse verificato un evento non previsto, e continuare ad agire da un'altra parte.
Ormai siamo soli, abbandonati in queste mura, con questi stupidi libri bianchi, che non aspettano altro d'essere scritti per davvero. Non avere paura Simone, qui comincia un altro mondo, un'altra società. Uscirai di qui e ti guarderanno tutti in faccia, perché hai buttato la maschera. Non temere, qualcun altro ci seguirà, si strapperà la maschera di dosso, si toglierà i guanti e il cappello, slaccerà la cravatta e ne farà nuovi fiori, nuovi addobbi per questa città vestita solo di polvere e di noia.
Sara: Già, lo credo anch'io. Dobbiamo scrivere una nuova maniera di esistere, dobbiamo esistere, reinventare un linguaggio, a partire dai nostri gesti, dalle nostre facce, dai nostri sorrisi. Accantonando le paure che ci hanno costruito attorno, per cominciare ad avere paura di ciò che ci sta realmente distruggendo, per cominciare a far avere paura di noi, delle nostre idee, della nostra voglia di testimonianza.
Simone: Siete proprio certi che questa rivoluzione sia necessaria?
Mario: Lo chiedo a te. Pensa ai tuoi figli, a tua moglie. Li vuoi ancora e per sempre schiavi di merendine, griffes, tv e consumismo? Incapaci di pensare con la propria testa, incapaci di amare perché costretti da una logica di amore e sesso da mercato?
Li vuoi così? E vuoi rimanere così anche tu, con loro? Sempre alla superficie delle cose? Senza mai poter scendere dentro di loro e dentro te stesso?
Simone: (gridando) No, non li voglio affatto così.
Simone si toglie anch'egli giacca, camicia e pantaloni. Prende un libro e lo lancia in aria.
Ne prende un altro e così via.
Sara, dopo essersi tolta la giacca e slacciata un poco la camicia, slegati i capelli, prende anch'ella un libro, lo apre e grida:
Sara: E' questo! L'ho trovato! E' questo che aspettava noi!!!! "Due personaggi in cerca …" (lascia in sospeso, come se dovesse finire la frase e dovesse terminare il titolo del libro di Pirandello).
Mario: Simone, siano noi due quei personaggi, quei qualcuno, Nessuno e Nove, che dietro alle maschere cercano qualcosa, qualcuno, cercano se stessi.
Siamo due personaggi in cerca di due personaggi. Siamo quello che non vogliamo più essere e quello che vogliamo diventare.
E tu, Sara, con noi.
Sara: Già, ora siamo "Uno, Nessuno e centomila".

Emanuela Celauro, 15/16 ottobre 2003
INDICE


Conversazione sul baratro

1

Kleist ed Henriette sono sul parapetto che cinge il ponte sul fiume Wannsee, con abiti d'epoca.

Kleist: In fondo al cuore so che non dovrei farlo e so che non ti dovrei trascinare con me.

Henriette: Non sei tu a trascinarmi, sono io che voglio scendere, anche se non posso dire di volerlo fare indipendentemente da te.

Kleist: Probabilmente non dovremmo nemmeno chiederci perché lo facciamo, se davvero volessimo farlo.

Henriette: Mi chiedo solo se fossimo vissuti fra 200 anni, se l'avremmo fatto, se lo faremmo ugualmente.

Kleist: Non c'è storia scritta, non c'è disegno: tutto è mutabile e mutevole.

Henriette: Allora possiamo ancora scegliere. Scegliere è la libertà, la più grande libertà che abbiamo, l'unica.

Kleist: E' in virtù di questa che scelgo di scendere.

Henriette: Tu mi insegni che questo scendere è in realtà un risalire, un tornare dal buio alla luce. O forse non è così. Non credo d'esser mai scesa nel buio vero….quindi ora non posso risalire. Caro Heinrich, io non vengo. Questa è la mia libertà. E l'amore per te, questo amore che non è mio, è tuo, perché sei tu a goderne, mi spinge a tenerti qui con me.

Henriette afferra Kleist per un braccio; entrambi si sbilanciano notevolmente, ma Kleist non scatta verso il fiume, evitando così di trascinare anche lei. Un po' rocambolescamente scendono dal parapetto.

Kleist: Rimanere significa fare i conti con la realtà, questa realtà senza sogni, significa seguire le regole. Andarsene significa invece disattenderle, significa rompere la consequenzialità degli eventi. Io devo andare. Non c'è spazio per i sognatori da questa parte del fiume.

Henriette: Non è vero. Il sognatore è colui che è già andato e tornato, e che oggi rimane. Muore di qua dal fiume, mentre gli altri lo credono e vedono vivo. Ma morendo rinasce. Io voglio stare qui: posso discendere nel fiume senza morire davvero, e posso risalire alla riva con la consapevolezza di me stessa. Se me ne vado, non potrò mai afferrarla. E se non l'afferrerò mai, stando di qua dal fiume, allora vuol dire che non sarò stata all'altezza….ma almeno ci avrò provato. Non voglio che tu vada.

Henriette si sposta dalla riva del fiume, arretrando col viso sempre rivolto all'acqua. Guarda Heinrich che non si gira e in cuor suo attende ch'egli risalga sul parapetto e che si butti nel Wannsee. Parla da sola, sottovoce, continuando a fare piccoli passi all'indietro.

Henriette (sottovoce): Lo so che vorresti restare, per me, ma non per te. So anche che non ti girerai a guardarmi, che improvvisamente, con una fulminea velocità, salirai e scenderai da quel parapetto, al di là del fiume e non dirai nulla. So che non avrai il tempo di specchiare il tuo narcisismo nell'acqua, ma non avrai più vita per dispiacertene. Ti chiedo di non andartene… ma non mi ascolterai.

Inaspettatamente Kleist compie un movimento in avanti che sembra far presagire il tuffo nello Wannsee. Egli invece si gira verso Henriette, che gli corre incontro senza sapere perché.



2

La scena si sposta in una camera da letto moderna, ove Henriette, che indossa una canotta e un paio di shorts, si sveglia di soprassalto. Kleist, che indossa uno slip ed una maglietta, è seduto ad una scrivania e lavora al computer portatile.

Kleist: Che succede, tesoro?

Henriette: Quello che volevamo fare, non l'abbiamo fatto.

Kleist: Che cosa? (dice con tono un po' scocciato per esser stato interrotto nel suo lavoro)

Henriette: Nulla. Lascia perdere. Continua pure a scrivere.

Kleist: Ora invece mi spieghi. Ti svegli di soprassalto, mi guardi con un'aria turbata, non so nemmeno se sei viva o sei morta!

Henriette: Appunto!

Kleist: Appunto, cosa? (si sta visibilmente alterando)

Henriette: Appunto che sono passati 200 anni.

Kleist: Smettila, per cortesia. 200 anni da cosa? Vuoi spiegarti?

Henriette: Non ha capito nulla nessuno. E adesso sempre con questa storia delle regole alle quali non contravvenire. Sono stanca delle regole. Sono stanca di non poter sognare, di dover sottostare: sono stanca di questi tempi frenetici, coercitivi. Voglio essere libera.

Henriette si alza dal letto. Si avvicina a Kleist che la guarda con disappunto. Gli molla un sonoro ceffone in pieno viso. Al che Heinrich, levatosi dalla sedia, la afferra per i polsi, la trascina verso la finestra. Poggia le mani sulle di lei spalle, e tenendola con decisione, dice:

Kleist: E' questo che vuoi fare? Vuoi essere libera? Allora vola, vola. Tuffati da questa finestra come se dovessi tuffarti in un fiume…

Henriette lo interrompe bruscamente.

Henriette: Smettila con questo maledettissimo fiume! Smettila!

Kleist: Si può sapere che hai? Che diavolo hai sognato? Cos'è questa storia della libertà, quella delle regole, dell'oppressione? Mi stai forse accusando? Sei libera, completamente libera….puoi andartene se vuoi.

Henriette: Ti ho detto che nessuno ha capito nulla. Tanto meno tu. La libertà è un'altra cosa. Dovresti saperlo. Non serve che tu te ne stia lì a scrivere e scrivere e poi tu non sappia deciderti.

Kleist: Decidermi a fare cosa?

Henriette: Deciderti a sognare.

Kleist: Cosa stai dicendo?

Si siedono entrambi sul bordo del letto.

Henriette: Per favore, ascoltami. Non pensare ch'io sia pazza. Sono soltanto viva….veramente. Ho afferrato me stessa. M perderò di nuovo, ne sono certa. Ma ora, almeno, conosco la strada.

Il volto di Heinrich è sempre più confuso. Henriette continua.

Henriette: Ho trovato la strada per risalire. Sono discesa, forse 200 anni fa, forse ieri, forse da sempre. Ho avuto paura, una paura calda, estasiante.

Kleist: Si può sapere dove caspita sei discesa?

Henriette: Dentro me stessa. Dentro le mie paure, le mie gioie, dentro il mio modo di vederti e di amarti, dentro il mio niente e il mio tutto. Ero stanca di rimanere alla superficie delle cose. La realtà, quella che chiamiamo realtà, quella che chiamano realtà, è solo una prigione, è la superficie delle cose, è un non luogo dove non possiamo essere davvero noi stessi e dove non sappiamo di poter essere diversamente. Mi sono trovata, dopo essermi persa dentro me stessa.

Kleist: Continuo a non capirti. Ma vai avanti.

Henriette: E' quello di cui scrivi tu, e per cui scrivi. Dimmi perché scrivi.

Kleist: Cosa c'entra adesso questo?

Henriette: C'entra eccome. Non volevi morire perché Goethe non apprezza il tuo modo di scrivere?

Kleist: Goethe? Tesoro, siamo nel 2003.

Henriette: Non importa, il tempo non ha nessuna importanza. Devi scendere in te stesso, dove non c'è il tempo, non c'è lo spazio, non c'è nulla. Niente di niente. E non perché tu sia vuoto. Semplicemente perché troverai tutto ciò che non si può descrivere con le regole, con le parole convenute. Troverai quello che non sai di essere. Troverai me e il tuo vero modo di vedermi e di amarmi. Non avere paura, non ci sono sensazioni di dolore fisico, o almeno non potrai descriverle come tali. Vai Heinrich, ti prego, fallo per te stesso, per noi. Sono così stanca delle falsità di questo mondo. Dobbiamo essere veramente noi stessi, dobbiamo ritrovarci. Io l'ho fatto e continuerò a farlo. Scendi con me, ti prego.

Henriette prende la mano di Heinrich e la accompagna alla bocca.

Kleist: Credo di aver capito. Mi stai chiedendo di indagarmi, di frugare nel mio inconscio. Mi stai chiedendo di riscattarmi.

Henriette: Ora lo sai. Ora hai capito. Ora non parliamone più, ne parleremo ancora, ne parleremo presto.

Piuttosto dimmi, hai finito il tuo libro?

Kleist: Sì tesoro, sto decidendo il titolo.

Henriette: Davvero? Già fatto?

Kleist: Ora credo proprio di sì.

Henriette, come una bambina curiosa, si alza, si avvicina al pc ancora acceso, ma non ha il coraggio di toccarlo. Torna da Heinrich saltellando, lo bacia sulla fronte e dice:

Henriette: Ti prego, dimmelo!!!!!

Kleist: E va bene… si intitolerà "Il principe di Homburg".
Dopo non ci saranno fiumi entro i quali discendere, se non i nostri, per poi risalire.

Emanuela Celauro, 3 ottobre 2003
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NOTA. Heinrich von Kleist (1771-1811) è uno dei più importanti autori romantici, sebbene riconosciuto tale solo dopo la sua morte. Trattò molto il tema dell'incoscio. "Il principe di Homburg" (1810) è considerato il suo capolavoro. Kleist e la sua compagna Henriette Vogel si uccisero insieme nel 1811 gettandosi nel fiume Wannsee, in Prussia.

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